BARCELLONA PG, TUTTI I RETROSCENA DELL'OPERAZIONE ANTIMAFIA: Le nuove leve della mafia tirrenica: 8 arresti. "Figli d'arte", giovanissimi e vecchie conoscenze attivi nel campo delle racket. Decisive le denunce delle vittime

Agivano sulle “ceneri” rimaste dopo le operazioni “Vivaio”, “Pozzo” e “Pozzo 2”, gettando le basi per formare i nuovi assetti della mafia tirrenica. Su di loro, su quelle che possono essere considerate le nuove leve della criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto e dintorni, si è concentrata l’operazione “Mustra”, condotta dai carabinieri della compagnia di Barcellona, che ha portato a otto arresti nelle prime ore di ieri, otto persone indagate a vario titolo per associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, lesioni personali aggravate e violenza privata. In totale sono quindici gli indagati, per otto di loro il Gip Giovanni De Marco ha ritenuto sussistessero le esigenze di custodia cautelare, che hanno portato all’ordinanza emessa su richiesta del procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia, Guido Lo Forte, del sostituto procuratore, Giuseppe Verzera, e del sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara. A finire in manette Salvatore Campisi, 27 anni, già detenuto, figlio di Agostino Campisi, sottoposto ad obbligo di dimora in altra regione nell’ambito dell’operzione Vivaio; Vincenzo Campisi, 30 anni, imprenditore, fratello di Salvatore; Salvatore Foti, 25 anni, figlio di Carmelo Vito Foti, già finito agli arresti nell’ambito dell’operazione “Pozzo 2”; Carmelo Maio, chiamato “Spillo”, 20 anni; Nunziato Siracusa, 42 anni, già sottoposto ad obbligo di dimora a Rapallo nell’ambito delle operazioni “Vivaio” e “Mare Nostrum”; Vincenzo Sboto, 30 anni, meccanico; Antonino Vaccaro Notte, 20 anni, studente; Stefano Puliafito, 23 anni, autotrasportatore, arrestato a Sassuolo dove si trovava per motivi di lavoro e detenuto, per questo, nel penitenziario di Modena. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Massimo Alosi, Tommaso Calderone, Sebastiano Campanella, Bernardo Garofalo, Giuseppe Serafino. Ben 70 i militari della compagnia di Barcellona impiegati nell’operazione, con la collaborazione dei carabinieri di Milazzo e di Patti ed il supporto dell’unità del nucleo Cinofili di Palermo. L’operazione “Mustra”, che prende il nome, ha spiegato il comandante della compagnia di Barcellona, capitano Luciano De Gregorio, dal termine dialettale utilizzato da Salvatore Campisi per indicare la “fretta” con cui portare a termine un’estorsione, prende il via la scorsa estate, con l’arresto proprio di Campisi, bloccato dai carabinieri poco dopo aver intascato 500 euro in contanti, appena “riscossi” dal titolare di un bar di Terme Vigliatore. Fondamentale l’atto di coraggio di quest’ultimo, che stanco di pagare il pizzo ha denunciato il suo estortore ai carabinieri. In seguito altri episodi estorsivi, sempre con Campisi protagonista, venivano denunciati da altri commercianti, da qui l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del 27enne, che dagli inquirenti viene collocato al vertice di un’organizzazione che stava sempre più prendendo piede e aprendosi nuovi spazi, approfittando del momento di indebolimento della mafia tirrenica e barcellonese in particolare, con Terme Vigliatore centro d’azione di queste nuove leve. Oltre ai “figli d’arte”, i fratelli Campisi e Foti, del gruppo fanno parte diversi giovani e giovanissimi. Anello di congiunzione “generazionale”, Nunziato Siracusa, già finito nel calderone delle operazioni “Vivaio” e “Mare Nostrum”. Le estorsioni (almeno una portata a compimento, due tentate) venivano effettuate nei periodi di Natale, Pasqua ed estivi, allo scopo di aiutare i familiari dei detenuti e pagare gli avvocati impegnati nei processi per mafia. Il metodo sfociava spesso anche nella violenza, come accaduto in almeno due casi, nei confronti del figlio di un commerciante e dei gestori di un ristorante di Tindari, “puniti” per uno sgarro subito da alcuni membri dell’organizzazione, che con la loro spedizione, “esibita” in pubblica piazza, dovevano lanciare un segnale a tutto l’ambiente. Di particolare utilità si è rivelata la conferma di alcuni risultati dell’indagine arrivata dai due collaboratori di giustizia che stanno contribuendo a “smantellare” il sistema mafioso tirrenico, Carmelo Bisognano e Santo Gullo. Nell’abitazione di Campisi, invece, durante una perquisizione effettuata, i carabinieri hanno ritrovato documenti sui quali non si sono voluti sbilanciare ma che vengono ritenuti dagli inquirenti «molto utili». L’impressione è che l’operazione “Mustra” sia solo una parte di un quadro ben più ampio delle “semplici” estorsioni. Un’operazione, quella portata a compimento all’alba di ieri, che ripropone un concetto: «la collaborazione paga», come sottolineato dal comandante dei carabinieri provinciale di Messina, Claudio Domizi, nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri mattina. «È sempre più efficace – ha aggiunto – la sinergia tra la vittima delle estorsioni e le istituzioni». Sulla stessa scia il sostituto procuratore di Barcellona Massara: «Le vittime di estorsione non abbiano paura e denuncino immediatamente i fatti, la Procura assicurerà alla giustizia tutti i soggetti che impongono il pizzo sull territorio. Finalmente si sta riuscendo ad infrangere il muro dell’omertà». Ed il sostituto di Messina Verzera ha confermato: «Negli ultimi anni si assiste sempre di più ad un risveglio della comunità». Ed è su questo risveglio, sul coraggio di denunciare, sulla fiducia negli organi inquirenti e nelle forze dell’ordine, che si regge giocoforza l’intera lotta al pizzo e, di conseguenza, alla criminalità organizzata. «Auspichiamo che in un territorio difficile come quello di Barcellona – ha commentato ieri Giuseppe Scandurra della presidenza nazionale della Fai (Federazione Antiracket e Antiusura italiana) – ci siano sempre più imprenditori e commercianti pronti a denunciare gli abusi. In questo modo la criminalità organizzata, già debellata grazie alle operazioni degli scorsi mesi possibili grazie all’impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine, sarà sempre meno forte e non potrà incidere più sull’economia della zona». Sebastiano Caspanello – GDS

Quei ventenni che seguivano le orme dei più grandi.
Gran parte degli 8 arrestati nell’operazione “Mustra” sono giovanissimi. Sembrerebbero sbarbatelli, ma secondo gli investigatori stavano scalando le gerarchie di Cosa nostra barcellonese. Pronti «a colmare i vuoti lasciati da altri soggetti», ha rimarcato il sostituto della Dda Verzera. «Attivi sul territorio» e decisi a garantire il riassetto di un gruppo decapitato dalle inchieste “Gotha” e “Pozzo 2”. Tra quelli raggiunti da ordinanza di custodia cautelare in carcere, Antonio Vaccaro Notte: studente ventenne. Coetaneo di Carmelino Maio (per tutti “spillo”, disoccupato. Per non parlare di uno degli indagati, maggiorenne solo da qualche mese. Poco più maturi Stefano Puliafito, autotrasportatore intercettato e ammanettato in provincia di Modena; Salvatore Campisi, classe 1985, già detenuto, figlio di Agostino (sottoposto a misura dell’obbligo di dimora in altre regione); Salvatore Foti (1987), il cui padre, Carmelo Vito, è in carcere in seguito all’operazione “Pozzo 2”. A fare da anello di congiunzione, a giudizio degl’inquirenti, Nunziato Siracusa, 41 anni, coinvolto nella “Vivaio” e nella “Mare Nostrum”. Si accende, quindi, una spia piuttosto preoccupante. Sintomatica di un ricambio generazionale velocissimo nei sodalizi criminali. E i reati contestati non sono cosa da poco: dall’associazione a delinquere all’estorsione alla violenza e alla minaccia.(r.d.)

«Sei una persona “zenit” e ci ascolterai». I soldi per le spese legali dei detenuti.
Atti intimidatori a mai finire, come quelli commessi la scorsa estate a Terme Vigliatore e ripercorsi nell’ordinanza di custodia cautelare siglata dal gip Giovanni De Marco, su richiesta dei sostituti procuratori Giuseppe Verzera e Francesco Massara. Il 25 luglio, davanti all’ingresso del bar “Mojito’s”, veniva rinvenuta una bottiglia contenente liquido infiammabile con attaccata una cartuccia. Ma i gestori del locale dissero agli investigatori di non avere mai ricevuto richieste estorsive. Nella stessa mattinata simile episodio ai danni di una ferramenta, a poca distanza dal ritrovo. E il 28 luglio identica tipologia di bottiglia lasciata all’esterno di un’azienda vivaistica. Uno dei titolari del bar, il 20 agosto 2011, vuotò il sacco e raccontò ai carabinieri della città del Longano «di essere stato avvicinato da Salvatore Campisi». Eloquenti le frasi pronunciate da quest’ultimo: «Alcuni amici di Barcellona mi hanno chiamato per dirmi che ti avevano lasciato qualche indizio davanti al bar… Erano intenzionati a venire qua e a bruciarti tutto… Mi sono proposto di venirti a parlare dicendo che sei una persona “zenit” e ci ascolterai». In poche parole furono sollecitate due dazioni di denaro, per complessivi 1000 euro: una in corrispondenza della Pasqua, l’altra del Natale. Altra buona giustificazione alla richiesta di soldi?: «C’è chi entra e chi esce dal carcere e ora servono i soldi per le famiglie e per gli avvocati». Inoltre, da una conversazione nel carcere di Gazzi tra i fratelli Campisi, intercettata nella sala colloqui, sarebbe emerso il ruolo attivo di Carmelino Maio, detto lo “spillo” o “il piccolo”. Vincenzo Campisi avrebbe garantito che «si vede tutte cose lui… tu stai tranquillo… che a te non ti fa mancare niente (e fa il segno della pistola con la mano destra)… per il fatto dei soldi». In un’altra occasione viene fatto il punto sulla spartizione di denaro: «Dovrebbero essere sei e cinque… due mila ce li teniamo noi altri, te li tieni tu, e quattro e cinque gli dobbiamo dare a loro… Punto e basta. Dobbiamo fare le cose precise», spiegò Salvatore Campisi al fratello. E secondo il pentito Santo Gullo proprio Salvatore Campisi «era impegnato, per conto del gruppo dei barcellonesi, nella riscossione dei proventi delle estorsioni, inserito in un sottogruppo con base territoriale a Mazzarrà Sant’Andrea». La contabilità veniva tenuta in una “libretta”, un registro con varie voci, comprese le spese legali. Spesso, poi, sorgevano dubbi sulla differenza tra quanto annotato e ciò che risultava in cassa. La parola d’ordine era portare sempre qualcosa a quelli di Barcellona, i quali avrebbero potuto sospettare di “trattenute” affatto indesiderate. Riccardo D’Andrea – GDS

Le “Decine” dettavano legge sulle due sponde del torrente Patrì.
Terme Vigliatore – Con il termine “Mustra” gli agricoltori siciliani, ma anche nel linguaggio comune, indicano il germoglio dell’albero di ulivo, il fiore dal quale nascerà il frutto destinato alla molitura. E la “Mustra” della mafia aveva prodotto i germogli dai quali si sarebbe rigenerato un nuovo gruppo che stava tentando di dare i primi frutti per nutrire il ventre delle famiglie rimaste mafiose rimaste prive di sostentamento economico. Il nuovo gruppo sorto tra Barcellona, in particolare il rione di Sant’Antonio, e Terme Vigliatore, sarebbe consistente e ricomprende giovani, figli di personaggi già coinvolti in fatti di mafia come Salvatore Campisi e il fratello maggiore di questi Vincenzo, sulla cui famiglia da sempre avrebbe avuto una influenza il capo cosca di Terme Vigliatore Nunziato Siracusa. Altri nomi eccellenti Salvatore Foti, figlio del più noto boss di Barcellona Carmelo Vito Foti, condannato con sentenza definitiva nel maxi processo Mare nostrum. Poi ci sono anche i figli delle vittime di mafia, come Carmelo Maio, detto “spillo”, il cui padre Alessandro Maio, di Rodì Milici, è stato vittima della lupara bianca. I resti ritrovati all’inizio dello scorso anno nel cimitero della mafia di Mazzarrà S.Andrea e solo di recente lo stesso giovane figlio ha seguito le procedure per ottenere la restituzione del corpo, tanto che è già stato effettuato il funerale. Lo zoccolo duro del gruppo nascente che tentava di imporre il pizzo alle attività commerciali di Terme Vigliatore è formato da Salvatore Campisi, Salvatore Foti e Carmelo Maio. Attorno ai tre ruotano tutti gli altri. Un sodalizio composto da ben 15 soggetti. Tra agli arrestati anche Stefano Puliafito, 22 anni, di contrada Case bianche a Barcellona, protagonista assieme ai suoi familiari dell’aggressione di Spinesante ai danni dei gestori dell’osteria “Pane e vino” di Tindari, ai quali fu tesa un’imboscata la notte del 23 gennaio scorso. Anche Puliafito nella sua famiglia ha avuto una vittima, l’uccisione per mano di sconosciuti dello zio Vincenzo, delitto rimasto ancora impunito. Poi la misteriosa uccisione della compagna ucraina di uno zio, delitto per il quale fu indagato e poi assolto un suo cugino. Tra gli indagati, ritenuti fiancheggiatori del nuovo gruppo che aspira ad occupare il territorio liberato dal susseguirsi delle operazioni antimafia che di fatto hanno decapitato i gruppi dirigenti della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” e delle costole di Terme Vigliatore e Mazzarrà Sant’Andrea, anche insospettabili. Tra questi il gestore di una sala giuochi e la sua compagna straniera. Tra i barcellonesi considerati “collante” con l’organizzazione madre di Barcellona, anche un soggetto recentemente scarcerato dopo essere stato coinvolto nell’attentato al deposito di prodotti alimentari del gruppo imprenditoriale “Bonina”. L’attività criminale, coordinata in via esclusiva da Salvatore Campisi, che era riuscito ad implementare il sistema del pizzo su Terme Vigliatore e ciò in forza del suo carisma di figlio d’arte in quanto il padre Agostino Campisi – già coinvolto nelle operazioni antimafia Batana e Vivaio e per questo condannato – svolgeva fino al momento dell’arresto il ruolo di collettore del racket per conto, dapprima dei Tortoriciani e subito dopo del capo dei Mazzarroti, Tindaro Calabrese. L’organizzazione progettata da Salvatore Campisi sul territorio di Terme Vigliatore, smantellata con l’operazione di ieri, originariamente era composta da una “Decina”, gruppo di dieci persone – tutti giovani con ascendenze familiari di gran caratura criminale. Stessa organizzazione, fotocopia della prima composta da una seconda “Decina” di giovani, creata invece sull’altra sponda del torrente Patrì, in territorio del quartiere S. Antonio di Barcellona, la cui guida fu affidata al figlio del boss Carmelo Vito Foti, il giovane Salvatore. (l.o.)

Gli indagati
Sono 15 le persone indagate nell’inchiesta “Mustra”:
Salvatore Campisi, 27 anni, nato a Messina
Salvatore Foti, 24 anni, nato a Barcellona
Vincenzo Campisi, 29 anni, nato a Milazzo
Carmelo Maio, 19 anni, nato a Barcellona
Antonio Vaccaro Notte, 20 anni, nato a Barcellona
Vincenzo Sboto, 29 anni, nato a Barcellona
Stefano Puliafito,22 anni, nato a Barcellona
Giovanni Perdichizzi, 40 anni, nato a Barcellona
Nunziato Siracusa, 41 anni, nato a Terme Vigliatore
Antonino Mazzeo,47 anni, nato a Barcellona
Anisoara Ionela Torre,23 anni, nata a Birla (Romania)
Salvatore Puliafito,22 anni, nato a Barcellona
Antonino Aliquò,20 anni, nato a Barcellona
Santo Puliafito,49 anni, nato a Barcellona
Mattia Jesus Piccolo,18 anni, nato a Godojcruz (Argentina)