MESSINA: Il pentito Bisognano fa luce sui Lamonica. «Ottenevano appalti pubblici, tra cui la realizzazione dell'acquedotto»

1 aprile 2012 Cronaca di Messina

bisognano

Nelle indagini sfociate nel sequestro preventivo dei beni agli imprenditori di Caronia Antonino e Tindaro Lamonica, Dia e Procura peloritana hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, ex capo dei “Mazzarroti”. Un passaggio del provvedimento emesso dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Messina è dedicato ad alcune testimonianze rese dallo stesso Bisognano sugli assetti mafiosi radicati nella zona di Barcellona tra il 1980 e il 2008. Durante l’interrogatorio del 17 maggio 2011, riferì a proposito dei fratelli Lamonica: «Sono due imprenditori di Caronia. Non li conosco personalmente. Ne ho sentito parlare dal 1997-98 in poi. Sono vicini a Giuseppe Lo Re, detto Pino, e Santo Sciortino, in particolare al primo. Quando parlo di “vicinanza” a Giuseppe Lo Re, intendo che costui era il referente dei Lamonica nella zona compresa tra Caronia e Santo Stefano di Camastra per ciò che concerne gli appalti pubblici». Quindi, ne «ottenevano l’aggiudicazione nella zona di Caronia, oppure, e ciò accadeva prevalentemente, gli venivano garantiti i subappalti. Nello specifico, mi risulta che si siano occupati dei lavori per la realizzazione e il rifacimento del primo lotto dell’acquedotto di Caronia». E ancora: «Certamente i Lamonica versavano a Pino Lo Re una parte del denaro ricavato dai lavori che ottenevano». Bisognano ha precisato che le sue “conoscenze” sui due imprenditori risalivano alla fine degli anni Novanta. Periodo in cui aveva l’incarico di “attenzionare” Pino Lo Re, poiché si stava “allargando” nella gestione degli appalti pubblici nella zona di Caronia, Acquedolci e Santo Stefano di Camastra. «Poiché a noi Barcellonesi tale improvvisa esplosione economica di Lo Re ci sembrava anomala e poiché non lo avevamo autorizzato in alcun modo a “spendere” il nostro nome, fui incaricato di monitorare la situazione. Parlai con i Batanesi e in particolare con Sebastiano Bontempo, Carmelo Barbagiovanni e Marino Gammazza. Fu uno di costoro che mi raccontò dei fratelli Lamonica come imprenditori vicini a Pino Lo Re». L’ex boss dei Mazzarroti ha spiegato che questi rapporti erano in vigore fino al momento del suo arresto, avvenuto nel novembre del 2003. Nell’ordinanza che riguarda Antonino Lamonica, il presidente della Sezione misure di prevenzione, Nunzio Trovato, si sofferma sulla «pericolosità sociale» dei fratelli di Caronia. «Risulta che Lamonica, attraverso la “Eco service srl”, avesse intrattenuto nel 2007 numerosi rapporti di affari con diverse imprese aventi sede nelle province di Trapani e Palermo, tra cui la “Atlas cementi srl”, con la quale venivano riscontrate forniture di materiali per un importo complessivo di 231.711,00 euro. Tale ultima società, riconducibile a Rosario Cascio, ritenuto organico a Cosa nostra, è stata recentemente sottoposta a sequestro dal Tribunale di Agrigento ed era già stata oggetto di sequestro preventivo, adottato dal gip del Tribunale di Palermo il 24 febbraio 2009». Per i giudici messinesi, sia Antonino che Tindaro Lamonica sarebbero soggetti «contigui a sodalizi mafiosi» presenti nella zona nebroidea della provincia di Messina. Come peraltro sottolineato durante la conferenza stampa di venerdì mattina alla Dia dal procuratore capo Guido Lo Forte, dal sostituto Vito Di Giorgio e dal capo della Sezione peloritana della Direzione investigativa antimafia Danilo Nastasi, «agendo secondo i consueti canoni dell’intimidazione e della prevaricazione», miravano a inserirsi a pieno titolo nella costruzione dell’autostrada Messina-Palermo, tra Furiano e S. Stefano di Camastra. Avrebbero anche ottenuto «indebiti benefici economici che riuscivano a imporre sul mercato in spregio alle regole della libera concorrenza, come dimostrato dall’episodio dell’estorsione ai danni del Consorzio Caronia Uno». RICCARDO D’ANDREA – GDS