LA STORIA, 300 ANNI DOPO…: La Chiesa, l'Ici e la controversia liparitana di Leonardo Sciascia

28 marzo 2012 Culture

La Chiesa, dunque, pagherà il suo «balzello», l’Ici, sugli immobili di sua proprietà dove si esercita un’attività commerciale. È una conquista di oggi, alla quale, per la verità, nessuno si è opposto, e l’atteggiamento è indice di quanto abbia fatto passi avanti il senso comune del dovere, rispetto al tempo di «guarentigie» che proteggevano taluni diritti che proprio tali non erano. Viene in mente il caso della «controversia liparitana» della «apostolica legazia», argomento sul quale Leonardo Sciascia scrisse una divertente e amara «recitazione» («Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.», Torino, 1969), dedicandola ad Alexander Dubcek per il tema particolare della scomunica comminata da uno Stato despota a un suo dipendente ribelle. E Dubcek, in quegli anni, era stato scomunicato nella Russia Sovietica di fine 1960 per l’alone di libertà che aveva sparso per la Cekoslovacchia. La storia alla quale risale la «operetta» di Sciascia è invece di inizio 1700 e riporta a un conflitto fra Stato e Chiesa a causa di un «balzello», un tributo, che gli «offiziali», detti volgarmente «catapani», del Vicerè don Antonio Spinola Colonna intimavano di pagare al vescovo di Lipari, Nicolò Maria Tedeschi, per un commercio di ceci che per suo conto si stava svolgendo sull’isola. Ragion per cui il vescovo scomunicò Giò Battista Tesorieri e Giacomo Cristì, i due ufficiali, ma ne vennero dispute infinite sull’autonomia del vescovo nei confronti del re, con relativa immunità anche in materia daziaria, e sulla legittimazione del vescovo a infliggere scomuniche, che invece sarebbe stata di esclusiva competenza del papa. La controversia, occupò per oltre un decennio il fior fiore del pensiero politico e giuridico del regno, di Palermo in particolare, con il dibattito di tesi contrapposte che il canonico Mongitore raccolse in un «diario» cui attinse Leonardo Sciascia. Da una parte si sosteneva che «Il vescovato di Lipari non è soggetto alle leggi del regno di Sicilia, per il fatto stesso che la sua nomina è di competenza pontificia, unica eccezione tra tutti i vescovati siciliani», dall’altra che «la pretesa è da considerare particolarmente sediziosa» ragion per cui il Vicerè incontrerà il Vescovo di Lipari «in stato di arresto»: «Fatelo immediatamente prendere». Il coinvolgimento fu generale: tutti gli altri vescovi della Sicilia, il Papa direttamente, Clemente XI, gli altri viceré succeduti allo Spinola, con scomuniche e interdetti da entrambe le parti, che accesero sempre di più la «controversia». Bastò un pugno di ceci ad aprire un contenzioso secolare sulle spettanze di uno Stato laico da parte della Chiesa, un’autentica rivoluzione, allora, che causò persino alla decapitazione dell’illuminista avv. Paolo di Blasi, e con l’arrivo a Palermo persino di una «armata dei mari», che era quella spagnola, a favore del re, ma che non era quello di Napoli, bensì Filippo V che approfittava dell’occasione tentando di riprendersi il possesso della Sicilia. Tutto per colpa di quel «balzello» contestato, se fosse giusto o no che la Chiesa pagasse allo Stato per l’esercizio delle sue attività commerciali. E bisognava aspettare fino a Mario Monti e Tarcisio Bertone, esattamente trecento anni, per chiarire ogni cosa, con buona pace di tutti! MELO FRENI – GDS