MESSINA: Inflitte 9 condanne alla gang di Torregrotta. Pene severissime, quella più alta a Munafò (21 anni e 8 mesi), che non ha avuto lo "sconto" per i pentiti

18 aprile 2012 Cronaca di Messina

I lampioni erano accesi da parecchie ore, ieri, quando il presidente della seconda sezione penale del tribunale Mario Samperi ha letto la sentenza del processo “Mu.Sco.”. Erano le dieci di sera, la camera di consiglio durava dal primo pomeriggio, e i numeri parlano di nove condanne – alcune pesantissime -, e due assoluzioni, per la banda criminale che nei primi anni del Duemila partendo da Torregrotta si allargò progressivamente nei taglieggiamenti e nel commercio degli stupefacenti anche ad altri paesi tirrenici, e fu poi smantellata con le dichiarazioni di alcuni componenti, che si pentirono strada facendo. Divenne un gruppo che asfissiava un territorio molto vasto. L’accusa, stando alla sentenza, ha tenuto in pieno sulla gravità dei fatti e le varie partecipazioni, e in alcuni casi i giudici sono andati al di là di quello che chiedeva la Procura.
LA SENTENZA – Erano undici gli imputati che avevano un paio di anni addietro scelto il rito ordinario. Ecco il dettaglio delle decisioni adottate dal collegio presieduto dal giudice Mario Samperi e composto dalle colleghe Rosa Calabrò e Valeria Curatolo. A Giuseppe Campo, uno dei collaboranti che fece dichiarazioni sulla banda, sono stati inflitti 12 anni e 8 mesi di reclusione con la concessione delle attenuanti generiche ma senza quella prevista per i pentiti che aveva invocato a suo tempo l’accusa. Condanna pesantissima per il collaborante Orazio Munafò, cui sono stati inflitti ben 21 anni e 8 mesi di reclusione, con le sole attenuanti generiche e senza quella prevista per i pentiti. Quattro anni e 800 euro di multa ha avuto Salvatore Munafò, mentre 8 anni e 30.000 euro di multa sono stati decisi per Besnik Osmeni. A Carmelo Pavone inflitti 2 anni e 6.000 euro. Vincenzo Pino ha subito la pena di 9 anni e 2.000 euro, Petrit Preci invece 8 anni e 30.000 euro. Ed ancora a Tindaro Carmelo Scordino sono stati inflitti 11 anni e 3.00 euro di multa, mentre Letteria Tomasello ha avuto la condanna a 4 anni e 800 euro di multa. Sono stati assolti da tutte le accuse con la formula «per non aver commesso il fatto» Santo Tindaro Scordino e Edmund Ndoj. I giudici hanno anche deciso il risarcimento per la parte civile, l’Aciat, l’Associazione antiracket di Scala Torregrotta, a carico di Orazio Munafò, Carmelo Tindaro Scordino, Giuseppe Campo, Salvatore Munafò e Letterio Tomasello: 40.000 euro liquidati in via equitativa e 4.000 per le spese di giudizio. Assoluzioni parziali hanno registrato poi Orazio Munafò, Carmelo Pavone, Vincenzo Pino, Tindaro Carmelo Scordino, Besnik Osmeni e Petri Preci.
LE RICHIESTE DELL’ACCUSA – Era il 25 maggio del 2010, quindi parecchio tempo addietro, quando il sostituto della Dda Giuseppe Verzera formulò le richieste di pena dell’accusa. La pena più severa, 16 anni e 2.000 euro di multa, fu sollecitata per il boss Carmelo Tindaro Scordino. Tredici anni la richiesta per Carmelo Pavone, 12 anni e mezzo per Edmund Ndoj e Besnik Osmuni, 12 anni per Salvatore Munafò, 10 anni per Petrit Preci, 9 anni per Vincenzo Pino, 8 anni per Tindaro Santo Scordino (figlio del boss) e 7 anni per Letteria Tomasello. Per i due collaboratori di giustizia che svelarono a polizia e carabinieri nel 2005 le attività di spaccio di droga ma anche una serie di rapine ed estorsioni compiute tra Milazzo e Torregrotta il sostituto Verzera invocò l’attenuante premiale dell’art. 8 della legge sui pentiti, quindi sollecitò la pena di 8 anni per Orazio Munafò (accusato di essere al vertice dell’organizzazione con Scordino) e di 6 anni per Giuseppe Campo, l’altro collaboratore di giustizia che ha riempito parecchi verbali.
LE ACCUSE E L’ATTENTATO ORGANIZZATO CONTRO UN CARABINIERE – Le accuse iniziali erano a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata anche all’estorsione oltre che allo spaccio di droga ma anche, ed è questo l’aspetto più inquietante, all’ideazione di un attentato contro l’allora comandante del Nucleo operativo della Compagnia carabinieri di Milazzo, il tenente Sergio Pizziconi. Un atto estremo, che avrebbe dovuto essere portato a termine nel febbraio del 2005, e che fu evitato solo grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine. Un attentato, la cui sintesi fu cristallizzata all’epoca nelle intercettazioni telefoniche: «Abbiamo già individuato dov’è il suo appartamento. A quello dopo che gli spariamo lo dovranno raccogliere con la paletta». Frasi inequivocabili. Nel 2005 l’ordinanza di custodia cautelare fu siglata dal gip Daria Orlando su richiesta del sostituto della Dda Emanuele Crescenti e del collega della Procura Giuseppe Sidoti. Sul fronte investigativo ci lavorarono gli agenti del Commissariato di polizia e i militari della Compagnia carabinieri di Milazzo, gli uomini della Mobile di Messina e quelli del Reparto Territoriale dell’Arma. Vennero ricostruiti numerosi episodi di estorsione, ma anche rapine e atti intimidatori commessi nei Comuni di Venetico, Roccavaldina, Torregrotta, Pace del Mela e Milazzo tra il marzo del 2002 e il febbraio del 2005. L’organizzazione non tralasciava neppure l’interesse per le sostanze stupefacenti, più volte sequestrate dalle forze dell’ordine nel corso delle indagini. Tra le rapine oggetto del processo anche quella avvenuta il 26 luglio 2002 all’Ufficio postale di Rometta Superiore, che vide anche il sequestro del direttore della succursale, bloccato sotto casa e rinchiuso proprio nell’ufficio postale. Nuccio Anselmo – GDS

La vicenda
L’operazione “Mu.Sco.”, che prende il nome dai due principali indagati Orazio Munafò e Tindaro Scordino, scattò il 6 aprile del 2005 e coinvolse 24 indagati, accusati di far parte di una banda di Torregrotta “specializzata” in estorsioni, rapine e spaccio di sostanze stupefacenti. Nel corso dell’indagine di polizia e carabinieri in tre decisero di collaborare con i magistrati e gli investigatori per svelare i retroscena dell’intera attività criminale. Furono Orazio Munafò, la moglie Nancy Cristina Staiti e Giuseppe Campo a transitare tra le fila dei collaboratori di giustizia. Nel procedimento la parte civile costituita è l’Aciat, l’Associazione antiracket di Scala Torregrotta, che è stata rappresentata dall’avvocato Giovanni Calamoneri: per l’associazione già in sede d’udienza preliminare il gup dispose un risarcimento di 20.000 euro e il rimborso delle spese legali sostenute.
Numerosi i fatti che costituiscono i capi d’imputazione dell’inchiesta, in pratica la vita della banda criminale dal 2002 fino al febbraio del 2005. Furono infatti ben 33, tra estorsioni, rapine, incendi e spaccio di droga, i diversi casi elencati nell’ordinanza di custodia cautelare. L’episodio più grave e inquietante resta quello dell’estorsione ai danni del commerciante di mangimi di Giammoro, avvenuto il 25 agosto del 2003, quando il barcellonese Carmelo Tindaro Scordino avrebbe costretto «con inequivocabili minacce» il titolare del magazzino a cedere l’attività commerciale. Parecchi poi i taglieggiamenti ai piccoli commercianti dell’hinterland milazzese. Un gruppo era poi particolarmente attivo anche nella cessione di sostanze stupefacenti.