MESSINA, IL PROCESSO SISTEMA: Le deposizioni dei pentiti Santo Lenzo e Santo Gullo. «Il boss Lo Piccolo fu "ospite" a Portorosa». Carmelo D'Amico si mise in testa di "stringere" i vecchi capi ed «era disposto a fare la guerra»

Il sistema delle buste truccate per aggiudicare gli appalti alle ditte mafiose nell’intera provincia. Il boss palermitano Sandro Lo Piccolo, il figlio di Salvatore, «ospite» a Portorosa ovviamente da latitante perché aveva stretto un patto di ferro con i boss Calabrese e D’Amico. La guerra di mafia che sarebbe potuta scoppiare a Barcellona quando proprio D’Amico si mise in testa di «stringere» i vecchi capi («… era disposto a fare la guerra se avessero fatto resistenza…»), che non reagirono perché «il gruppo D’Amico era più forte a livello di gruppo capace a sparare», fatto questo che in pratica, dopo la mancata reazione dei “vecchi”, portò alla “tripartizione” della famiglia mafiosa barcellonese: vecchia guardia capeggiata da Rao, gruppo D’Amico, gruppo dei Mazzarroti con Calabrese. E poi il «disordine» dopo l’arresto di Di Salvo, quando «… intanto ci hanno tolto gli stipendi a tutti… chi arrivava prima prendeva». L’udienza fiume del processo d’appello “Sistema” per sentire i due pentiti Santo Lenzo e Santo Gullo ieri è finita che erano quasi le otto di sera, ed era cominciata ben cinque ore prima, alle tre del pomeriggio. È andata avanti in maniera serrata, senza soste. Lenzo ha risposto in aula con la sua solita voce rauca condendo per la verità il tutto con molti «non ricordo», visto che il primo verbale lo riempì nel 2002 davanti all’allora sostituto della Dda Ezio Arcadi, Gullo invece ha raccontato la sua verità piena di dettagli in videoconferenza. E ne hanno dette di cose, anche a prescindere dal “nodo” del processo, e cioé se l’architetto ed ex politico barcellonese Maurizio Marchetta, divenuto teste di giustizia, l’accusatore dei due boss alla sbarra per estorsione ai suoi danni in questo processo, Carmelo Bisognano e Carmelo D’Amico, sia o no da considerare “vicino” al boss barcellonese Salvatore “Sem” Di Salvo, così come sostiene per esempio lo stesso boss, oggi pentito, Bisognano, una teoria contrastata con tutte le forze dallo stesso Marchetta. Lenzo e Gullo sono stati sottoposti a una lunga serie di domande, anche con qualche momento di aspra polemica stoppata dal presidente Attilio Faranda, prima dal sostituto procuratore generale Salvatore Scaramuzza, quindi dall’avvocato Ugo Colonna che assiste Marchetta come parte civile, poi dal difensore di D’Amico, l’avvocato Giuseppe Lo Presti, e da quelli di Bisognano, Maria Cicero e Fabio Repici. Quando tutto è finito l’udienza è stata aggiornata all’11 giugno prossimo, per sentire in aula il padre e il fratello dell’architetto Marchetta. Il punto nodale della deposizione di Lenzo è stata la storia dell’appalto di Floresta e del presunto coinvolgimento della ditta dei Marchetta con relativo pagamento al ribasso e non a “tangente piena” perché amici dei Barcellonesi, condita con le diverse interpretazioni date dagli avvocati: ci sarebbe stato in pratica, almeno per quanto ha detto Lenzo e in base ai suoi precedenti verbali, anche adoperati in contestazione dal sostituto pg Scaramuzza e dall’avvocato Colonna, un contatto con Cosimo Scardino che avrebbe portato due milioni di lire a Lenzo per questo appalto da parte dell’impresa dei Marchetta, e gli avrebbe anche detto «questo è un amico nostro». Denaro che poi Lenzo avrebbe “girato” al gruppo mafioso tortoriciano dei Bontempo Scavo (era Lenzo il “reggente” quando il capostipite Cesare era in carcere, ma non andava affatto d’accordo con il fratello di Cesare, Vincenzo, e con suo nipote Rosario, anzi a un certo punto era convinto che i due volessero ucciderlo). Secondo l’avvocato Colonna su questi passaggi ci sarebbero divergenze, una difformità sulla posizione di Marchetta se si confrontano le dichiarazioni rilasciate quando Lenzo cominciò la collaborazione e poi, più di recente, quando nel luglio del 2010 è stato sentito in ambito di indagini difensive dagli avvocati di D’Amico e Bisognano. Ma empre su questo punto l’avvocato Cicero ha riletto un lungo passaggio di un verbale di Lenzo che a suo tempo, eravamo nel 2002, fece l’elenco completo delle imprese che lavoravano nella zona, distinguendole in varie categorie, e tra le imprese “amiche ” avrebbe inserito anche quella dei Marchetta. Lenzo ha parlato di tanto altro, è tornato indietro nel tempo addirittura fino agli ormai “storici” accordi di Polverello, quando il boss Sebastiano Rampulla, “u zu Bastianu”, che rappresentava Cosa nostra («… era amico loro e amico nostro») in provincia di Messina, chiamò tutti i capi («… “Sem” e Rampulla mi chiamarono …»), per finirla lì con i dissidi e inaugurare una nuova stagione di “pace” lungo tutta la fascia tirrenica. Tornando al tema estorsioni Lenzo a modo suo ha dato anche una possibile lettura del perché sarebbe morto Mimmo Tramontana (Ricorda casi in cui dopo i colloqui con le ditte Di Salvo rimaneva all’oscuro?, risposta: «Tramontana, qualche volta»). Poi è toccato a Gullo. Ed è stato molto puntuale nel riferire parecchie cose. Per esempio il sistema delle “buste” adoperato dalle imprese mafiose per vincere gli appalti pubblici nei comuni “di riferimento” («… c’è sempre stato»), vale a dire «Oliveri Falcone e Mazzarrà… parlavano col tecnico, si mettevano d’accordo con lui… quando non c’era il tecnico si portavano tante buste e chi vinceva lo dava in subappalto». E si facevano «regali sostanziosi ai tecnici comunali». Ha poi citato alcune ditte «vicine a “Sem” Di Salvo» per esempio «Marchetta, Calabrese, Aquilia, Greco, Cirillo», oppure ha detto di Marchetta (lo conoscevo «… di nome si, di fatto non lo conosco»), che «… se ha pagato ha pagato a Di Salvo, che era socio con lui». Ha citato poi il caso di un’estorsione a Falcone, un lavoro privato di «4 o 5 appartamenti», con una ditta («… Sofia, socio di Marchetta») che «… ha pagato regolarmente». Ha parlato anche della “tripartizione” che si verificò in un determinato momento storico, intorno al 2006, tra vecchia mafia barcellonese, gruppo D’Amico e gruppo dei Mazzarroti (almeno stando ai flussi di pagamento delle estorsioni, e «Bisognano rimase con i vecchi… Calabrese mi disse “mi raccomando non gli dare spazio”»), questo perché il boss D’Amico si mise in testa di «stringere» i vecchi capi («… era disposto a fare la guerra se avessero fatto resistenza…»), che non reagirono perché «il gruppo D’Amico era più forte a livello di gruppo capace a sparare». D’Amico «li cominciò a stringere, gli aveva detto che io facevo parte del suo gruppo, io gli dissi si ma gli dissi che stava commettendo un errore». E ha parlato anche della latitanza del boss palermitano Sandro Lo Piccolo a Portorosa («è stato ospite»), per accordi precisi assunti in precedenza dal boss Tindaro Calabrese, che si sarebbe recato personalmente a Palermo, quindi secondo Gullo si creò poi un’alleanza Lo Piccolo-Calabrese-D’Amico, mentre «… i vecchi avevano altri agganci». Altri due passaggi: Gullo avrebbe riferito di una “voce” sentita in carcere secondo cui il boss Di Salvo una volta uscito dal carcere avrebbe portato la somma di 20.000 euro a Marchetta, e poi incalzato dall’avvocato Repici ha fatto due nomi diversi rispetto all’organigramma degli affiliati alla famiglia mafiosa barcellonese che ha più volte riferito, quelli di «Mario Milici» e «Francesco Cambria». NUCCIO ANSELMO – GDS

La vicenda
Il “Sistema” fu svelato dall’imprenditore barcellonese Maurizio Sebastiano Marchetta, architetto molto noto a Barcellona e anche in passato vice presidente del consiglio comunale per An. Nel gennaio 2009 Marchetta divenne testimone di giustizia, raccontò tutto quello che era stato costretto a subire, tra attentati e tangenti, per poter eseguire alcuni appalti in Sicilia tra la metà degli anni ’90 e il 2008. Dopo le sue rivelazioni il sostituto della Dda Giuseppe Verzera e il collega della Procura di Barcellona Francesco Massara formalizzarono una serie di richieste d’arresto tra gli altri per Carmelo Bisognano, capo del clan dei “Mazzarroti” e per Carmelo D’Amico, indicato come uno dei boss del clan dei barcellonesi. I due imputati di questo processo d’appello.