MESSINA, L'ALLUVIONE DI GIAMPILIERI: «Ci hanno abbandonato tutti, siamo soli». L'accusa pesante: i politici sono spariti quando si sono spenti i riflettori, non gli interessava nulla di noi

18 marzo 2012 Cronaca di Messina

Nino è un omaccione con due spalle grandi. Se lo guardi distrattamente ti sembra anche un uomo forte, senza alcuna crepa. Di quelli che il vento non riuscirà mai a spostare. Ma poi ci sono gli occhi. Un detto antico recita che siano lo specchio dell’anima. I suoi sono verdi, come la speranza. Ma lui la speranza non ce l’ha più. E nei suoi occhi si vede chiaramente. L’ha persa nella maledetta notte dell’1 ottobre del 2009 e in tutto questo tempo trascorso da quando la montagna e il fango gli hanno portato via la sua amata Maria Letizia e i due “cuccioli” Francesco e Lorenzo. Nino Lonia è il simbolo della tragedia di Giampilieri, assieme a Raffaella Ingrassia (che ha perso i due figli Leo e Christian Maugeri) e Pippo De Luca (sotto il fango sono rimasti la moglie Teresa e la figlia Ilaria). Sono passati quasi due anni e mezzo. Le ferite non si vedono, almeno non ad occhio nudo. Le ferite sono dentro, nell’anima. Per sempre straziata dal dolore dall’incapacità di darsi delle risposte. In quelle maledette settimane, in tanti gli erano stati a fianco. Tutti a rassicurarlo, tutti a dargli una pacca sulle spalle e a giurargli che si sarebbero occupati del suo caso, come di quelli degli altri parenti delle tante vittime. E lui ci aveva creduto. «Ricordo ancora i tanti politici venuti a sfilare a Messina – attacca Nino, affiancato dal suo legale Antonino Lo Presti –. In quel momento Giampilieri e Scaletta erano al centro del mondo e passare da qui significava avere visibilità. Tutti bravi a riempirsi la bocca di promesse e di impegni, che ti consentono di conquistare i titoli dei giornali. “Vi assumeremo alla Regione, non vi abbandoneremo”, ci avevano detto. Sapete benissimo cosa hanno fatto di tutto questo. Assolutamente nulla». Non è la prima volta che Nino si sfoga. Lo ha fatto quando era quasi passato un anno dalla tragedia. Oggi come allora non è cambiato nulla. «Si sono spenti i riflettori e quindi i politici sono spariti – continua Nino – A loro non interessa nulla di noi, eravamo solo il mezzo per farsi pubblicità. Ma vi ricordate il presidente Lombardo? È venuto a trovarci, ci aveva persino promesso un posto di lavoro alla Regione. Noi non avevamo chiesto nulla, era stata una sua iniziativa. Ora ho capito perché: allora valeva un titolone sui giornali, tutti a dirgli “bravo, che bel gesto”. Ed invece la leggina l’hanno insabbiata alla Regione per motivi politici. E Lombardo non ha fatto nulla. Anzi vi dirò di più: un giorno ci siamo rivisti a Palermo, mi ha ricevuto, gli ho chiesto se si ricordava di me e mi ha risposto: “Certo che mi ricordo di lei, la sua famiglia come sta?” Non sapevo cosa dire, tanta era la rabbia. Dopo qualche giorno, una volta avuto contezza della mia situazione, dalla Regione mi hanno proposto un posto di lavoro per qualche mese in una ditta edile. Sapete in quale cantiere avrei dovuto lavorare? Avete indovinato, proprio a Giampilieri. Per qualche mese sarei stato al servizio di una delle ditte che stanno eseguendo gli interventi esattamente a un passo da casa mia, avrei dovuto togliere le macerie lì dove ancora oggi c’è il sangue di mia moglie e dei miei figli. Nessuno si è preoccupato di quello che io posso provare. È giusto che i messinesi oggi sappiano che i familiari dei morti di Giampilieri e Scaletta sono stati dimenticati e sono vittime di una battaglia politica tra la Regione e Messina. Per quanto mi riguarda solo il sindaco Buzzanca mi è stato vicino, non come uomo delle istituzioni dalle quali non ho ricevuto nulla, ma solo umanamente». Nino stringe tra le mani la lettere che sette mesi dopo la tragedia di Giampilieri gli scrisse il capo del dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. “Mi rendo conto ancora una volta – scriveva allora l’esponente del Governo Berlusconi – che la vita, anche per chi sopravvive, non può più essere quella di prima. La perdita dei propri cari, della casa, delle condizioni normali della vita può scavare pozzi di sofferenza nell’animo di chiunque, provocando effetti anche fisici. Le assicuro che continuerò a seguire la sua personale vicenda fino al raggiungimento di una soluzione che le permetta il massimo di serenità possibile”. «Questa lettera mi aveva dato grande forza – continua Nino – speravo che fossero parole vere. Ed invece anche quella è stata una presa in giro». Oltre il dramma, quindi, anche una serie di beffe. «Nonostante tutto quello che ho subito c’è anche chi dice che sono diventato ricco con i soldi dei miei morti – aggiunge sconfortato –. In tanti dicono che mi hanno dato i fondi per le vittime. Ma quali soldi? Non ci sono fondi per le vittime, nessuno li ha previsti. Soldi? Sono pronto a mostrarvi il mio conto corrente. Gli unici soldi li ho ricevuti dai privati, dalla Caritas, dalla “Fondazione Bonino-Pulejo” e dal Banco di Sicilia. I fondi raccolti dalle istituzioni non si sono mai visti. Ma, credetemi, a me non interessa nulla dei soldi. Mi piacerebbe solo capire a chi sono andati e per cosa sono serviti. Ad esempio, avete mai saputo a quanto ammonti la somma raccolta con gli sms solidali? Chi ha questi fondi? Chi li ha gestiti? Io posso dire che non ho preso un euro dalle Istituzioni, l’unica cosa è l’affitto della casa di Santa Margherita dove abito che mi paga il Comune». E la casa distrutta? «Hanno fatto una perizia, alla fine mi daranno 95 mila euro. Ma dal Genio civile mi hanno detto che li prenderò solo dopo che saranno tolte tutte le macerie da casa mia in via Puntale. Ma vi sembra normale? A questa somma poi potrò aggiungere i 45 mila euro che mi hanno dato dall’Ance e che sono vincolati all’acquisto di una casa». Nino da qualche mese lavora per una ditta di Catania, che gestisce un servizio per il Comune di Messina. Ma ha un contratto a progetto che tra qualche settimana scadrà. «Tutti a dire che mi sarebbero stati accanto ed invece l’unico contratto da 700 euro al mese me lo ha dato una ditta catanese. Dalla mia città non ho avuto nulla. E come dovrei ricostruire il mio futuro? Sul conto corrente ho ormai poco, vorrei solo che qualcuno mi offrisse un lavoro vero, in modo da poter pensare al futuro. In questo momento neanche le banche possono farmi un prestito, non dò garanzie. Spero che almeno la giustizia mi dia risposte: ci sono degli indagati, ma mi chiedo: quanto tempo dovrà passare ancora per sapere chi sono i colpevoli per quello che è successo a Giampilieri, dove tutti sapevano già dal 1997». MAURO CUCE’ – GDS