CULTURA: È del 1846 la prima fotografia di Messina. Fino ad oggi si riteneva che l'immagine più antica della città dello Stretto fosse quella del 1857

La più antica fotografia di Messina, fino ad oggi conosciuta, è quella scattata nell’aprile del 1846 dal reverendo gallese Richard Calvert Jones. Soggetto, manco a dirlo, il Duomo, grande attrazione per chi visitava la città anche solo per poche ore, tenuto conto della sua vicinanza al porto. A fare la scoperta il dottor Carmelo Micalizzi, 59 anni, che di mestiere fa il medico di famiglia, ma che dedica buona parte del suo tempo alla storia di Messina, ed in particolare alla storia della fotografia, con un occhio di riguardo, è ovvio, a come la nuova invenzione si sia diffusa in Sicilia e in riva allo Stretto. Fino a qualche tempo addietro si credeva che l’immagine più antica di Messina fosse quella che il fotografo francese, Victor Laisnè, scattò nel dicembre del 1857 durante la cerimonia di inaugurazione del monumento a Ferdinando II di Borbone, in piazza Municipio, pubblicata da Franz Riccobono nel libro Immagini di Messina (1857-1907), del 2004, edito da Edas. La foto di Jones, quindi, permette di retrodatare il primo scatto alla città peloritana di ben 11 anni, agli albori cioè dell’invenzione della fotografia, avvenuta nel 1839 ad opera del francese Louis Jacques Mandè Daguerre. La foto ritrae la facciata della nostra Cattedrale, il campanile e un ampio scorcio della piazza antistante. In primo piano la Fontana di Orione del Montorsoli, uno scorcio di palazzo Pulejo-Arena, dove ora sorge uno degli edifici progettati dal Coppedè e l’imbocco di via dei Pianellari e di via San Giacomo. Sulla destra si intravede un tratto della ringhiera che delimitava la statua equestre di Carlo III di Spagna, opera di Giacomo Serpotta, che da lì a poco meno di due anni, nel marzo del 1848, verrà distrutta durante i moti antiborbonici della città. Cosa utilizzò Calvert Jones per scattare la foto panoramica? Un cavalletto, sul quale montò una cassetta di legno di sua invenzione che sul davanti aveva due obbiettivi di cristallo leggermente divergenti. Attorno – a parte due donne sedute, forse venditrici di pesce – non c’è quasi nessuno, presumibilmente erano le prime ore del mattino. «Di Richard Calvert Jones – racconta Micalizzi – venni a conoscenza una decina di anni addietro, visitando una mostra al Musée d’Orsay di Parigi. Si trattò, per tanti versi – spiega – di un incontro inevitabile, scritto nelle cose. Da tempo mi occupavo di storia della fotografia e chiaramente di tutti quegli artefici che contribuirono in diverso modo alla nascita e allo sviluppo di essa. Due anni dopo, poi – prosegue Micalizzi –, visitai un’altra mostra, questa volta a Roma dal titolo Il Mediterraneo dei fotografi, in cui scoprii qualcosa di più di questo personaggio e, cosa importantissima, venni a sapere del viaggio che egli compì nel Mediterraneo tra il 1845 e il ’46, toccando Napoli, Malta e si dice anche Palermo. Ma sono abbastanza certo che nel capoluogo siciliano egli non mise mai piede. Da quel momento, però – aggiunge -, cominciai a convincermi che Calvert Jones era stato a Messina. Probabilmente per poche ore, ma c’era stato». Ma prima di andare avanti, vediamo chi è Richard Calvert Jones. Nato nel 1804 a Veranda, alle porte di Swansea, nel sud del Galles, era un pastore anglicano piuttosto benestante, nonché abile acquarellista di paesaggi marini, ma soprattutto fu colui che collaudò ripetutamente sul campo il metodo fotografico messo a punto da William Henri Fox Talbot (1800-1877), l’inventore del “calotipo”, la fotografia stampata su carta. Cioè una delle scoperte più importanti in campo fotografico. Fatto estremamente importante questo perché Jones aveva ripetutamente manifestato la sua preferenza per il dagherrotipo. Jones si convinse a utilizzare il calotipo per la sua praticità durante i viaggi, rispetto ai più ingormbranti dagherrotipi. A fargli conoscere Talbot era stato il cugino di questi, Christopher (Kit) Rice Mansel Talbot, conosciuto durante gli studi ad Oxford, e diventato nel tempo il suo più grande amico e colui con il quale cominciò a girare il mondo. Il primo di questi viaggi lo fecero, nel 1824, proprio nel Mediterraneo, a bordo del primo yacht di Kit, Calisto. Jones, poi tornò in Italia con la moglie Anne Williams e la figlia Christina, nel 1841. Micalizzi, a questo punto, si butta, come un vero e proprio segugio, sulle tracce di Jones cercando di scoprire qualcosa di più sia del personaggio sia di quel viaggio che si rivela una miniera di scatti che faranno la storia della fotografia, tanto da far consacrare l’autore in un catalogo della preziosa ed esclusiva collana Sun Pictures edita da Hans P. Kraus Junior a New York. Ed è proprio in questo catalogo – sul quale Micalizzi è riuscito a mettere le mani soltanto nel dicembre scorso -, che il nostro novello detective ha trovato la conferma di quanto andava ipotizzando da tempo. E cioè che Calvert Jones passò da Messina, proveniente da Malta, dove si era recato insieme con la moglie Anne, ospiti, ancora una volta dell’amico Kit Talbot, il quale aveva organizzato questa seconda crociera nel Mediterraneo, sul vascello Galatea, per curare la moglie, Charlotte Butler, affetta da una grave malattia. I coniugi Jones si erano imbarcati a novembre a Marsiglia. Il reverendo proveniva da Parigi, dove aveva incontrato il suo amico Hyppolite Bayard, altro personaggio chiave della storia della fotografia. Giunti a Malta la comitiva fece la conoscenza di un altro reverendo inglese, Gorge Wilson Bridges, reduce dalla Giamaica. Dalla corrispondenza conservata nella Fox Talbot Collection di Londra, si viene a sapere che l’incontro venne combinato dallo stesso inventore, perché Jones insegnasse a Bridges il metodo per la realizzazione e la stampa dei calotipi «per cui mostrava – sottolinea Micalizzi – grande passione ma, fin lì, scarsa competenza». L’interessamento di Fox Talbot non era per nulla disinteressato, in quanto aveva pattuito sia con Jones che con il Bridges che loro realizzassero più scatti possibili, in cambio lui li riforniva, grazie al cameriere personale Nicholas Hannemann, delle costose risme di carta sensibilizzata necessarie per fotografare. Fatti gli scatti dovevano spedirli a Londra dove il Talbot li avrebbe sviluppati e messi in vendita. Nel marzo del ’46 la moglie di Kit muore. Il gruppetto si divide e così Jones, con la moglie, s’imbarca per Napoli, toccando prima Siracusa e quindi, Messina, dove la nave arriva tra la seconda e la terza settimana di aprile. Dal catalogo Sun Pictures, veniamo poi a sapere che Jones non scattò solo la famosa foto della Cattedrale (che sul mercato è quotata attorno ai 30 mila dollari), ma anche altre due immagini: un tratto del porto con navi alla fonda e il prospetto della chiesa di Santa Caterina. I negativi di questi due scatti, come di tanti altri di Jones fanno ora parte dell’inglese Talbot Collection frammentata tra il National Museum of Photography and Televion a Bradford e il Fox Talbot Museum a Lacock, in Inghilterra. MARCELLO MENTO – GDS

Da Louis Daguerre a Fox Talbot.
Louis Jacques Mandé Daguerre viene ritenuto unanimemente l’inventore della fotografia. Nel 1837 la sua tecnica fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d’argento. Seguì l’esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d’argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L’immagine non risultava visibile fino all’esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l’immagine. Il suo procedimento venne acquistato dallo Stato francese. Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette. La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l’interesse di alcuni ricercatori che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a rendere pubbliche la sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d’argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo dell’oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un secondo foglio in trasparenza. Questo procedimento venne chiamato calotipia.

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