L'ESCLUSIVA DI GDS – Disastro Concordia: «Ecco come è andata davvero». Parla per la prima volta il 27enne peloritano Salvatore Ursino, uno degli ufficiali indagati col comandante Schettino dopo il naufragio

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Le onde dello Stretto che baciano la banchina della Passeggiata regalano uno sciabordio di casa. Salvatore guarda il suo mare, lo conosce a memoria. Da due giorni una congiuntivite lo costringe a portare gli occhiali da sole, ma non vuole privarsi di quell’immagine che conquista il cuore. La Madonnina del Porto sullo sfondo, l’azzurro di quel mare che in alcuni punti si confonde col cielo. Abbassa le lenti, per qualche secondo fa silenzio, fissa un’onda in mezzo allo Stretto. Poi si gira, ci guarda e sorride. Da un mese e mezzo il rumore delle acque ha un valore diverso. Non doloroso, semplicemente diverso. Salvatore Ursino ha 27 anni, tutti vissuti con e per il mare. Com’è per i “faroti” doc, per chi dalla mattina alla sera ha imparato a organizzare la propria vita con le leggi e i tempi del mare. Una vita cambiata nella notte del 13 gennaio di quest’anno. Salvatore è uno dei nove indagati dalla Procura di Grosseto per il disastro della Costa Concordia, uno dei sei ufficiali. Quella notte era in plancia, a pochi metri dal comandante Francesco Schettino. Ma era lì senza alcuna mansione. Perché Salvatore si era imbarcato per la prima volta sulla Concordia poco più di una settimana prima. «Lavoro per la Costa Crociere dal 2008 – racconta il 27enne, un diploma all’Istituto nautico Caio Duilio e un’esperienza di due anni anche su navi mercantili – e prima di salire sulla Concordia avevo già navigato su imbarcazioni gemelle, sempre della Costa, in altre cinque occasioni. Ogni volta per un periodo di sei mesi, è così che funziona». Il 5 gennaio a Palermo l’imbarco sulla Concordia. «Era la prima volta che ci salivo – continua Salvatore – e in questi casi ci sono dei regolamenti precisi che vanno seguiti. Queste navi, anche se gemelle, sono molto diverse l’una dall’altra, soprattutto per quanto riguarda la strumentazione di bordo. Per questo motivo è previsto un periodo di una-due settimane, definito di affiancamento, durante il quale l’ufficiale imbarcante, ovvero quello che sala per la prima volta su quella nave, come me, sta a fianco dell’ufficiale “sbarcante”. Questo sino a quando il comandante non ritiene che sia arrivato il tempo del passaggio di consegne. Io il giorno della collisione ero ancora un “uditore”, ovvero in affiancamento all’ufficiale Ciro Ambrosio. Non avevo dunque nessun compito ed, infatti, nei registri non era prevista una mia guardia. Avevo anche una cabina provvisoria, dove è rimasto tutto quello che avevo, in attesa che mi assegnassero quella definitiva». Salvatore quegli otto giorni li vive dunque all’ombra di Ambrosio. Come quella maledetta notte. «Ambrosio era di guardia dalle 20 alle 24 – racconta ancora – e io ero con lui sul ponte di comando, assieme ad altri ufficiali». Quei momenti rimarranno per sempre scolpiti nella sua mente. Li ha già descritti agli inquirenti, adesso preferisce non tornarci, anche perché si tratta di dichiarazioni coperte dal segreto istruttorio. Ma qualcosa la racconta. «Al momento della collisione in plancia c’era Schettino – continua Salvatore – aveva preso i comandi una decina di minuti prima. Voleva rendere omaggio al maitre originario del Giglio, e aveva deciso di eseguire quell’inchino. Tante volte era capitato di eseguire manovre simili, con navigazione turistica per far vedere la costa ai passeggeri, ma mai avevo assistito a un inchino del genere. In plancia eravamo otto persone: quattro ufficiali, il comandante Schettino, il maitre Antonello Tievoli, un altro dell’equipaggio e la moldava Domnica Cemortan. Perché la ragazza era lì? Posso solo dire che è arrivata con il comandante». Salvatore preferisce glissare sulle tante voci che si sono inseguite in questi mesi sul conto del comandate Schettino e la moldava. «Come ho già detto ero su quella nave da appena otto giorni e peraltro anche avendo lavorato per due anni con Costa Crociere non conoscevo il comandante Schettino. Me ne avevano parlato, e peraltro devo dire sempre positivamente. Per quanto riguardo il suo rapporto con la ragazza moldava avevo sentito solo le chiacchiere di qualche collega, ma non so altro». Con il comandante in plancia e la ragazza moldava poco distante avviene la collisione. «Il comandante ha aumentato la velocità da 14 a 16 nodi, non so perché. Ma devo dire che era lucido, mi dava l’impressione di essere pienamente padrone della situazione. Non c’era motivo di dubitare di lui. Ma a un certo punto ci siamo trovati davvero vicini alla costa. È stato in quel momento che per istinto sono andato sull’aletta di sinistra, proprio dal lato del Giglio. È stato un attimo, ho capito che gli scogli erano lì e ho gridato al comandante – come si evincerà dall’esame della scatola nera – che c’era un pericolo, anche se a me, essendo in affiancamento, non toccava farlo. In quel momento ha rallentato e la nave ha cominciato a scarrocciare a causa della forte velocità». Quindi la collisione. A fianco di Salvatore c’è l’avvocato Antonio Langher, che lo difende dall’accusa di cooperazione in omicidio colposo e naufragio e distruzione di habitat. «La posizione di Salvatore è chiara, non aveva ruoli di comando, in quanto in affiancamento. Siamo fermamente convinti di poter dimostrare la completa estraneità del mio assistito. Abbiamo già nominato due consulenti che seguiranno l’attività peritale». MAURO CUCE’ – GDS

Ho gridato: «Ci sono gli scogli vicino È stato un attimo».
«È stato il comandante Schettino a decidere di comunicare ai passeggeri che avevamo avuto un black-out». Il racconto di Salvatore agli inquirenti è lucido. Con noi, giustamente non vuole sbilanciarsi più di tanto. «Non fatemi dire altro, di quell’ora e più che siamo rimasti in plancia di comando dopo la collissione ho già riferito alla Procura. In alcune trasmissioni e su qualche giornale è stato detto che ci sarebbe stato un ammutinamento o che gli altri ufficiali avrebbero dovuto prendere il comando e sollevare Schettino dall’incarico. Ma sono parole al vento – continua Salvatore – non è successo nulla di tutto questo e nulla poteva accadere. Ma vi rendete conto di cos’è un ammutinamento e cosa si rischia, peraltro in una situazione in cui non si capiva bene come avrebbe reagito la nave all’acqua che stavamo imbarcando». Ma non tutti in quell’ora e mezzo, dalla collissione all’evacuazione, hanno svolto al meglio il loro compito. Schettino in testa. E le telefonate di quei minuti saranno la chiave di volta. Una cosa Salvatore ci tiene a sottolinearla e sono parole che arrivano direttamente dal cuore. L’accusa mossa all’equipaggio e agli ufficiali di non aver aiutato i passeggeri non può accettarla. Ha ancora davanti agli occhi le immagini delle tante persone salvate. «Siamo rimasti in plancia sino a quando non è stato dato il segnale di evacuazione, a quel punto ognuno aveva un proprio ruolo. Tutti tranne me – spiega ancora Salvatore – sempre per il fatto di essere un ufficiale-uditore. Non conoscendo la nave gli ufficiali in affiancamento devono semplicemente restare a disposizione, non hanno ruoli specifici. A quel punto ho cercato assieme agli altri ufficiali di aiutare quante più persone possibili. Siamo andati sul lato a dritta, quello ormai inclinato verso il mare e lì abbiamo messo a mare le 13 scialuppe facendo salire tantissimi passeggeri. Ci siamo recati sul lato opposto, dove dieci scialuppe erano state già calate. Tutto questo mentre ci arrivava addosso di tutto ed era sempre più difficile camminare. Abbiamo trovato tantissimi passeggeri già saliti sulle tre scialuppe che dovevano essere calate, ma era impossibile. Non sarebbero mai arrivate a mare, quindi con difficoltà li abbiamo fatti scendere e con una catena umana li abbiamo portati di nuovo a dritta. A quel punto la nave era troppo inclinata, era impossibile tornare dall’altro lato. Molti si tuffavano, raggiungendo l’isola a nuoto. Ad un certo punto la Concordia si è completamente inclinata, proprio mentre una delle lance già in acqua stava imbarcando passeggeri. È stato l’unico momento in cui ho pensato di morire davvero. Con altri colleghi siamo saliti sul tetto della scialuppa rimasta incastrata sotto la Concordia, e con i piedi abbiamo cominciato a spingere contro la nave che ci era piombata addosso per liberare la lancia. Fortunatamente ci siamo riusciti e siamo arrivati a terra. Questa sarebbe una fuga? Siamo rimasti sulla nave sino a quando potevamo e salvando quante più vite possibili. La gente dice di aver visto pochi ufficiali, ma è facilmente spiegabile. A parte quei pochi in plancia gli altri erano in cabina o da altre parti e non avevano la divisa, ma semplicemente un maglioncino. Per questo magari non sono stati riconosciuti, ma in realtà è stata un’impresa. Oltre 4.000 persone sono state messe in salvo: non sarebbe stato così se l’equipaggio non avesse dato una grandissima mano». È stato l’unico dei nove indagati a presentarsi la scorsa settimana all’incidente probatorio. «È vero – conclude Salvatore – ho voluto metterci la faccia. Ho la coscienza a posto, non ho nulla da rimproverarmi, per questo mi sono presentato all’incidente probatorio. È anche una questione di orgoglio, mio padre Antonino è comandante, prima nei mercantili, da una ventina d’anni sulle navi traghetto. Per noi il mare è la vita».(m.c.)