MESSINA, IL CALCIO E' IN LUTTO. LA FOTO: L'ULTIMA PARTITA. Ricciardi: «Lassù ritroverà Franco Scoglio»

20 aprile 2012 Cronaca di Messina

cicciovizzini

CICCIO CURRO’ SEDUTO ACCANTO AL FOTOREPORTER MICHELANGELO VIZZINI. FOTO DI ENRICO DI GIACOMO

I ricordi dopo le lacrime. Filippo Ricciardi, il “dottore del Messina”, posa il fazzoletto e apre l’album dei ricordi. Ciccio Currò è stato per quasi trent’anni un suo inseparabile compagno di lavoro. Si sono conosciuti all’inizio degli anni Cinquanta, per quasi sei lustri hanno corso insieme sui campi di B, C e D. «Ci siamo conosciuti nel 1951 – ricorda il dottore Ricciardi – quando io ero un giovane calciatore dell’Acr e lui era agli inizi della sua professione. Si divideva tra la prima squadra e l’Under 18, notai subito che quel ragazzone aveva un amore smisurato per i colori giallorossi». Le strade di Currò e Ricciardi tornarono a incrociarsi negli anni ’70: «Affiancai Saitta nello staff medico della prima squadra, poi nel ’74 diventai il medico ufficiale dell’Acr Messinaa e da allora con Ciccio si consolidò uno splendido rapporto di amicizia. Vivevamo con la squadra, tutti i giorni. Insieme abbiamo condiviso gioie e dolori del Messina. Era la classica persona di cui ci si poteva fidare, uno che per il Messina ha dato tutto fino all’ultimo». Aneddoti? Ricciardi potrebbe stare un giorno intero a raccontarne: «Ricordo quando il presidente Gulletta aveva portato un nuovo massaggiatore da Napoli e Scoglio si oppose con decisione dicendo che c’era già ed era pure il più bravo di tutti». Oppure quando negli anni ’70 «sapendo quanto fosse “donnaiolo” un giocatore, la sera prima di una partita si nascose dietro la tenda della stanza rimproverandolo e facendogli saltare il “piano”». Ciccio era unico: «Con lui ero sempre tranquillo. In trasferta se mi mancava un farmaco, lui apriva la borsa magica e me lo tirava fuori. Non mi ha mai fatto mancare nulla. È vero, formavamo una coppia perfetta: lui usava le mani, io la medicina. Adesso lassù ritroverà Franco Scoglio, un altro grande della storia giallorossa». (ma.cap.)

Di Ciccio Currò rimarranno nella mia memoria alcuni scatti color seppia. Ciccio che nel primo pomeriggio, davanti al Celeste, scende dall’auto della sorella, Ciccio che attende il tram alla capolinea, Ciccio seduto nella ‘sua’ cameretta dello stadio Celeste. La sua solitudine accompagnata, i suoi burberi modi di fare, la paterna attenzione verso i suoi ‘figli’ calciatori, il suo essere rimasto vedovo del tempo. Ma nella mia memoria rimarrà anche impresso il cinismo con cui il ‘calcio industriale’ di futuri falliti lo fece fuori. Come strappare una rosa da un campo di ghiande… edg