BARCELLONA P. G., LA SENTENZA: Pene tra i sei e i cinque anni a quattro imputati della "Gatto". Condannati Carmelo Vito Foti, Alesci Lo Presti, Isgrò e Cattafi

20 marzo 2012 Cronaca di Messina

Sono stati tutti condannati i quattro imputati superstiti coinvolti nell’operazione “Gatto”, una delle prime maxi inchieste sul racket delle estorsioni compiuta a metà degli anni 90 dai carabinieri della compagnia di Barcellona e che portarono all’arresto di ben otto persone che avrebbero esercitato pressioni su un imprenditore per costringerlo a pagare il pizzo. Ieri pomeriggio i giudici del Tribunale di Barcellona, presidente Maria Celi, componenti Sara D’Addea e Francesco Catanese, hanno condannato a 6 anni e 6 mesi ciascuno di reclusione e al pagamento di una multa di 2.500 euro a testa, perché riconosciuti colpevoli di estorsione in concorso, il boss barcellonese Carmelo Vito Foti 44 anni, attualmente rinchiuso in carcere per la condanna definitiva per mafia in Mare nostrum e per l’operazione Pozzo II; l’ex dipendente assenteista del Comune di Barcellona, Antonino Alesci Lo Presti 44 anni e il pastore furnarese Antonino Isgrò 61 anni. Il quarto imputato, Santo Antonino Cattafi 44 anni di Terme Vigliatore, attualmente in carcere per traffico di ingenti quantitativi di droga, è stato invece condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione, con il riconoscimento delle attenuanti generiche e al pagamento di una multa di 1.200 euro. Il Tribunale ha escluso la contesta aggravante delle modalità di tipo mafioso. Sostanzialmente tutte accolte le richiesta avanzate nell’udienza dello scorso 2 marzo dal pubblico ministero Fabio Sozio che aveva chiesto per tutti gli imputati la condanna a 7 anni di reclusione ciascuno e al pagamento di una multa di 2 mila euro a testa. Degli otto indagati iniziali accusati di estorsione aggravata in concorso e per un secondo reato di tentata estorsione, solo i quattro condannati ieri furono rinviati a giudizio; mentre altrettante persone erano state prosciolte. L’operazione “Gatto”, così battezzata perché indicava l’abilità da felino dimostrata da Carmelo Vito Foti sfuggito – lanciandosi dal terzo piano della sua casa – alla cattura del 6 giugno del 1994 per l’operazione antimafia “Mare nostrum”, era scattata per le estorsioni compiute per finanziare la latitanza. Infatti la vittima presa di mira, un autotrasportatore Giuseppe Montensanto che risiedeva a Furnari, stanco di sopportare le pressioni per le richieste di denaro denunciò l’estorsione e consentì ai carabinieri di preparare la trappola per l’arresto di Foti. Fu così che il 28 marzo del 1995, quando Carmelo Vito Foti ancora latitante, aiutato dai complici, si presentò a casa della vittima per riscuotere altri soldi per conto di un vivaista che asseriva di vantare un credito, trovò ad attenderlo i carabinieri che misero fine alla latitanza durata quasi un anno. Solo ieri a distanza di ben 17 anni è stata pronunciata la sentenza di primo grado e questo solo perché l’indagine sarebbe stata “dimenticata” nei cassetti della Procura di Barcellona durante la precedente gestione degli uffici giudiziari. Hanno difeso gli avv. Pinuccio Calabrò, Tommaso Calderone, Bernardo Garofalo e Gaetano Pino. Per la stessa vicenda, nella fase dell’udienza preliminare erano già stati prosciolti da ogni accusa, gli altri quattro indagati. Si trattava di Vincenzo Maiorana 56 anni, Domenico D’Angelo 40 anni, Giuseppe Barresi 45 anni e Giuseppe Carmelo Benenati 49 anni, tutti di Barcellona. Per questi ultimi quattro imputati il proscioglimento è stato deciso con le formule “per non aver commesso il fatto e perchè, il fatto non costituisce reato”. Era stato Santi Antonino Cattafi – secondo le indagini – a rivolgersi ai coimputati per recuperare il credito che l’uomo asseriva avesse maturato il padre vivaista. Il gruppo dei barcellonesi, pur di farsi consegnate la somma di 3 milioni e 700 mila lire dalla vittima (che però poi si rivolse ai carabinieri), non avrebbe esitato a far recapitare una bottiglia piena di benzina ed alcune cartucce fatte ritrovare sul cofano dell’auto del debitore. Leonardo Orlando – GDS