MESSINA: Non violato il principio dell'anonimato. Sono regolari i test di Medicina e chirurgia. «Il procedimento nel suo complesso è corretto». I legali dei 56 ricorrenti: «Andremo in appello»

20 marzo 2012 Cronaca di Messina

I test del 2011 per l’ammissione alla facoltà di Medicina e Chirurgia sono regolari. Nessuna violazione dell’anonimato è stata compiuta dai commissari dell’Università. A stabilirlo è stata la Terza sezione del Tar di Catania presieduta dal dottor Calogero Ferlisi che ha respinto due ricorsi (di 55 studenti più uno), ritenendoli “privi di giuridico fondamento” e osservando che “il procedimento seguito dall’Università di Messina appare nel suo complesso corretto”. Una sentenza che quindi, almeno per il momento, fuga i dubbi sull’operato dei commissari di quest’anno dopo le tante polemiche scaturite negli ultimi mesi e soprattutto dopo che nel 2008 il Tar aveva evidenziato la violazione del principio dell’anonimato. Come benzina sul fuoco era poi arrivato il furto delle brutte copie, scomparse dagli uffici dell’Ateneo nei mesi scorsi. Il Collegio facendo riferimento ad una sentenza del Consiglio di Stato, sez V, in sede di prove di esame per l’accesso a posti di pubblico impiego osserva che «il principio dell’anonimato delle prove scritte non può essere inteso in modo tassativo e assoluto, tale da comportare l’invalidità delle prove ogni volta che sussista un’astratta possibilità di riconoscimento». Il Tribunale nella sentenza ribadisce che il ricorso è da ritenersi infondato, in quanto, alla stregua degli atti acquisiti si evince che nessuna irregolarità sostanziale si è verificata in relazione agli invocati principi di trasparenza e anonimato della selezione. I giudici prendono in esame l’iter della consegna dei compiti, i tempi di consegna al Cineca per le correzioni, il codice identificativo del candidato che affermano la Commissione aveva il dovere di accertare per avere la sicurezza che ciascun candidato consegnasse il proprio compito, ossia la medesima scheda quiz ricevuta al momento del suo ingresso nella sede della prova. Tutto questo, osservano i giudici amministrativi anche per evitare episodi di fraudolenta sostituzione di schede come testimoniato dalle cronache di qualche anno addietro. L’Università di Messina e il Ministero dell’Università sono stati difesi dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato – sede di Catania. Il Collegio poi per quanto riguarda lo scorrimento della graduatoria per la copertura di tutti i posti disponibili, anche quelli destinati agli extracomunitari, ha ribadito il principio e quindi il dovere dell’Università di assegnare i posti scorrendo la graduatoria ma afferma che “nessuno dei ricorrenti si colloca in graduatoria in posizione tale da potersi ragionevolmente ritenere abbia diritto allo scorrimento”. La richiesta quindi è stata ritenuta inammissibile per difetto di interesse. Una sentenza che non ha convinto i due legali dei 56 studenti ricorrenti, Santi Delia e Michele Bonetti, che hanno già annunciato l’appello. «Non siamo soliti commentare le sentenze di primo grado – sottolineano – ma, ove vi siano i presupposti, appellarle ed ivi spiegare le ragioni del nostro dissenso. In questo caso, tuttavia, le ragioni che ci hanno già convinto ad annunciare l’appello avverso la sentenza del Tar e prendere posizione sul comunicato stampa diramato dall’Ateneo, sono dovute ad una errata ricostruzione dell’operato della commissione in punto di fatto, su cui è basato l’intero iter argomentativo di cui in sentenza. Il Tar, infatti, ha ritenuto corretto l’operato dei commissari assumendo che questi si siano limitati a verificare la concordanza dei codici (segreti) attribuiti ai candidati senza avere contezza delle generalità degli stessi come visibile dalla “finestra trasparente” delle due buste contenenti, rispettivamente, il foglio risposte e quello anagrafica (contenente l’abbinamento di nome e codice). Se così fosse stato, tuttavia, nessuno degli studenti avrebbe lamentato così gravi violazioni del principio dell’anonimato. Sono gli stessi verbali di concorso, invece, a chiarire che i commissari hanno non solo controllato “la concordanza tra numero seriale del compito e numero seriale della scheda anagrafica” ma hanno, altresì, verificato “la concordanza tra i dati contenuti nella scheda anagrafica e il documento di identità del candidato”. Tale verifica è possibile solo esaminando l’intero foglio anagrafica e non solo il codice segreto visionabile dalla finestra trasparente. Siamo rammaricati, inoltre, del fatto che il Tar abbia omesso di chiarire le conseguenze sulla validità della prova con riguardo alla sparizione dei plichi. In merito al tenore del comunicato dell’Ateneo, invece, non riusciamo a comprendere per quale ragione si continui a difendere questo metodo. A nostro parere, infatti, la difesa di un metodo astrattamente idoneo a violare le garanzie di segretezza concorsuali con conseguente identificazione e abbinamento dei compiti ai candidati non può giovare all’Ateneo e alla sua immagine. Il Consiglio di Stato (parere n. 3672/11) ci ha già dato ragione per 11 studenti, ritenendo “sufficiente la mera, astratta possibilità dell’avverarsi di una tale evenienza” e ora andremo proprio in appello per colpire non l’Università di Messina ma il metodo che propina da dieci anni a questa parte». MAURO CUCE’ – GDS