MESSINA: La mafia catanese aveva messo le mani sul cantiere di Fondo Basile. L'occupazione degli alloggi: gran parte degli abusivi risulta essere residente in altre zone!

28 marzo 2012 Cronaca di Messina

L’impresa che ha realizzato la palazzina di Fondo Basile, non completandola, non riconsegnandola all’Iacp e lasciandola alla mercé degli occupanti abusivi, non è sotto curatela fallimentare. I problemi non sono economici-finanziari ma di ben altra natura. La Cogefin Srl di Catania, operante nel settore edile, dell’impiantistica e del movimento terra, è tra le ditte sequestrate dal Gico della Guardia di finanza nell’ambito della maxioperazione antimafia condotta nello scorso mese di dicembre dalla Procura etnea nei confronti dell’imprenditore Emanuele Caruso, 44 anni, accusato di essere legato al clan Santapaola. È un chiarimento obbligatorio per far capire su quale sdrucciolevole terreno spesso ci si muova, nel campo degli appalti pubblici. La società a responsabilità limitata, facente parte del presunto patrimonio mafioso, è oggi sotto amministrazione giudiziaria ma l’Iacp ha avviato le procedure per la rescissione definitiva del contratto (in danno), in modo da consentire l’ultimazione delle opere che mancano, tra cui la sistemazione esterna delle aree, e la riparazione degli eventuali danni subiti dagli appartamenti in queste settimane di occupazione. L’Istituto autonomo case popolari si è trovato, dunque, a gestire una “patata bollente” che nessuno all’inizio avrebbe potuto mettere in conto. L’abbandono del cantiere, a seguito dell’inchiesta catanese, ha costretto l’Iacp a tamponare le falle, provvedendo a proprie spese al servizio di guardiania che, purtroppo, non è riuscito a evitare l’occupazione definitiva della palazzina, anche per il mancato intervento degli aiuti richiesti durante l’ormai tristemente famosa serata dell’incagliamento del cargo Rubina tra gli scogli di Ganzirri. Il commissario Venerando Lo Conti, e la dirigente Maria Grazia Giacobbe, ribadiscono che l’Iacp non poteva fare di più di quello che è stato fatto. E se è vero che la situazione è degenerata, è anche vero che il caso di Fondo Basile può diventare oggi un esempio che servirà da deterrente per l’intera città. Gli alloggi saranno liberati, su questo non sembrano esserci più dubbi. È stato deciso durante la seduta del Comitato per l’ordine pubblico presieduto dal prefetto Francesco Alecci: non la si può dare vinta a chi, trincerandosi dietro lo “stato di necessità”, ha violato tutte le regole sulle quali dovrebbe basarsi la convivenza civile. Anche se alcune sentenze sembrano aver dato ragione agli abusivi, non si può ignorare il fatto che l’occupazione indebita di alloggi pubblici, oltretutto spettanti agli aventi diritto, resti un reato amministrativo e che gli occupanti (che oltretutto risultano essere residenti altrove) non possono rimanere in case che non sono state a loro assegnate. È loro interesse, dunque, lasciare le abitazioni spontaneamente (senza dover ricorrere all’uso della forza pubblica), per scongiurare ulteriori conseguenze negative e per non perdere definitivamente il diritto a essere inseriti nelle graduatorie per l’assegnazione di nuovi alloggi. Il futuro del risanamento è stato scritto proprio qui, nel cuore di Giostra. È come se fosse stato posto un punto invalicabile. Oltre non si può più andare. Se non verranno dati segnali forti, meglio rinunciare a qualunque ulteriore atto, a qualsiasi progetto di nuove costruzioni edilizie, allo sperpero di risorse pubbliche destinate a opere che diventano terra di nessuno. Il risanamento di fatto è finito, lo si va ripetendo da tempo. È finito per mancanza di risorse (la Regione non dà più un euro e quando si parla di coinvolgimento di capitali privati, si fa soltanto pura teoria), è finito per le squallide speculazioni clientelari ed elettoralistiche sulle quali certi politici, amministratori e consiglieri hanno costruito le loro carriere, è finito perché l’analisi costi-benefici è assolutamente impietosa. Non conviene più realizzare palazzine che costano il quadruplo di quanto servirebbe per ristrutturare edifici che cadono a pezzi o per ricostruire zone fortemente degradate del centro e delle periferie a ridosso della città. I meccanismi introdotti dalla legge 10 del 1990 oggi sono solo pezzi di “modernariato”, vecchi arnesi da rottamare. Si deve ripartire da zero, immaginando anche su questo fronte nuovi modelli di sviluppo urbano e socio-economico. LUCIO D’AMICO – GDS