Il Sud ottocentesco visto da un console inglese. Sarà presentato oggi a Messina il volume di Sergio Di Giacomo su John Goodwin e il Regno delle Due Sicilie

12 aprile 2012 Culture

Gli altalenanti sforzi di modernizzazione delle diverse realtà urbane, agrarie e produttive del Regno delle Due Sicilie sono al centro dell’accurata ricostruzione del console britannico John Goodwin, contenuta in un “Report” del 1840. Si tratta di un contributo di grande rilievo per una conoscenza meno stereotipata del Mezzogiorno pre-unitario, realizzato da un testimone/protagonista della grande stagione dell’influenza inglese in Sicilia agli inizi dell’800 e acuto osservatore della realtà politica e socio-economica del tempo. Una fonte preziosa, dunque, per gli storici contemporanei, che assai opportunamente Sergio Di Giacomo ha portato alle stampe nel volume edito da Aracne di Roma dal titolo “Il Sud del console Goodwin.Il Regno delle Due Sicilie nel “Report” del console britannico in Sicilia” (1840), che verrà presentato alla libreria Circolo Pickwick oggi alle ore 18 dal prof. Rosario Battaglia, dal prof. Giuseppe Campione e dal prof. Salvatore Bottari. Il “Report” viene preceduto da un opportuno inquadramento del contesto e del periodo in cui si venne a collocare l’operato del rappresentante diplomatico britannico nell’Isola. Un’analisi tematica e di lungo periodo, pubblicata a Londra nel 1842, che prende avvio dalla considerazione del console che «di tutti gli stati italiani, non ve n’è alcuno che il lettore conosce così poco quanto il Regno delle Due Sicilie, anche se nessuno è più ricco e fecondo di memorie storiche, di antichità architettoniche e di risorse naturali». Attraverso la lettura di queste pagine che raccontano, in un secolo di storia, dal 1734 al 1840, la realtà del Meridione in mano ai Borboni spagnoli, vengono passate al setaccio – attraverso l’uso di una ricca bibliografia coeva e recente – le diverse fasi della politica borbonica ed esaminati gli aspetti legati al commercio interno e internazionale, nonché le vicende socio-culturali inerenti ai temi dell’istruzione, assistenza e formazione. Sotto il profilo economico emergeva una situazione a macchia di leopardo, segnata dal maggior dinamismo dei centri urbani marittimi rispetto all’arretratezza dei paesi dell’interno e dalla presenza straniera negli apparati produttivi, con un apparato industriale non privo di punte di rilievo ma mancante di stabilità e di continuità. Di grande interesse risultano poi, nel “Report”, i dati relativi al sistema educativo e formativo, mentre sul piano sociale si sottolineava la difficile situazione locale, la sperequazione tra le classi e la corruzione che contaminava gli apparati amministrativi. Tra le pagine più interessanti spiccano quelle dedicate alla narrazione della fine dell’Inquisizione in Sicilia, la descrizione delle condizioni di vita dei contadini del Regno e in particolare dei minatori siciliani. Momento centrale e qualificante del cosiddetto “decennio inglese” in Sicilia (1806-1815) sarebbe stata la Costituzione del 1812, voluta da Lord Bentinck, che rappresentò un momento importante nell’azione riformatrice degli inglesi nell’Isola, cui guardò con speranza destinata tuttavia a essere delusa lo stesso Goodwin. Uno dei tanti segni identificativi della presenza britannica in Sicilia nel lungo Ottocento, che Di Giacomo analizza in tanti aspetti in una chiave interdisciplinare che dalla storia economica e politica si integra e si dilata alla storia sociale, urbana, culturale, dando vita a un flusso di saperi e di sguardi che hanno influenzato il divenire storico dell’isola e del nostro Sud. Antonio Baglio – GDS