MESSINA, IL CASO: Perse un occhio, risarcita dopo 20 anni. Poche settimane fa le sono stati riconosciuti in appello 234mila euro

26 aprile 2012 Cronaca di Messina

Aveva sette anni Katia (il nome ovviamente è di fantasia) quando tutto accadde. E un sogno in tasca già a quell’età: entrare in polizia. Era l’agosto del 1992, faceva caldo, lei era sull’auto di alcuni amici, seduta dietro, il finestrino era abbassato, all’improvviso in via S. Lucia un’altra auto spuntò dall’altro lato e lo scontro, violento, fu inevitabile, l’asfalto ribolliva, nessuno frenò, le lamiere s’incastrarono. Lo specchietto retrovisore andò in mille pezzi e quei maledetti “vetrini”, il finestrino era aperto, la colpirono in pieno volto. Non vide più nulla, il sangue la fece terrorizzare, quindi l’ambulanza, la corsa in ospedale, i suoi genitori “appesi” ai medici che la curavano per ore interminabili. Aveva sette anni. Oggi Katia ne ha 26, l’anno di grazia è il 2012, e ne sono passati quindi venti prima che l’allora piccolina abbia potuto avere il risarcimento che le spettava. Venti anni. Nella fredda dicitura giudiziaria della sentenza di secondo grado che ha rimesso le cose a posto dopo un tempo interminabile e una lunga battaglia legale, sostenuta dal suo avvocato, Antonio Roberti, c’è sintetizzato tutto il dramma di questa bambina ormai donna che da quel giorno convive con «cecità monolaterale», vale a dire che ha perso per sempre l’uso di un occhio, «danno estetico di notevole rilevanza nell’espressione del volto», e nessuna plastica facciale è valsa a farle riacquistare l’antico aspetto, infine «disturbi dell’umore a prevalente espressione post traumatica». Ma l’aspetto clamoroso di questa storia e che tra primo e secondo grado ci sono voluti ben vent’anni per avere giustizia, che poi giustizia non è perché arrivata troppo tardi. Ecco la storia. Dopo quell’incidente dell’estate del 1992 nel 1994, due anni dopo, ci fu l’avvio della causa di risarcimento da parte dei genitori della piccola perché le cose si complicarono per un motivo ben preciso: l’investitore che provocò tutto non venne mai individuato e oltre alla compagnia assicurativa dell’auto su cui viaggiava la piccola Katia venne chiamato in causa il Fondo di garanzia per le vittime della strada. La sentenza di primo grado si ebbe soltanto nel… 2003, quindi dopo ben nove anni di udienze e roba del genere. Il Goa, vale a dire il giudice onorario aggregato, riconobbe una responsabilità “divisa in due”, per il 75% a carico dell’auto “fantasma”, quella mai individuata, e per il restante 25% a carico del conducente della vettura su cui viaggiava la piccola. In concreto, adottando alcuni criteri di valutazione del danno permanente, liquidò in tutto poco più di 110mila euro, oltre alla rivalutazione a partire dal 1992, a carico della compagnia assicurativa citata. Una cifra considerata “ridicola” per tutto quello che aveva subito la piccola Katia, nel frattempo divenuta grandicella e costretta a confrontarsi tristemente con un’invalidità permanente e un occhio che non c’era più, oltre alla cicatrice sul suo volto e sull’anima. Quindi i genitori e l’avvocato Roberti poco dopo la sentenza di primo grado presentarono appello. Era il 23 ottobre del 2004. Da allora un’altra interminabile sequela di udienze, giudici che cambiavano e quindi si doveva ricominciare daccapo, rinvii di mesi per la drammatica situazione della giustizia civile a Messina, mancanza di testimoni alle udienze e inevitabili differimenti. Fino a qualche mese fa, quando la causa è stata “acquisita” dal collegio della seconda sezione civile presieduto dal giudice Giuseppe Martello e composto dalle colleghe Cettina Zappalà e Marisa Salvo, che hanno definito la vicenda. Come? Ragionando sul fatto che – semplificando la questione -, i criteri di risarcimento adottati nel 2003 dal giudice di primo grado hanno riguardato il cosiddetto danno di “lieve entità” e non il caso specifico, con una grave invalidità permanente del 45%, quindi «… ne è scaturita una liquidazione che non risponde alla reale entità del danno e che come tale non costituisce equo e giusto ristoro dello stesso». Questo perché non sono state tenute nella dovuta considerazione una serie di circostanze fondamentali: le particolari sofferenze morali della danneggiata dovute alle «modalità del sinistro e del presumibile spavento provato a causa del suo determinarsi, specie in una bambina di soli 7 anni; ai dolori subiti a seguito dei due interventi; alle sofferenze per la perdita del visus dell’occhio e per le difficoltà a relazionarsi con gli altri; al dispiacere per aver dovuto rinunziare al proprio desiderio di entrare in polizia». In definitiva i giudici d’appello hanno rideterminato la somma dovuta dalla compagnia assicurativa in 234mila euro, con la rivalutazione a partire dal 1992, rideterminando in aumento anche le spese di giudizio. Ma sono passati vent’anni. E in ogni caso Katia rinuncerebbe a tutto pur di poter tornare a vedere da quell’occhio che purtroppo, adesso, “dorme”. NUCCIO ANSELMO – GDS