MESSINA, L'INCHIESTA: Tripi, è stato un «indebito e azzardato scavo». I tecnici dell'Arpa che sono intervenuti nelle scorse settimane: cancelli aperti e «bovini al pascolo»

6 marzo 2012 Cronaca di Messina

Sono state le “48 ore frenetiche della discarica”. I carabinieri del Noe di Catania che piombano a Tripi in forze, quattro persone che finiscono in camera di sicurezza agli arresti, un rivolo inquinante e maleodorante che arriva fino al torrente Tallarita, gli esperti dell’Arpa che prelevano campioni, poi un lungo pomeriggio alla Procura di Barcellona per esaminare i liquidi prelevati, infine la scarcerazione degli indagati con la misura del divieto di dimora a Tripi. Sullo sfondo l’eterno problema di gestione “post mortem” delle discariche nella nostra regione e l’indagine della Procura di Barcellona che vede coinvolte venti persone proprio per problemi legati alla gestione della discarica di Tripi. E di ieri sera poi la notizia che il Comune di Messina ha affidato la gestione della bonifica del sito a MessinAmbiente. Finita l’attività urgente di questi giorni adesso c’è un atto giudiziario che spiega tutto, ed è l’ordinanza siglata dal gip di Barcellona Anna Adamo, quattordici pagine che raccontano tutto quello che è successo. Ma la cosa più inquietante, tra le righe di questa ordinanza, è forse contenuta in un passaggio in cui il magistrato dà conto dell’attività che i tecnici dell’Arpa avevano già avviato nel mese di febbraio sul sito: «… Giunti in loco si constatava che il sito non era custodito e il cancello era aperto, notando anche la presenza di bovini al pascolo». Come bovini al pascolo, ma lì non c’è una discarica che contiene “porcherie” d’ogni genere e ci vanno le mucche a pascolare? Mah. Tornando alla vicenda il gip Adamo ha convalidato l’arresto in flagranza eseguito dai carabinieri per i quattro indagati solo in relazione ad una delle contestazioni accusatorie, e cioé quella relativa al primo capo d’imputazione (semplificando la violazione della normativa sull’emergenza ambientale), mentre non ha ritenuto che sussistessero i presupposti per l’altro capo d’imputazione inizialmente contestato, vale a dire il disastro ambientale. In ogni caso la Procura aveva richiesto la custodia in carcere per i tre funzionari comunali Ajello, Caminiti e Rodilosso, e gli arresti domiciliari per l’imprenditore di Caronia Lamonica. L’ispezione dei carabinieri del Noe e il contestuale arresto in flagranza dei tre funzionari comunali si sono verificati il 29 febbraio, quando «… si accorgevano che in altra parte della discarica, denominata “modulo secondario” e gestita dal Comune di Messina erano presenti alcune persone (i quattro indagati, n.d.r.) intente ad effettuare lavori di scavo con l’uso di mezzi meccanici; in particolare notavano un piccolo escavatore con il quale stava eseguendosi un lavoro di scavo in prossimità di una grossa pozzanghera posta sulla sommità di una scarpata del modulo secondario predetto… dalla pozzanghera confluivano all’interno dello scavo medesimo acque miste a “percolato” di discarica dalla tipica colorazione marrone e dall’odore acre caratteristico della fermentazione dei rifiuti in discarica, le quali acque poi si incanalavano all’interno di un pozzetto di cemento da cui, attraverso un tubo in pvc “corrugato” di colore nero, si riversavano all’interno dell’alveo del torrente Tallarita che scorre a valle della discarica stessa». Intorno alle 16 del 29 febbraio il Noe e l’Arpa hanno effettuato prelievi di tutti i materiali, compreso un campione d’acqua del torrente. Poco prima di questo intervento l’imprenditore Lamonica «… rendeva spontanee dichiarazioni», raccontando la storia dal suo punto di vista, spiegando che in precedenza aveva ricevuto dall’Ajello «… incarico di somma urgenza per dei lavori di posizionamento di due serbatoi di 5000 litri all’esterno della discarica per la raccolta del percolato che fuoriusciva dalla discarica; realizzazione di un pozzo artesiano o con anelli in cemento all’interno della discarica per la raccolta del percolato con relativa tubazione fino all’area di stoccaggio del rifiuto». Una volta sul luogo però i quattro – secondo quanto racconta Lamonica –, si sarebbero accorti che dal tubo drenante in questione collegato al pozzetto non fuorusciva acqua, quindi si era deciso di intervenire con un mezzo meccanico. Il gip Adamo nel provvedimento dà poi conto sia dei sopralluoghi effettuati dai tecnici dell’Arpa nei giorni precedenti e dei risultati degli esami sui compiti prelevati. Poi conclude: «… è convincimento di questo giudice a riguardo, sulla scorta di ogni emergenza, comprese le dichiarazioni degli indagati in sede d’interrogatorio, che gli stessi siano intervenuti con leggerezza e con scarsa perizia ponendo in essere avventatamente dei lavori, a loro dire di somma urgenza, ma certamente non regolari, fra cui l’ispezione del tubo di drenaggio delle acque meteoriche per verificarne il suo cattivo funzionamento. Il tutto nella consapevolezza, visti gli evidenti quanto abbondanti ed allarmanti trascorsi del modulo secondario della discarica e considerato, quanto all’Ajello, il tenore dell’avviso di conclusione indagini, che la pozzanghera in prossimità del quale è stato fatto l’indebito ed azzardato scavo conteneva liquido frammisto di acque bianche e di più che probabile percolato». Ed ancora «… ciascuno di loro… ha agito senz’altro accettando il rischio dell’indebito sversamento di tale liquido, più che probabilmente inquinante, nelle acque del torrente». Nuccio Anselmo – GDS