LA MORTE DI LUCIO DALLA: Sull'eredità il mistero del testamento. E a 'proteggerlo' in Svizzera l'immigrato messinese Salvatore Genta

3 marzo 2012 Culture

MONTREUX (Svizzera) – E già è tempo obbligato e terribilmente umano della caccia a misteriosi numeri e segreti conti, della ricerca di poco poetici atti ufficiali e pesanti timbri notarili che scacciano le note dagli spartiti. Mancano parenti stretti qui in Svizzera, perché non ce ne sono – si racconta soltanto di lontani cugini – e soprattutto perché la vera famiglia di Lucio Dalla è comunque al completo. L’avvocato Eugenio D’Andrea, il manager Bruno Sconocchia, l’amico più fidato Marco Alemanno. Tre uomini, tre macchine che dalla camera mortuaria di Losanna in rue Saint Roch – stradina stretta e in pendenza, morsa dall’ombra – andranno a Bologna insieme al carro funebre. Sentite, ma dov’è il testamento? A quanto ammonta e a chi andrà l’eredità? Le case, le opere d’arte, i terreni, le società, la partita grassa dei diritti d’autore. Sono decine di milioni di euro. Allora, dov’è il testamento? Non sappiamo, ripetono i tre anche sfidando le gallerie che portano via il segnale dei cellulari. E poi comunque, aggiungono, non è questo il punto. Non è questa la vera eredità che interessava a Lucio. Era la Fondazione pronta a sbocciare e adesso paralizzata. Andiamo per ordine partendo ovviamente da Bologna, città natale, e da via Massimo d’Azeglio. Al civico 15 Dalla possedeva come unico proprietario un seminterrato, e il primo, secondo, terzo, quarto piano. La casa di Lucio Dalla. Una casa-museo. Quasi tremila metri quadrati di superficie e di creazione, di vita, di magia. Gli artisti presenti, amatissimi, sono Aspertini, Berruti, Kounellis, Paladino. Quadri. Sculture. Statue. Installazioni. Forse avrebbe ospitato, la casa-museo, la sede della Fondazione Lucio Dalla. Ci lavorava da un pezzo, con D’Andrea, Sconocchia e Alemanno. Farò un regalo a Bologna, diceva, così la smetteranno, per la miseria, di darle della città spenta, smorta, impigrita. La Fondazione era un progetto avviato, in dirittura d’arrivo. Definito il programma e costruita l’architettura, non restavano che le mosse burocratiche: la stesura definitiva dello statuto, le firme dal notaio, la sua presentazione ufficiale. Sarebbe dovuta essere, sarà un laboratorio per la musica e le arti, per lanciare i giovani – un pallino di Dalla – e per riscoprire talenti dimenticati. «Non so, ora, senza Lucio» dice D’Andrea. Magari si scoprirà che aveva lasciato precise indicazioni. Che magari verranno, perché no?, trovate con un testamento segreto. «Non era tipo», giura chi lo conosce, «da pensare a un testamento, a un elenco dei beni materiali, a sommare le sue ricchezze». Vero. Però Dalla era anche una persona abituata a stupire. Non c’è solamente Bologna. A frugare nelle banche dati catastali – un esercizio odioso primo perché parliamo di Dalla e secondo perché ancora non è stato sepolto, ringhia un amico – troviamo la proprietà di 3 fabbricati e 6 terreni in provincia di Catania, di 3 fabbricati e altrettanti terreni dalle parti di Foggia (con villa e studio di registrazione alle isole Tremiti), di un terreno in Abruzzo. Interrogando la Camera di commercio Lucio Dalla è il consigliere della società Assistime spa e socio unico-presidente del consiglio d’amministrazione della Pressing Line srl. La Assistime si occupa dell’edizione di registrazioni sonore mentre la Pressing Line è attiva nella concessione dei diritti d’autore. Entrambe le società fatturano bene e non hanno passivi oppure pagamenti scoperti. Malinconici immigrati veneti e siciliani risalgono rue Saint Roch con le borse della spesa. Chiedono quanti anni aveva Lucio Dalla, quando lo riporteranno in Italia, cosa gli è successo per davvero, poverino. Non scattano foto con i cellulari, se hanno fiori da deporre è per puro caso. Il padrone delle pompe funebri deve aver addestrato per bene i dipendenti a uso telecamera, loro escono impettiti, esageratamente teatrali. C’è un signore messinese fra gli immigrati innamorati di Lucio, si chiama Salvatore Genta, ha 69 anni, la stessa età che domani avrebbe avuto Dalla. Il signor Salvatore si pianta ritto come una sentinella, a difesa (non richiesta) del carro funebre che sta per partire. Si era presentato così: «Piacere, di mestiere sono un vagabondo». Andrea Galli – corriere.it