MESSINA, MAFIA: Operazione 'Vivaio'. Chieste 17 condanne e tre assoluzioni

2 marzo 2012 Cronaca di Messina

Con la requisitoria dei sostituti procuratori Giuseppe Verzera e Francesco Massara, l’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nella gestione delle discariche di Mazzarrà Sant’Andrea e Tripi fa segnare una tappa fondamentale. Dopo giorni d’intenso lavoro, caratterizzati dalla ricostruzione di alcuni passaggi “chiave”, ieri, intorno alle 11, è arrivato il responso della pubblica accusa. Davanti ai giudici della Corte d’assise (presidente Salvatore Mastroeni), formulate richieste di condanna piuttosto pesanti, in tutto 170 anni di carcere. Spicca, innanzitutto, l’ergastolo invocato nei confronti di Aldo Nicola Munafò. Pena elevata, inoltre, per Tindaro Calabrese: secondo i due magistrati il boss del clan dei Mazzarroti dovrebbe scontare 30 anni di reclusione e pagare 2.500 euro di multa. Sei, in tutto, i capi d’imputazione a suo carico, che vanno dall’associazione mafiosa alla gestione abusiva di rifiuti, passando per violenze, minaccia, danneggiamento e furto in concorso. Tre, invece, le istanze di assoluzione. Alla sbarra 20 persone, con in testa Carmelo Bisognano, nei cui confronti i pm Verzera e Massara hanno chiesto 6 anni di carcere e 1.600 euro di multa (riconosciute le attenuanti generiche e quelle speciali della collaborazione con la giustizia) e l’assoluzione da uno dei quattro capi d’imputazione. Quanto ad Aldo Nicola Munafò, invocati l’ergastolo e l’isolamento diurno per un anno. A giudizio dei due magistrati sarebbe l’esecutore materiale dell’uccisione di Antonino Rottino, contro cui «venivano esplosi numerosi colpi d’arma da fuoco che lo attingevano alle parti vitali». Avrebbe pure causato «la morte di Luciano Runcio», all’indirizzo del quale «venivano esplosi due colpi di fucile alla spalla destra». Contestate anche l’associazione di tipo mafioso riconducibile a Cosa nostra siciliana e la detenzione in luogo pubblico di armi da sparo comuni e da guerra (oltre a 2500 euro di multa). Queste, poi, le richieste per gli altri imputati: Bartolo Bottaro, 3 anni e 10 mesi di reclusione; Antonino Calcagno, assoluzione; Agostino Campisi, 16 anni di reclusione, 1.700 euro di multa e assoluzione da un capo d’imputazione; Salvatore Campanino, 12 anni di reclusione, 1.200 euro di multa e assoluzione dal capo 12 (avrebbe ricevuto da Nunziato Siracusa e Salvatore Campisi, al fine di trarne profitto, la disponibilità di un escavatore provento di furto ai danni di Giuseppe Cacopardo); Alfio Giuseppe Castro, 8 anni e 6 mesi più 1.400 euro di multa; Maria Luisa Coppolino, 6 anni e 900 euro di multa; Salvatore Fumia, 8 anni e 10 mesi di carcere e 1.200 euro di multa; Aurelio Giamboi, 3 anni e 2 mesi; Cristian Giamboi, assoluzione; Sebastiano Giambò, 8 anni e 4 mesi; Giacomo Lucia, assoluzione; Michele Rotella, 16 anni di reclusione, 1.500 euro di multa e assoluzione dei capi 7 e 8 (incendio di un compattatore e di un dumper al cui acquisto era interessata la TirrenoAmbiente, fornitura in regime di monopolio dei mezzi meccanici necessari alla gestione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea e danneggiamento di un’autovettura); Stefano Rottino, 10 anni e 10 mesi di carcere e 800 euro di multa; Thomas Sciotto, 3 anni e 2 mesi; Nunziato Siracusa, 17 anni e 1.800 euro di multa; Carmelo Salvatore Trifirò, 16 anni e 10 mesi, più 2.100 euro di multa; Giuseppe Triolo, 3 anni e 2 mesi. L’attività investigativa relativa alla “Vivaio”, incentrata sui collegamenti tra la mafia di Barcellona, Mazzarrà e la famiglia catanese dei Santapaola, scattò nel 2006 e culminò, nel 2008, con l’arresto di 15 persone. Trenta, invece, gli indagati e a piede libero. Riccardo D’Andrea – GDS

Ricostruiti tutti i passaggi dell’omicidio Rottino.
«Aldo Nicola Munafò è l’esecutore materiale dell’omicidio di Antonino Rottino. Pertanto, dev’essere condannato all’ergastolo». Non ha dubbi Francesco Massara, magistrato della procura di Barcellona. Ieri, prima che il collega della Dda peloritana Giuseppe Verzera leggesse le richieste di condanna e di assoluzione, ha ribadito ai giudici della Corte d’assise la necessità di applicare il carcere a vita. Il pm ha ricostruito anche i movimenti di Munafò successivi al delitto avvenuto nel 2006, a Mazzarrà Sant’Andrea. «Solo alle 3.31, quaranta minuti dopo l’omicidio, ha acceso il telefonino, agganciato dalla cella di Mazzarrà. Munafò è esecutore materiale assieme ad Enrico Fumia, mentre ha solo partecipato Ignazio Artino». La tesi dell’accusa verte su intercettazioni telefoniche, sul racconto dell’ex direttore generale della discarica Enzo Marti e sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano e Santo Gullo, ritenute «assolutamente convergenti». Alla base del delitto di Rotella, «il bisogno di eliminare uno dei vecchi, peraltro ormai privo di poteri decisionali ed esecutori». I magistrati hanno sottolineato che Rottino era venuto a conoscenza della contabilità del sito di Mazzarrà destinato allo smaltimento dei rifiuti. «Sapeva troppo del business e doveva essere eliminato». In virtù di queste considerazioni, Massara e Verzera gli contestano non solo l’associazione a Cosa nostra, ma anche l’uccisione, «con premeditazione e per abietti motivi di supremazia mafiosa», di Rottino, ammazzato «a colpi di fucile calibro 16 e pistola calibro 7,62 x 25», e di Luciano Runcio.(r.d.)