CULTURE – Cento anni fa, il 6 aprile 1912, si spegneva uno dei più amati maestri della poesia italiana: Pascoli e l'isola sacra dei poeti. In Sicilia trascorse i cinque anni migliori, più operosi e lieti della sua vita

5 aprile 2012 Culture

Cento anni fa, il 6 aprile 1912, si spegneva uno dei più amati maestri della poesia italiana, Giovanni Pascoli, cantore del nido familiare e della natura semplice, sperimentatore di linguaggi e stili, voce del quotidiano, della spiritualità genuina e dell’impegno civile, nonché latinista di fama internazionale, vincitore di ben tredici edizioni del prestigioso “Certamen poeticum” di Amsterdam. Uno dei periodi più significativi del suo percorso umano e letterario fu quello vissuto a Messina tra il gennaio del 1898 e il giugno del 1903, in seguito alla nomina per “meriti straordinari” a docente di Letteratura latina alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università peloritana. In questo lembo mitico dell’isola “sacra dei poeti e della poesia”, Pascoli cercò si immergersi in quella “vita nuova” (De Simone), che lo avrebbe visto allontanarsi definitivamente dai luoghi, dai volti e dai fantasmi dell’infanzia ferita evocata in liriche celebri quali “La cavalla storna”. Qui maturava slanci lirici di grande respiro, così che «la contemplazione fu il suo stato di grazia», tanto che amava «ascoltare le voci segrete e le arcane armonie che salivano a lui dalla natura e dai silenzi inviolati della sua anima» (Migliore). In realtà, gli anni del periodo messinese – che nella sua nota lettera a Luigi Fulci il poeta definisce i «cinque anni migliori e più operosi, più lieti, più raccolti, più sorridenti di armonie della mia vita» – contengono in nuce anche tante luci e ombre, diversi aspetti ancora da esplorare e approfondire, con non pochi momenti, soprattutto iniziali, sofferti e carichi di incomprensioni. Pascoli si trasferì nella città dello Stretto con la sorella Mariù e il fido cane Gulì, soggiornando al numero 66 di via Legnano, nella zona nord della città, che era purtroppo infestata dai fumi delle ciminiere delle tante fornaci che lavoravano le pelli e i laterizi. «Se dal balcone spingo l’occhio anelo / ecco, sol vedo case, strade e gente / che va, che va, che va perennemente. / e sul mio capo appena un po’ di cielo», scrive in una sua poesia Mariù Pascoli. La premurosa sorella – che nella sua autobiografia si soffermerà a lungo sul soggiorno messinese – si dedicava con passione alla cucina («la cuoca Maria», la chiamava il fratello), accudiva con dedizione il fratello, curandolo quando contrasse il tifo mangiando le cozze dei laghi di Ganzirri, episodio che ispirò a Giovanni la poesia “La mia malattia”. Dopo la partenza della sorella, nell’autunno del 1898 il poeta decise di trasferirsi in un alloggio «moderno, abbastanza vasto e sicuro» nel Palazzo Sturiale, sito nella centrale via Risorgimento e che oggi versa purtroppo in uno stato di incredibile degrado. Qui cercò di superare una fase problematica vissuta nella percezione di «rabbiosa solitudine», nelle preoccupazioni finanziarie, nel crescente alcolismo alimentato dalle tentatrici «botticelle di Messina», nelle fobie dovute alle gelosie e maldicenze incontrate nell’ambiente universitario. Momenti di inquietudine superati grazie all’amicizia di colleghi premurosi, tra cui soprattutto il noto umanista Manara Valgimigli, che giunse a Messina su invito dello stesso poeta, e il «forte e pensoso Sammarco», intellettuale e giornalista calabrese originario di Varapodio, con cui amava passeggiare per le spiagge di Maregrosso. Nella «dolce mollezza» del luogo, Pascoli elaborò alcune liriche della «stagione dei Poemetti», come la celebre “L’aquilone”, la sua poesia preferita. Nel suo scrittoio messinese nascono anche “L’ora di Barga”, “La piccozza” e “Le ciaramelle” (poesia dedicata alle tradizioni del Natale peloritano, ai «dolci suoni di chiesa» e ai tipici suonatori delle zampogne locali), a cui si aggiunge la poco nota “La purificazione di Maria”, dal forte sapore mistico, ispirata dalla vista del dipinto “La presentazione del Tempio” di Girolamo Alibrandi (scoperta dalla studiosa Annamaria Andreoli nelle carte Orlandi e apparsa anche sulla rivista locale “Il Marchesino” del 1901). Grazie al supporto editoriale del fidato Vincenzo Muglia (che dopo il terremoto di trasferì a Catania, divenendo noto per le pubblicazioni pionieristiche sul futurismo), ebbe l’occasione di pubblicare la trilogia dantesca (“Minerva Oscura”, “Sotto il velame”, “La mirabile visione”), un saggio su Garibaldi, dodici tra scritti e testi di conferenze raccolti in “Miei pensieri di varia umanità”, antologia che contiene “Il fanciullino”, autentico manifesto della poetica pascoliana. Tra gli altri testi “messinesi”, le due iscrizioni in latino poste all’Università in memoria degli scienziati Borrelli e Malpigli e il poema “Ad ospites” del 1898-99, dedicato alla visita dei giornalisti stranieri, in cui ipotizza la presenza di un ponte che avrebbe potuto unire le due sponde dello Stretto, da cui la Sicilia poteva idealmente dialogare con l’Italia. Un afflato unitario che troviamo anche ne “L’iride” (1899), in cui evoca il «mirabile arco che univa Messina alla Calabria, il Peloro all’Aspromonte… e che pareva l’atrio per il quale il pensiero antico passava a formare la civiltà nuova». Il periodo messinese viene ricordato anche per un episodio davvero singolare nella vita del poeta-docente, che si innamora di una sua allieva e vicina di casa, Giovanna Perroni Marcianti, figlia di un suo collega, la quale su “Il Mondo” del 6 ottobre 1959, ricorda quel gioco di sguardi e di ammiccamenti: «Mi accorsi durante le lezioni di latino, che egli mi guardava con un sorrisetto paterno di compiacimento e poi seppi che, mentre i giovani studenti lo accompagnavano a casa, dopo la lezione, abbia detto – “Quest’anno abbiamo una “rara avis”. Veramente è molto bella”. Pur sollecitato affettuosamente dai colleghi, Pascoli evitò ogni corteggiamento diretto, convinto di essere respinto a causa della differenza di età, confermando così quell’atteggiamento guardingo e spesso disorientato, che portò il poeta a vivere con distacco platonico la sua passione per il femminile, nonostante il bagliore romantico vissuto durante questa esperienza siciliana. La notizia del terribile terremoto del 28 dicembre 1908 sconvolgerà l’animo del poeta, allora docente a Bologna, il quale scriverà angosciato a Giuseppe Sala Contarini, giurista e avvocato agrigentino vicino di casa di Pascoli, suo allievo all’Università e successivamente suo agente finanziario: «Mio caro Agente, le sue cartoline mi esacerbano l’acuto desiderio della Sicilia e di Messina. Messina che non è più, né più sarà quella che era e nella quale fui operoso e sorridente qualche volta dell’opera mia. Prima di andarmene all’asfodelo prato, voglio vedere la terra dove Persefone colse i fiori ch’ella recò nel grembo sotterra». La partecipazione verso la città ferita era così intensa che, scrivendo al collega palermitano Vincenzo La Scola, confidava: «I due panorami di Messina sono lì, incorniciati, in una parete al mio fianco; le atroci fotografie del disastro sono poco discosto, e ogni tanto ci vado a pascere la mia tristezza, mostrando tutto il suo animo affranto. Io non so se riuscirò mai a parlare e scrivere di quella ineffabile sventura nostra. Vorrei vedere Messina e Reggio subito risorte: dormire finché nol siano». Sergio Di Giacomo – GDS