Boss GIUSEPPE CIRILLO morto in aula, medico a giudizio. Il padrino cadde senza vita in dibattimento nel maggio del 2007. La Procura aveva chiesto l'archiviazione

26 aprile 2012 Mondo News

Cosenza – L’immortale. Giuseppe Cirillo ha sempre fatto parlare di sé. Quando, sbaragliando gli avversari, divenne l’incontrastato capo del “locale” di Sibari e, molti anni dopo, quando decise di collaborare con la giustizia facendo finire in manette decine di ex “compari”. Non c’è tutt’oggi processo celebrato nel Cosentino contro le organizzazioni mafiose in cui non si faccia cenno al capobastone che era diventato il “padrone” di una delle aree più ricche della Calabria. Nessuno, però, avrebbe mai immaginato che a cinque anni dalla sua morte, il “padrino” d’origine campana sarebbe finito di nuovo sui giornali. “Don Peppino” morì in un’aula del palazzo di giustizia di Catanzaro, il 24 maggio del 2007. Finito in galera per scontare una condanna definitiva a 14 anni di reclusione, Cirillo era comparso davanti al Tribunale di sorveglianza per reclamare la sospensione della pena per motivi di salute. Da tempo, infatti, soffriva di una grave forma di cardiopatia. Nel suo ultimo giorno di vita terrena ebbe in dibattimento solo il tempo di dire “Guardate che sono malato per davvero” prima di accasciarsi senza vita davanti ai giudici. L’avvocato Aurelia Rossitto, che l’assisteva dal primo giorno in cui aveva deciso di pentirsi, dopo il decesso sporse per conto dei familiari denuncia alla magistratura. Il legale sostenne nel suo esposto che “don Peppino”, ormai vecchio e malandato, non aveva ottenuto in carcere adeguate cure mediche. Così partì un’inchiesta. E la Procura di Catanzaro, dopo aver svolto le opportune indagini, ha concluso per ben due volte chiedendo l’archiviazione della posizione del dott. Antonio Tavano, medico del penitenziario di Siano. Lo stimato professionista era stato iscritto sul registro degli indagati per rispondere del’ipotesi di reato di omicidio colposo. Alle richieste di archiviazione, in entrambi i casi, l’avv. Rossitto ha proposto istanza di opposizione fino ad ottenere, adesso, la formulazione dell’imputazione coatta nei confronti del medico. Il dottore Tavano, che ha sempre respinto tutte le accuse contestategli, dovrà comparire davanti al gup, Abigail Mellace, il due maggio prossimo nella veste di imputato. Il professionista, difeso dall’avv. Enzo Ioppoli, sarà giudicato con rito abbreviato previa audizione di un testimone indicato dalla difesa. Ma torniamo a Cirillo entrato di diritto a far parte della storia criminale della Calabria settentrionale. Fu lui a dare la dignità di cosca mafiosa a un gruppo di delinquenti fino al suo arrivo divisi in piccole e insignificanti “bande” specializzate nelle estorsioni e nei furti. Cirillo arrivò sulla foce del Crati, a metà degli anni Settanta, forte dell’appoggio di Francesco Spina, inteso come l’«Avvocato», uomo d’onore legato al boss reggino Ciccio Canale. “Don Peppino” realizzò insediamenti produttivi e commerciali, costringendo gli imprenditori della zona a subire in silenzio la sua invadenza. Chi osava ribellarsi veniva severamente “punito”. Con Spina e Canale costituì il “locale” di Sibari, un’organizzazione criminale che godette subito dei favori della cosca De Stefano di Reggio Calabria e della Nuova Camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Cirillo e il cognato, Mario Mirabile, riuscirono a diventare in breve tempo, interlocutori privilegiati delle due più potenti consorterie delinquenziali del Meridione. E quando i coriglianesi guidati da Santo Carelli cercarono di scalzarlo, il padrino tentò di reclutare uomini di Cosa nostra siciliana per risalire la china. Uomini che aveva conosciuto in carcere ma che non gli furono poi utili. “Don Peppino” rimase l’influente “mammasantissima” della Sibaritide sino al 1995, quando, ormai sconfitto, decise di lasciare la «vita maledetta» e svelare ai giudici della Distrettuale segreti e misteri delle organizzazioni criminali locali. Il cognato, Mario, era stato assassinato a Corigliano, cinque anni prima, mentre era fermo in auto davanti a un semaforo. Arcangelo Badolati – GDS


In sintesi

Giuseppe Cirillo, boss sibarita, morì in aula il 24 maggio del 2007. Il suo legale, Aurelia Rossitto, sostenne successivamente in un esposto che “don Peppino”, ormai vecchio e malandato, non aveva ottenuto in carcere adeguate cure mediche. Così partì un’inchiesta. E la Procura di Catanzaro, dopo aver svolto le opportune indagini, ha concluso per ben due volte chiedendo l’archiviazione della posizione del dott. Antonio Tavano, medico del penitenziario di Siano. Lo stimato professionista era stato iscritto sul registro degli indagati per rispondere del’ipotesi di reato di omicidio colposo. Alle richieste di archiviazione, in entrambi i casi, l’avv. Rossitto ha proposto istanza di opposizione fino ad ottenere, adesso, la formulazione dell’imputazione coatta. Il dottore Tavano, che ha sempre respinto tutte le accuse contestategli, dovrà comparire davanti al gup, Abigail Mellace, il due maggio prossimo