MESSINA, IL PROCESSO SISTEMA 2: Ecomafie, i pentiti parlano del racket del pastazzo dopo l'attentato alla Candith Fruit

19 marzo 2012 Cronaca di Messina

Messina, 19.03.2012 – Lungo pomeriggio, quello di oggi, per i giudici della Corte d’appello (presidente Faranda) che si occupano del processo stralcio Sistema 2. Alla sbarra l’ex boss del clan di Mazzarrà Sant’Andrea, oggi pentito, Carmelo Bisognano, e il reggente dei barcellonesi oggi al carcere duro, Carmelo D’Amico, accusati da Maurizio Marchetta, ex vice presidente del consiglio comunale di Barcellona e imprenditore edile, di aver vessato le imprese di famiglia per almeno un decennio. Sul banco dei testimoni due pentiti chiave, il brolese Santo Lenzo, l’uomo che per i Bontempo Scavo di Tortorici teneva i contatti con i barcellonesi e si occupava dei lavori nella propria zona, e Santo Gullo, il meccanico di Oliveri passato alla collaborazione della giustizia all’inizio dello scorso anno, dopo il pentimento del capo, Melo Bisognano. Lunga e complessa la deposizione di Lenzo, vessato dalle domande del legale di Marchetta, l’avvocato Ugo Colonna e il pg Salvatore Scaramuzza, più “spedita” quella di Gullo. Entrambe hanno riguardato soprattutto la figura di Marchetta, da molti indicato come ex socio del boss Sam Di Salvo. Un rapporto al centro delle polemiche perché per troppi, pentiti interrogati oggi compresi, il legame tra il boss e l’imprenditore era troppo stretto perché si potesse parlare di estorsione, nel caso delle imprese di Marchetta, tanto vicine ai clan barcellonesi da esserne piuttosto espressione. “Una volta uscito dal carcere Sam Di Salvo consegnò 20 mila euro a Marchetta” racconta Gullo, spiegando che la circostanza gli venne riferita in carcere. Sia Lenzo che Gullo sono tornati sul sistema adoperato per turbare le gare pubbliche per gli appalti, così che se le aggiudicassero le imprese collegate ai clan, l’organigramma del clan e l’evoluzione dei rapporti interni nell’ultimo decennio. Gullo però, interrogato dall’avvocato Fabio Repici, difensore di Bisognano, ha riferito particolari collegati a fatti recentissimi. Il meccanico di Oliveri ha infatti confermato di conoscere Nino Merlino (l’esecutore materiale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano), autotrasportatore che si occupava di smaltimento del pastazzo, lo scarto di lavorazione degli agrumi. Ha anche detto che il settore “era di Ciccio Foti, che si lamentava che glielo volevano togliere”. A precisa domanda di Repici, Gullo ha però detto di non sapere cosa sia la Candith Fruct. Si tratta cioè dell’impresa il cui titolare proprio qualche giorno fa ha denunciato un atto intimidatorio di chiara natura estorsiva: uscendo di casa ha trovato di fronte la porta una bottiglia incendiaria con due proiettili. Solo due giorni fa i Carabinieri, inoltre, hanno arrestato Salvatore Crinò, un camionista barcellonese con qualche precedente alle spalle, sorpreso a smaltire irregolarmente il pastazzo nei dintorni di Barcellona. Il pastazzo è, come il business dei rifiuti e del movimento terra, in mano ai clan della zona tirrenica. In particolare a quello dei mazzarroti, almeno nel decennio scorso. Lo ha svelato l’inchiesta Vivaio, che documenta il totale controllo di Calabrese nel settore, in particolare sulla Pectine Industrie, che ha uno stablimento a Giammoro. L’azienda è la sola in Italia che produce la pectina, il gelificante natura impiegato sia nell’industria farmaceutica che in quella alimentare. Tra le altre, fornisce anche la barcellonese Candit Fruct. Anche la Pectine subì, nel giugno 2006, un atto intimidatorio. Una ventina di giorni dopo presero il via le intercettazioni dei carabinieri sulla linea di Tindaro Calabrese, che svelarono gli stretti contatti tra il boss e uno dei dirigenti dell’impresa. In un’occasione, Bottaro (assessore all’ambiente di Pace del Mela) chiese a Calabrese informazioni sulla possibilità di acquistare il capannone di una ditta, di cui lo stesso boss è socio. In altre conversazioni, Calabrese raccontò di vantare crediti non ancora saldati dalla Pectine, di circa 50 mila euro. Il credito venne poi saldato e per tutto il tempo l’impresa si servì dei mezzi di Calabrese per il trasporto del pastazzo. A Calbrese subentrò la ditta di Carmelo Trifirò di Terme Vigliatore: alla guida dei mezzi c’era sempre lo stesso camionista, Thomas Sciotto, alle dipendenze dell’impresa precedente. Secondo gli investigatori anche questa seconda impresa è cosa di Calabrese. Lo dimostrerebbero i continui contati telefonici tra lo stesso boss,Trifirò e Sciotto. Trifirò, a sua volta, era subentrato a Triolo. I tre, secondo quanto raccontato dallo stesso Bottaro ai carabinieri, sono collegati. Per gli investigatori non è ancora chiaro perché gli imprenditori cambiassero quasi ogni anno, almeno formalmente, il rapporto con l’industria milanese. Piu’ chiaro, invece, che il trasporto fruttava loro almeno 209 mila euro l’anno, senza contare quel che il trasporto costava agli allevatori. In pratica, il trasporto del pastazzo finiva per costare sia alla Pectine che agli allevatori, costituendo una sorta di tassa fissa per l’impresa, mascherata formalmente sotto forma di rapporto commerciale. Rapporto del quale Calabrese aveva l’esclusiva in provincia di Messina. Un altro episodio captato dai carabinieri è particolarmente siginificativo risale al 2007: stavolta sono gli stessi dirigenti dirigenti i dell’industria milanese a cercare il boss, pressati dall’urgenza di smalitre l’eccedenza di pastazzo. Come? Trasformando il territorio di Mazzarà in una discarica a cielo aperto dove occultare i residui degli agrumi. Quando l’industria si ingolfava, quindi, anziché smaltire, si scaricava direttamente in terra, magari in siti precedentemente “attrezzati” da Calabrese. Gullo è poi tornato su un’altra “esclusiva” di Calabrese, cioè i rapporti con i palermitani Salvatore e Alesandro Lo Piccolo, i luogotenenti di Bernardo Provenzano arrestati dopo molti anni di latitanza nel novembre 2007. Un rapporto sul quale aveva riferito in una recente udienza del processo Vivaio e sul quale prima di lui aveva riferito soprattutto Francesco Franzese, ex killer al soldo anche dei tortoriciani, all’epoca della faida degli anni ’90. Franzese venne catturato nell’agosto precedente, e le sue dichiarazioni furono fondamentali per chiudere il cerchio intorno ai Lo Piccolo. Raccontò della latitanza dei palermitani nel messinese, a Portorosa, con l’appoggio proprio di Tindaro Calabrese. Circostanza confermata da Gullo, che racconta di averne discusso in carcere con altri affiliati. Infine Gullo, incalzato ancora una volta da Repici, racconta di un viaggio a Milano, del quale ha riferito nei verbali rilasciati agli investigatori, su mandato dei barcellonesi. “Dovevamo comprare armi al mercato ortofrutticolo di Milano, era un contatto (quello milanese ndr) che avevano già Sam Di Salvo e gli altri”. Su chi avesse messo in contatto Di Salvo con i milanesi del mercato ortofrutticolo, però, l’ex meccanico di Oliveri preferisce tacere. di Alessandra Serio – normanno.com