IL PROCESSO AI MAGISTRATI MESSINESI MONDELLO E LEMBO: Condannato Mondello, prescrizione per Lembo. Confermati 7 anni di pena all'ex gip e 6 anni e 4 mesi al boss. Assolto Princi

12 aprile 2012 Cronaca di Messina

CATANIA – La seconda Corte d’appello di Catania ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per l’ex gip di Messina, Marcello Mondello, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo sulla cosiddetta gestione del collaboratore di giustizia Luigi Sparacio. Prescritta, invece, l’accusa dell’aggravante mafiosa relativa al reato di favoreggiamento contestato dalla Procura generale di Catania all’ex magistrato della Dda peloritana Giovanni Lembo: i giudici non l’hanno ritenuta applicabile. In primo grado gli erano stati inflitti cinque anni di reclusione. Il sostituto procuratore, inoltre, è stato assolto dall’imputazione di calunnia, con la formula «perché il fatto non costituisce reato». La Corte ha disposto poi l’assoluzione (con la stessa motivazione) del maresciallo dei carabinieri Antonino Princi, che in primo grado era stato condannato a due anni di reclusione per calunnia. Ed ancora: i giudici hanno confermato la sentenza di primo grado e quindi anche la condanna a sei anni e quattro mesi al collaboratore Luigi Sparacio, che non aveva presentato ricorso. Nel fascicolo dell’inchiesta era confluita anche l’attività dell’imprenditore Michelangelo Alfano, suicidatosi nel novembre del 2005. La sentenza di primo grado era stata emessa il 10 gennaio del 2008 dalla prima sezione penale del Tribunale etneo, che si è pronunciata sui presunti favori al pentito, il quale avrebbe continuato a gestire la cosca messinese durante la collaborazione con la giustizia. La competenza del procedimento è radicata a Catania dal momento che coinvolgeva magistrati della città dello Stretto e di Reggio Calabria. La posizione di un magistrato reggino indagato è stata poi però archiviata in quanto risultato completamente estraneo alla vicenda. Secondo l’accusa, Lembo e Mondello si sarebbero prodigati con i loro provvedimenti a favorire un’associazione mafiosa in cui i pezzi da novanta erano l’imprenditore Michelangelo Alfano, l’ex infermiere Santo Sfameni (il processo a suo carico era stato stralciato per malattia) e Luigi Sparacio. In particolare, oltre a tutelare costoro, e, soprattutto, Alfano, considerato un vero “uomo d’onore”, dalle chiamate in reità (tentato omicidio Mino Licordari, tentato omicidio Ricciardi, ad esempio), sarebbe stato attuato un comportamento finalizzato a “salvare” gli uomini più fidati di Luigi Sparacio. A dare avvio alla vicenda l’avvocato Ugo Colonna, difensore di una lunga schiera di collaboratori di giustizia, che si convinse che alcuni comportamenti nel trattamento dei “pentiti” erano poco lineari. Ecco, quindi, che venne fuori la storia della gestione “allegra” del pentito (inizialmente falso) Luigi Sparacio, il quale godeva di privilegi a mai finire e continuava a dettare legge (mafiosa) anche durante la sua collaborazione fasulla, che, peraltro, risaliva al periodo in cui circolava a bordo di una Ferrari. Le intuizioni del legale furono comprese anche dallo stesso Sparacio che, da quanto risulta agli atti, avrebbe incaricato il catanese Maurizio Avola di uccidere il penalista messinese. Ma non fece in tempo e Colonna scrisse una denuncia in seguito alla quale iniziò il procedimento. Sotto i riflettori proprio la gestione “allegra” di Sparacio, che da pentito (con tutti i privilegi) continuava a fare il capoclan e a impartire ordini ai suoi affiliati. La Procura di Catania avviò le indagini, che durarono due anni e sfociarono negli arresti eseguiti il 19 marzo 2000. Da allora la vicenda giudiziaria fu caratterizzata da veleni, intrighi, intrecci, depistaggi, accuse, calunnie, falsi e da una contrapposizione frontale tra chi accusava e chi doveva difendersi. Riccardo D’Andrea – GDS