L'INCHIESTA SUL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA: Il gip, 'I boss "votarono" Raffaele Lombardo'. Il governatore chiede di riferire all'Ars sulla sua vicenda giudiziaria

31 marzo 2012 Mondo News

PALERMO – Con una lettera inviata al presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo ha chiesto la convocazione di una seduta dell’aula parlamentare per comunicazioni relative alla vicenda giudiziaria che lo riguarda. Ieri il gip di Catania Luigi Barone ha disposto l’imputazione coatta del governatore, e di suo fratello Angelo, deputato nazionale del Mpa, per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella lettera inviata a Cascio, il presidente Lombardo scrive che «la vicenda di carattere giudiziario, alla cronaca degli ultimi giorni, consegna all’opinione pubblica l’esigenza che il presidente della Regione riferisca al Parlamento siciliano. Ritengo, infatti, doveroso rendere in Aula le mie comunicazioni e, in tal senso, la invito a concordare una data per il relativo intervento». Intanto, l’attenzione è puntata anche sulle motivazioni che hanno indotto il gip di Catania Luigi Barone a chiedere l’imputazione coatta per Raffaele e Angelo Lombardo. Secondo il gip, i fratelli Lombardo «hanno direttamente o indirettamente sollecitato la “famiglia catanese” di Cosa nostra a ricercare voti, in loro favore o in favore del partito di cui Raffaele Lombardo è il leader, in occasione delle elezioni europee del 1999; di quelle amministrative provinciali del 2003; delle europee del 2004; delle regionali del 2006; delle nazionali, comunali e regionali del 2008». Il magistrato ritiene «in conformità, peraltro, a quanto sostenuto dagli stessi pm nella richiesta di archiviazione in esame (e poi rigettata, ndr), «che gli elementi investigativi acquisiti compongano un quadro indiziario di sicura gravità, per precisione e convergenza». Nelle motivazioni vengono richiamate le dichiarazioni dell’ex boss agrigentino ora collaboratore di giustizia, Maurizio Di Gati, secondo cui «dopo il 2001 l’ordine era quello di votare l’Mpa di Raffaele Lombardo», perchè «il collegamento era che se facevamo aumentare il partito, l’Mpa in Sicilia, noi avevano maggiore possibilità di ottenere vari appalti». Il gip cita poi un altro pentito, Gaetano D’Aquino, e una serie di intercettazioni, tra le quali due, del 26 maggio e del 29 dicembre del 2009 a carico del boss mafioso Rosario Di Dio, il quale parla di un suo incontro con notturno con Lombardo, che sarebbe andato a trovarlo per chiedergli appoggio elettorale. In tale contesto, secondo il gip, «trattavasi dunque per i Lombardo non già della classica generica promessa di un futuro aiuto, che il candidato politico è solito rivolgere ai suoi potenziali elettori, ma di impregni precisi e concreti che i Lombardo si assumevano, si badi bene, non nei confronti di soggetti qualunque ma di esponenti di vertice delle più potenti famiglie mafiose operanti nel territorio catanese, certamente – scrive il magistrato – poco disposto a stipulare patti aleatori e ancor meno propensi a sborsare somme di denaro se non nella prospettiva di una di sicura futura contropartita». Pochi giorni dopo le elezioni del 2008, un mafioso del clan Santapaola, Giovanni Barbagallo, pure indagato nell’inchiesta «Iblis», fu intercettato mentre si lagnava con suoi associati del fatto che con Raffaele Lombardo, diventato presidente della Regione non si poteva più parlare mentre con suo fratello Angelo sì. Il gip ne conclude che prima della sua elezione a governatore «con lui si poteva parlare e si parlava» e che il rapporto tra la mafia e Raffaele Lombardo «può ben continuare con il fratello Angelo». Sulla vicenda un commento di Rita Borsellino: «non occorre attendere alcun rinvio a giudizio per affermare che il governo Lombardo ha fallito sul piano politico come su quelli economico e sociale. Al posto del rinnovamento e delle riforme, abbiamo assistito ancora una volta a un sistema di potere che non è stato capace di promuovere alcuno sviluppo e che preferisce portare avanti le vecchie e disastrose pratiche di raccolta e mantenimento del consenso. Un fallimento anche etico, dunque, che prescinde dalla vicenda giudiziaria del presidente della Regione. Per questo, le eventuali dimissioni di Lombardo, se e quando ci saranno, arriveranno sempre in ritardo. Ci auguriamo, piuttosto, che si metta fine una volta per tutte ad alleanze anomale», afferma il leader di Un’altra Storia. «Il rinnovamento riformista sbandierato in questi anni da Lombardo non si è visto in nessun settore soprattutto in settori strategici come quelli dei rifiuti, dell’energia e dei trasporti. Il comparto produttivo in ginocchio e la gestione dei fondi europei sono l’emblema dell’incapacità amministrativa e della mancanza di credibilità di questo governo. Tutto ciò non ha bisogno di un giudice per essere sancito. Chi dice che bisogna attendere il rinvio a giudizio per chiedere le dimissioni di Lombardo non vuole arrendersi al fallimento di un progetto politico che non è riuscito mai a porsi in netta discontinuità con i precedenti governi». Francesco Santoro – GDS