BARCELLONA PG: Operazione antimafia 'Mustra', scocca l'ora degli interrogatori. Il ruolo di Salvatore Campisi ricostruito nell'ordinanza. Nunziato Siracusa era considerato il "padrino"

22 aprile 2012 Cronaca di Messina

La carne al fuoco è tanta. Il gip Giovanni De Marco, domani mattina, chiederà ai sette degli otto arrestati nell’operazione “Mustra” conto e ragione dei reati contestati. Che vanno dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, alle estorsioni, passando per le lesioni personali aggravate e la violenza privata. Il giudice per le indagini preliminari interrogherà, nel carcere di Gazzi, Salvatore Campisi, il fratello Vincenzo, Salvatore Foti, Carmelo Maio, Nunziato Siracusa, Vincenzo Sboto e Antonio Vaccaro Notte. L’autotrasportatore Stefano Puliafito, invece, ristretto in un istituto penitenziario dell’Emilia Romagna e fermato in provincia di Modena, verrà sentito per rogatoria (il collegio difensivo è composto dagli avvocati Tommaso Calderone, Sebastiano Campanella, Bernardo Garofalo, Giuseppe Serafino e Massimo Alosi). Tra gli episodi su cui si cercherà di fare luce quello che ha dato origine all’inchiesta dei carabinieri della compagnia di Barcellona, coordinati dal magistrato della Dda di Messina, Giuseppe Verzera, e dal collega della procura della città del Longano, Francesco Massara: l’estorsione di 500 euro ai danni di un imprenditore di Terme Vigliatore, messa a segno da Salvatore Campisi, che alla fine dell’agosto 2011 fu bloccato dai militari dell’Arma con in tasca la “rata” ricevuta poco prima. Passaggio ricordato anche durante la conferenza stampa di venerdì dal comandante dei carabinieri di Barcellona, Luciano De Gregorio. La “nuova leva” del gruppo barcellonese, che secondo gli inquirenti ha preso il posto del padre Agostino, detenuto per mafia, avrebbe fatto ritrovare circa un mese e mezzo prima una bottiglia incendiaria davanti all’ingresso del negozio. Dopo qualche giorno , si sarebbe recato dal titolare, cominciando a intavolare una trattativa a nome e per conto dei Barcellonesi. Avrebbe riferito alla vittima che le consuetudini del posto imponevano dazioni a Ferragosto e Natale, per solidarietà ai carcerati. E si sarebbe mostrato pure indulgente non pretendendo la rata di Pasqua. Il commerciante fece finta di stare al gioco e denunciò tutto. Le banconote vennero contrassegnate e quando Campisi si stava avviando verso casa, improvvisamente sbucarono militari in borghese e armati: il venticinquenne non ebbe scampo e fu arrestato. Ma non sarebbe l’unica “giovane promessa” del sodalizio criminale: anche il fratello Vincenzo e Salvatore Foti (figlio di Carmelo Vito, anch’egli dietro le sbarre) avrebbero riempito i vuoti lasciati dai parenti. In un passaggio dell’ordinanza siglata dal gip De Marco si evince la posizione di anello di congiunzione rivestita da Nunziato Siracusa, peraltro condannato poche settimane fa in primo grado a 14 anni di carcere nel processo scaturito dall’operazione “Vivaio”. Il collaboratore di giustizia Santo Gullo lo ha indicato come referente di Salvatore Campisi, tant’è che in una conversazione con una zia quest’ultimo chiamava “padrino” il quarantaduenne di Terme Vigliatore. In una lettera sequestrata dagli investigatori, inviata da Nunziato Siracusa, che si trovava a Rapallo, sottoposto all’obbligo di dimora, si chiedeva a Campisi l’invio di 5mila euro. E la “nuova leva”, nel corso di un dialogo con la zia, intercettato, dice: «Vedi che il mio padrino ha fatto tanto per me…». C’è poi l’episodio di un agguato teso a Carmelo Maio, uno degli uomini di Campisi, che per un soffio non ci lasciò la pelle: si accorse in tempo che all’appuntamento con tale Giovanni (presumibilmente Perdichizzi), questi impugnava una pistola e si allontanò prima del faccia a faccia. Campisi andò in bestia, raccontando al fratello, durante uno dei colloqui in carcere, che una volta uscito avrebbe dato una lezione ai responsabili: «Ma perché… loro non lo sanno che appartenevano a me?». Parte dell’ordinanza è dedicata al raid dello scorso gennaio in seguito a una presunta aggressione subita da Salvatore Puliafito ad opera dei titolari della trattoria “Pane e vino” di Tindari. Un commando si vendicò a Barcellona, in località Spine Sante, dove quattro persone «furono oggetto di violente percosse e i loro veicoli danneggiati mediante lancio di pietre, calci e colpi inferti con pezzi di legno». In manette finirono Puliafito e Antonino Aliquò. Riccardo D’Andrea – GDS