GIUSTIZIA E' FATTA: Sei ergastoli per l'omicidio di Lea Garofalo. L'accusa: la testimone di giustizia sequestrata a Milano, poi uccisa e sciolta in 50 litri d'acido a Monza

31 marzo 2012 Mondo News

Sei ergastoli per l’omicidio di Lea Garofalo. Erano da poco passate le 16 quando Anna Introini aveva dichiarato «La Corte si ritira», ed alle 21 di ieri sera è stata letta la sentenza di primo grado per il processo che iniziato il 6 luglio scorso. Dopo 5 ore in Camera di consiglio i giudici della Corte d’assise di Milano hanno inflitto 6 ergastoli per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia di Petilia Policastro, sequestrata, torturata, uccisa, sciolta nell’acido tra il 24 e il 25 novembre 2009 in un campo di San Fruttuoso, vicino Monza. La Corte d’assise ha condannato all’ergastolo con 2 anni d’isolamento diurno Carlo Cosco (42 anni) l’ex compagno di Lea Garofalo, e il fratello di lui Vito detto Sergio Cosco (43 anni). L’altro fratello Giuseppe Cosco, detto Smith (48 anni), e gli altri complici, accusati a vario titolo del sequestro, dell’omicidio e della distruzione del cadavere – ossia Carmine Venturino (34 anni), Rosario Curcio (36 anni) e Massimo Sabatino(39 anni) – sono stati condannati all’ergastolo con un anno di isolamento diurno. Carlo Cosco, inoltre, è stato dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale. I sei imputati sono anche stati condannati a risarcire la figlia ventenne della donna, Denise, testimone chiave dell’accusa, la madre Santina Miletta e la sorella, Marisa Garofalo. Alla figlia andranno 200mila euro di provvisionale, alle altre due 50mila euro ciascuna. Risarcimento anche per il Comune di Milano, parte civile nel dibattimento, a cui andranno 25mila euro. Inoltre la Corte ha deciso che il dispositivo della sentenza dovrà essere pubblicato sull’albo del Comune e sul sito del ministero della Giustizia. I giudici hanno accolto in pieno la richiesta del pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano Marcello Tatangelo, che ha coordinato le indagini, assieme all’aggiunto Alberto Nobili. La Corte ha anche ordinato la trasmissione alla Procura per eventuali valutazioni su profili di reato delle testimonianze di otto persone. Le motivazioni arriveranno tra 90 giorni. La ricostruzione dell’accusa, che ha retto ieri al vaglio dei giudici, l’ha fornita il pm Tatangelo in 14 ore di requisitoria. Secondo l’accusa, Lea Garofalo sarebbe stata sequestrata il 24 novembre 2009 a Milano, poi «legata e torturata» per sapere cosa avesse raccontato di un omicidio avvenuto nel 1995. Le avrebbero hanno sparato in testa il giorno dopo. E poi «probabilmente (è stato un processo senza cadavere, ndc) dentro una fossa biologica» di un magazzino tra Milano e Monza «l’hanno sciolta in 50 litri di acido», sorvegliando «per tre giorni» che il suo corpo arrivasse alla «totale dissoluzione». Carlo Cosco, ritenuto il mandante, secondo l’accusa, aveva in mente di «farla sparire» sin dal 2001 e ci aveva già provato a Campobasso, quando attirò Lea e la figlia Denise promettendo alla ragazza che le avrebbe comprato dei vestiti. E la madre, che nella primavera del 2009 aveva deciso di uscire dal programma di protezione per riaprire un contatto con l’ex compagno e vedere se «avrebbe potuto salvarsi», cadde nella trappola. Le ultime immagini della donna in vita, filmate dalle telecamere, la vedono a Milano salire sulla macchina di Carlo Cosco in zona Arco della Pace. Poi le sue tracce si perdono per sempre. Prima che i giudici si riunissero aveva preso la parola Carlo Cosco, che aveva voluto replicare al pm Marcello Tatangelo il quale durante la requisitoria aveva parlato di un gesto vigliacco. «Io ho la terza media, ha detto Carlo Cosco, il pm è un dottore e laureato, ha ragione a dire che sei uomini che uccidono una donna sono vigliacchi. Lo farei anch’io se l’avessimo uccisa, ma noi non siamo vigliacchi perchè non l’abbiamo uccisa. Se avessi avuto la sciagurata idea di uccidere la mia ex compagna, non mi sarei servito di cinque persone». «Non è stato un omicidio, mai, mai», aveva concluso Cosco, ringraziando i giudici e augurando loro buona Pasqua. Ad attendere la sentenza, accanto all’aula, c’era anche la Denise, nascosta per motivi di sicurezza. Carmelo Colosimo – GDS

Don Ciotti: «Riconosciuto il coraggio di Denise».
Petilia Policastro – Ad attendere la sentenza, ieri sera, davanti all’aula della Prima Corte d’Assise di Milano c’era anche don Luigi Ciotti, presidente della storica associazione antimafia Libera. Don Ciotti ha riconosciuto il coraggio di Denise, che si è costituita parte civile contro il padre, condannato all’ergastolo per l’assassinio della madre. «Dobbiamo inchinarci davanti a una ragazza coraggiosa – ha affermato don Ciotti dopo la lettura del dispositivo – ha avuto il coraggio di spezzare i cerchi mafiosi e l’omertà. L’ha fatto per sua madre». «Il fatto più importante oggi è che una giovane ragazza a cui hanno ucciso la mamma ha avuto il coraggio di essere testimone di giustizia. Ha rotto la paura e l’omertà e ha portato il suo contributo a scrivere una pagina di giustizia e verità»: è questo il pensiero del legale di Denise. l’avvocato Vincenza Rando. Il legale, emozionato, ha sottolineato l’intelligenza e il coraggio di Denise che si è costituita parte civile contro il padre imputato nel processo ed ha sottolineato che il Paese deve essere orgoglioso di una ragazza come lei. Ha espresso soddisfazione per la condanna all’ergastolo dei sei imputati l’avvocato fiorentino Roberto D’Ippolito, legale di parte civile per Santina Miletta e Marisa Garofalo, rispettivamente mamma e sorella di Lea Garofalo. «La Corte ha capito la gravità del delitto – è stato il suo commento a caldo – la tragedia della morte di Lea ha trovato giustizia. Questo era il primo caso di lupara bianca a Milano, ma Milano ha dimostrato di essere una grande città di civiltà e diritto». Prima della lettura della sentenza erano anche arrivati nel Palazzo di Giustizia di Milano Nando Dalla Chiesa, l’attore e consigliere regionale Giulio Cavalli, il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo. (c. c. )