LUTTO NELLA CULTURA: Morto il maestro Giancarlo Cobelli. Nel 1999 l'allestimento di "Re Giovanni" prodotto dal Teatro di Messina

17 marzo 2012 Culture

Quando se ne va un celebre regista spesso si sente pronunciare a vanvera la parola “maestro”. Ma raramente, come nel caso di Giancarlo Cobelli, questa è l’espressione più pertinente per descriverne la statura artistica e morale. Un rigore etico estremo, tutt’altro che bigotto, che rendeva ogni suo spettacolo un evento attesissimo: «Il teatro se non turba – diceva Cobelli – non emoziona, non dice il vero, non esiste. La sua funzione è quella di rompere gli orizzonti per darci modo di guardare altrove. A meno che non si preferisca una lettura ipocrita». Formatosi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, dove dal 1952 studia recitazione con Strehler e mimo con Decroux, Cobelli mostra doti straordinarie da cabarettista, e dal 1957, con il personaggio di Pippotto, ottiene grande popolarità sul piccolo schermo (nei programmi della tv dei ragazzi della Rai). Il debutto “ufficiale” sul palcoscenico è del 1959 con “Cabaret ’59”, un brillante “one man show”, da lui definito «recital anti-recital», in cui con la sua caratteristica gestualità graffiante anticipa quel linguaggio espressionistico e trasgressivo che rifuggirà dalle ovvietà del teatro borghese e “naturalistico”. Per il cinema dirige un paio di pellicole (tra le quali il “proverbiale” e poco fortunato “Fermate il mondo… voglio scendere!” del 1970) e interpreta diversi film (difficile riconoscerlo accanto a Jane Fonda in “Barbarella” di Roger Vadim del 1968). Ma è da dietro le quinte che Giancarlo Cobelli concepisce il suo codice linguistico inimitabile e dirompente, gravido di geniali rimandi e contaminazioni, che dà vita a una lunghissima serie di capolavori che hanno conquistato diversi premi Ubu come migliore regista: da “Gli uccelli” di Aristofane (1968) a “L’impresario dello Smirne” di Goldoni (1975), da “Turandot” di Gozzi (1981) a “Un patriota per me” di Osborne (1991), da “Troilo e Cressida” di Shakespeare (1993) a “Edoardo II” di Marlowe (1994). Raccontando in che modo aveva concepito la messinscena di “Re Giovanni” di Shakespeare, prodotta nel 1999 dal Teatro di Messina, Cobelli ci spiazzò sostenendo che dietro la «sgangheratura drammaturgica per mutamenti di stile» il Bardo aveva voluto rappresentare «un cambiamento implicito proprio nell’arco di una vita: basta che un uomo si osservi un attimo e capirà come da coscienze pure (non a caso i bambini vengono definiti “angeli”), dopo la nascita si arrivi gradualmente alla perdita delle nostre memorie più profonde». Nelle sue creazioni da regista, la gestualità è come scritta in una esatta partitura in cui i corpi in movimento non solo suscitano emozioni, ma evocano luoghi ed eventi. Così l’occhio può anche meravigliosamente confondere un ammasso di figure umane ruzzolanti con il crollo delle mura di una fortezza. Lo stile coreografico e “plastico” consente a Cobelli di dar vita a sublimi regie liriche di lavori rappresentati in tutto il mondo (fra trionfi e immancabili “spiazzamenti”) accanto a celebri direttori d’orchestra come Giovaninetti (“La dannazione di Faust” di Berlioz), Riccardo Chailly (“L’angelo di fuoco” di Prokofiev) Riccardo Muti (“Ifigenia in Tauride” di Gluck), Roberto Abbado (“Die Vögel” di Braunfels). In Italia ha realizzato regie d’opera anche per la Scala di Milano, La Fenice di Venezia, il Carlo Felice di Genova, il San Carlo di Napoli, il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto «A. Belli» e Massimo Bellini di Catania. Anche nella recitazione Cobelli esige dai “suoi” attori (dalla Falk alla Moriconi, da Albertazzi a Orsini, dalla Degli Esposti a Rossi Stuart) una precisione “ossessiva” per un’interpretazione che già lui, il “maestro”, ha vissuto e sognato nel lungo e appassionato studio del testo, spesso durato diversi anni. Sempre a proposito di “Re Giovanni”, nel 1999, così ci spiegò perché aveva ridotto all’essenziale la scenografia: «Il vuoto del palcoscenico, esperienza che ho già fatto nel 1968 con “Gli uccelli”, mi ha sempre attirato molto. Faccio riferimento a un grande maestro, Tadeusz Kantor, il quale era capace di suscitare con pochi oggetti una grande commozione. non c’era proprio bisogno di opulenze scenografiche. Elementi indicativi, quasi epici. Delle cantinelle inchiodate con un sopralzo sono le mura di Angier; dei gradini di legno possono rappresentare tutto, dalla scalinata della chiesa, alla torre dalla quale Arthur tenta di fuggire calandosi con una corda». Cobelli, con la sua emblematica e ribelle figurazione della vita, l’accuratezza intrisa di laico misticismo, lascia una feconda eredità che il teatro italiano, sempre più povero e asfittico, non può non recepire. Fausto Cicciò – GDS