MESSINA: Il lido balneare del clan. Il "reggente" Tibia condannato a 3 anni

24 marzo 2012 Cronaca di Messina

Condanne lievi con l’esclusione dell’aggravante mafiosa, ma confisca di tutti i beni. Ecco la sentenza giunta nella tarda serata di ieri davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale per Luigi Tibia, la moglie Maddalena Cuscinà e per quello che viene considerato il loro prestanome, Edoardo Puglisi. I tre erano accusati d’intestazione fittizia di beni, con l’originaria aggravante di avere favorito il clan mafioso del rione Giostra, aggravante non sussistente secondo il Tribunale del Riesame e ieri esclusa anche dai giudici in sentenza. Le pene decise: 3 anni di reclusione a Tibia, 2 anni alla Cuscinà e a Puglisi. ll sostituto procuratore della Dda Fabio D’Anna, che con la collega della Procura ordinaria Maria Pellegrino condusse l’inchiesta, aveva richiesto in requisitoria la condanna a 4 anni per Tibia, a 3 per gli altri due. Il collegio di difesa è stato composto dagli avvocati Salvatore Silvestro, Francesco Traclò, Pietro Luccisano e Nino Cacia. Sempre in sentenza il collegio presieduto dal giudice Salvatore Mastroeni ha deciso la confisca di tutti i beni che i carabinieri avevano in precedenza sequestrato, in concreto il lido “Il Pilone” e le attività commerciali “C.M. Supermercati” ed “Euro Giochi”, (un supermercato e una serie di macchine videopoker) riconducibili proprio a Tibia, che è nipote del boss mafioso del rione Giostra, Luigi Galli. Nel luglio scorso dopo un’indagine patrimoniale dei carabinieri Tibia e Puglisi erano finiti in carcere, la moglie ai domiciliari. L’intestazione fittizia sarebbe stata realizzata proprio per evitare la confisca di beni. Ai primi di agosto il Tribunale del Riesame aveva confermato la detenzione in carcere per Tibia e gli arresti domiciliari per la moglie Maddalena Cuscinà, mentre aveva concesso gli arresti domiciliari a Edoardo Puglisi (in seguito a Tibia il gip Arena aveva concesso i domiciliari). Per tutti e tre aveva poi “annullato” l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa.(n.a.)