IL PROCESSO: Il pm, 'Chi uccise Lea Garofalo merita l'ergastolo'. In 14 ore di requisitoria il dott. Tatangelo ha ricostruito la terribile vicenda della testimone di giustizia

28 marzo 2012 Mondo News

PETILIA POLICASTRO – Sei ergastoli ha chiesto il pubblico ministero Marcello Tatangelo per Carlo Cosco e gli altri cinque imputati dell’omicidio di Lea Garofalo. Il pm ha proposto ai giudici della Prima Corte d’Assise di Milano di condannare alla pena massima i presunti colpevoli della morte della 36enne testimone di giustizia di Petilia Policastro che sarebbe stata assassinata e poi sciolta nell’acido, «Questi vigliacchi – ha sottolineato il pubblico ministero – si sono messi in sei per uccidere una donna indifesa». «Date giustizia – ha esortato il pm rivolto ai giudici – a questa donna, a lei e a chi la piange, perché i colpevoli sappiamo chi sono». Mentre Tatangelo incalzava con la sua dura requisitoria su un telone scorrevano alcune immagini di Lea Garofalo. «Condannateli alla pena giusta – ha ripetuto il rappresentante della pubblica accusa – alla pena che meritano. Non la sconteranno, ed è giusto, perché la Costituzione non lo prevede, ma sconteranno diversi anni in carcere e chissà se gli verrà un minimo di rimorso che mai hanno avuto in questo processo». Il pm non ha davvero fatto sconti ed ha chiesto a giudici di non concedere le attenuanti ad alcuno degli imputati «anche se certi sono incensurati». «Chi non ha premuto il grilletto – ha sostenuto ancora Tatangelo – non è migliore degli altri e non può differenziarsi in un delitto orrendo come questo, caratterizzato da crudeltà inumana e pervicacia». «È orrendo – ha sottolineato il magistrato – pensare a una donna indifesa, legata, torturata, a cui hanno sparato in testa». «È orrendo – ha proseguito ancora il pm, – pensare a un padre che sfrutta il desiderio della figlia di avere una felpa». Nella sua requisitoria, durata oltre 14 ore, il magistrato ha sostenuto che Carlo Cosco riuscì a invitare Denise e Lea a Milano quei giorni di novembre del 2009, facendo leva sul fatto di acquistare dei vestiti alla figlia. «Quella di andare a Milano dall’ex compagno – ha poi osservato il pm riguardo a Lea – è stata una decisione sbagliata, ma come tutte le decisioni prese da Lea nella sua vita è stata una scelta fatta per il bene e nell’interesse di sua figlia». Il pm ha mostrato in aula le immagini delle telecamere in zona corso Sempione-Arco della Pace a Milano, che ripresero «gli ultimi istanti documentati dell’esistenza in vita di Lea». La donna, infatti, quella sera del 24 novembre 2009, salì per il Pm sull’auto dell’ex compagno con cui, dopo anni e anni, «aveva cercato un contatto pensando che se magari avesse abbassato la testa, forse lei avrebbe potuto continuare a vivere accanto a sua figlia». Da quella sera di Lea non si è saputo più nulla. La donna, in quei giorni era già fuori dal programma di protezione (aveva deciso di uscirne nella primavera 2009). Per il pm, Cosco aveva programmato il sequestro e l’omicidio con «diabolica lucidità». «Ci aveva già provato – ha aggiunto tatangelo – sei mesi prima a Campobasso». Carlo Cosco e il fratello Giuseppe, secondo il pm, volevano ammazzare Lea e farla sparire soprattutto perché sapeva e aveva parlato con gli inquirenti «di un omicidio avvenuto nel 1995»: l’esecuzione del boss Antonio Comberiati, ucciso a colpi di pistola a Milano, nel cortile di via Montello 6, storico quartier generale dei Cosco. «Certo – ha chiarito il pm, – che Lea ha sopravvalutato se stessa quando è andata a Milano con la figlia, ma immaginate voi una madre che non ha soldi per comprare un vestito alla figlia, che è terrorizzata, fragile e che sta cercando di salvarsi a suo modo dall’ex compagno. Ha agito ancora per il bene della figlia». L’ex compagno della vittima, Carlo Cosco, 42 anni (difeso dall’avv. Daniele Sussman) è accusato di aver organizzato il piano già nel 2001 e di averlo realizzato il 24 novembre del 2009. Massimo Sabatino (39 anni), e Carmine Venturino (34 anni, difeso dagli avvocati Pietro Pitari e Francesco Garofalo) sono accusati di aver sequestrato Lea con la complicità di due albanesi non meglio identificati; i fratelli di Carlo, Giuseppe Cosco detto Smith( 48anni, difeso dagli avvocati Maira Capucci e Guarito) e Vito Cosco, detto Sergio (assistito dagli avvocati Francesco Garofalo e Pietro Pitari), invece, l’avrebbero interrogata, torturata e uccisa con un colpo di pistola alla testa; e, infine, Rosario Curcio (36 anni, difeso dall’avvocato Salvatore Staiano), ne avrebbe sciolto il corpo nell’acido. Ad ascoltare la requisitoria del pm, nascosta per ragioni di sicurezza in un corridoio tra l’aula e la Camera di consiglio, c’era anche Denise, oggi ventenne, figlia di Lea e di Carlo Cosco. La giovane, parte civile nel processo contro il padre, teste fondamentale dell’accusa, è assistita dagli avvocati Enza Rando e Ilaria Ramoni. Rappresenta la sorella di Lea, Marisa Garofalo e la madre Santina Miletta l’avvocato Roberto D’Ippolito, mentre l’avvocato Maria Rosa Sala difende il Comune di Milano, anch’esso parte civile. Carmelo Colosimo – GDS