Botta e risposta tra l'ex comandante del Ros e la vedova del procuratore assassinato il 19 luglio 1992: Agnese Borsellino respinge le insinuazioni del gen. Subranni

11 marzo 2012 Mondo News

«Le insinuazioni del generale Antonio Subranni non meritano alcun chiarimento. Si commentano da sole». Agnese Piraino Leto, vedova di Paolo Borsellino, replica in modo secco alle dichiarazioni dell’ex comandante del Ros riportate ieri dal Corriere della Sera. Subranni si richiama a un passaggio di un verbale del 2010 nel quale la signora Borsellino riferisce una confidenza del marito. Da lui avrebbe appreso che Subranni era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”, punto, in un rito di affiliazione a Cosa nostra. Il generale nell’intervista sostiene che si tratta di “falsità” e aggiunge: «Purtroppo, la signora Borsellino non sta bene in salute. Forse un Alzheimer, non so quando cominciato». La patologia, interviene il figlio Manfredi Borsellino, è ben altra e in ogni caso «mia madre è la più lucida di tutti noi». «Subranni – prosegue Agnese Piraino Leto – ha scelto il modo peggiore di difendersi. Non replicherò in alcuna sede». Lo farà, annuncia, con una lettera al marito che leggerà alla vigilia della strage del 19 luglio 1992. E della strage di via D’Amelio si è parlato ieri nel carcere palermitano Pagliarelli dove il gip Alessandra Giunta e il sostituto procuratore Stefano Luciani hanno interrogato Calogero Pulci, arrestato nell’ambito del nuovo troncone d’inchiesta sulla strage di via D’Amelio per calunnia aggravata per aver accusato falsamente uno degli imputati del primo processo della strage, Gaetano Murana, che fu condannato all’ergastolo. Pulci ha confermato che Murana gli raccontò in carcere di avere avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio: «Io – ha detto – ho poi ritenuto opportuno riferire a voi magistrati ciò che avevo saputo». Pulci, ex collaboratore di giustizia con un passato da ex assessore ai Lavori pubblici nel comune di Sommatino e poi aspirante boss, ai magistrati nisseni ha spiegato perchè, nel 2000, per l’eccidio del 19 luglio del 1992 ha tirato in ballo Murana che poi, sulla base delle dichiarazioni dello stesso Pulci, si è visto infliggere l’ergastolo. «Io non so – ha detto Pulci – se ciò che Murana mi ha raccontato sia vero o meno. Se millantava per darsi un tono, questo non lo so. Ma è quello che lui mi ha raccontato in carcere nel periodo di detenzione comune». E proprio su quella “trattativa” Stato-mafia torna a rilqanciare il Pdl all’indomani della sentenza Dell’Utri per richiamare l’attenzione su cosa avvenne con l’abolizione del 41-bis, rispetto alla comprensione della strage di via D’Amelio; e si ricorda quanto detto dall’ex guardasigilli Angelino Alfano: «Il 15 maggio 1993 centoventisette di quei provvedimenti delegati (sul 41bis), cioè firmati non dal ministro ma dai vertici del Dap, venivano revocati dalla amministrazione penitenziaria. Venivano fatti scadere 334 provvedimenti 41bis delegati a carico di altrettanti esponenti mafiosi. Sintesi: tra annullamenti della sorveglianza, revoche d’ufficio e scadenze senza proroga vennero meno così tutti i provvedimenti 41bis delegati per un totale di 574 detenuti». Commenta allora Cicchitto: «C’è ancora qualcuno, a parte Travaglio, che ha la faccia tosta di poter dire che erano i poteri di Berlusconi e di Dell’Utri in quel periodo a prendere questi provvedimenti? Bisogna invece riprendere le indagini da quel nodo cruciale, che ha provocato tante uccisioni e anche stragi, costituito dal famoso rapporto su mafia e appalti. Infine una ultima considerazione: non c’è dubbio che le indagini sull’attentato contro Borsellino in via D’Amelio siano state deviate, che Scarantino è stato costretto con varie minacce a fare rivelazioni false, ma molte fonti sottolineano che uno dei protagonisti di quella operazione fu l’alto dirigente di pubblica sicurezza La Barbera. Si cominci a studiare a chi rispondeva La Barbera e forse si comincerà a capire qualcosa».