22 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINA: Villa Melania, tutti assolti in appello. «Fatto non sussiste» per tredici persone tra cui il presidente Ricevuto e l'avvocato Lo Castro. La storia di uno scandalo archeologico

È la storia disgraziata di Villa Melania, un’area straordinaria a due passi dal mare a Pistunina, lungo la campagna che costeggia il torrente Zafferia. Avrebbe dovuto vedere la luce un grande centro residenziale-commerciale ma oggi ci sono soltanto erbacce. Propriò lì, quando si preparava il terreno per costruire tutto, le ruspe fecero emergere una serie di preziosissimi reperti archeologici che confermarono l’esistenza di un insediamento romano d’età tardo imperiale. L’operazione edilizia fallì clamorosamente non senza feroci polemiche e un paio di inchieste per la sorte dei reperti, e travolse due società: la “Fida s.r.l.”, costituita nel 1987, poi trasformata nella “Cms spa” nel 2001. Le due società che avevano messo in piedi l’operazione commerciale. Da tutto questo scaturì un processo per bancarotta, che in appello s’è concluso soltanto adesso. Tempi della giustizia inaccettabili. E in appello la sezione penale presieduta dal giudice Gianclaudio Mango ha confermato integralmente la sentenza d’assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste» decisa in primo grado nel febbraio del 2009, per nomi di primo piano del mondo politico e dell’imprenditoria cittadina. Differente era stata la richiesta dell’accusa in appello, il sostituto Pg Salvatore Scaramuzza, ovvero la dichiarazione di prescrizione dei reati visto che si parlava di una storia di vent’anni fa. Una tesi diversa dall’appello che il pm Fabrizio Monaco aveva prospettato dopo aver appellato la sentenza assolutoria di primo grado, ma eravamo nel marzo del 2009: chiedeva la condanna per la bancarotta.
GLI IMPUTATI – In questa storia erano coinvolti a vario titolo con l’accusa iniziale di bancarotta fraudolenta Gioacchino Finocchiaro, l’attuale presidente della Provincia Nanni Ricevuto e l’imprenditore Cesare D’Amico, quali presidenti, in epoche diverse, della società “Fida s.r.l.” divenuta poi “Cms s.p.a.”; i componenti del consiglio d’amministrazione, Antonino Gazzara, Andrea Lo Castro e Francesco D’Amico; i componenti dei collegi sindacali che furono in carica dal ’90 al ’96: Salvatore Cacace (presidente fino al ’94), Carmelo Brigandì, Patrizia De Luca, Antonino Allone, Agata Rinciari, Nicoletta Rinciari, Giuseppe Leone, tutti sindaci effettivi. La vicenda Il crac finanziario della “Fida s.r.l.” poi “Cms s.p.a.”, e il coinvolgimento in manovre finanziarie di due istituti di credito, portarono la procura messinese ad aprire il fascicolo “Villa Melania”. Secondo le accuse iniziali i consiglieri d’amministrazione e i sindaci delle società costruttrici avrebbero esposto in bilancio un determinato patrimonio immobiliare, attribuendogli un valore superiore al reale (45 miliardi di vecchie lire invece di 14), per gli anni compresi tra il 1990 e il 1994. E, sempre secondo le accuse iniziali, consiglieri d’amministrazione e sindaci delle società avrebbero tenuto libri e scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio, nonostante una dichiarazione di fallimento (avvenuta nel 1996). La truffa venne contestata inizialmente giacché si sarebbe indotto in errore il Banco di Sicilia (concessore di un mutuo), facendo risultare nei bilanci una situazione economica diversa da quella reale. Ma già la sentenza di primo grado, decisa dalla prima sezione penale del Tribunale presieduta dal giudice Attilio Faranda nel febbraio del 2009 dichiarò, prescritto il reato di false comunicazioni e assolse tutti e 13 gli imputati nel merito con la formula «perché il fatto non sussiste». Il nucleo essenziale della sentenza era legato al fatto che le appostazioni di bilancio tra le carte contabili della “Cms s.p.a.” erano secondo i giudici eseguite correttamente, per «una stima convenzionale dell’affare pari a circa 20 miliardi» di vecchie lire, ed ancora furono corretti i rapporti con la banca: «… con assoluta certezza, poi, nessun inganno era possibile nei confronti del maggiore creditore della società, ovvero la Sicilcassa, la quale, partecipando alle assemblee in quanto titolare di un diritto di pegno sulle azioni della società, aveva contezza dello svolgimento delle operazioni e dei dati di bilancio dove era spiegata analiticamente la genesi del conto rimanenze». NUCCIO ANSELMO – GDS

La storia di uno scandalo archeologico.
Il complesso di Pistunina, di età tardo imperiale, dovrebbe identificarsi con la villa dove nel 408 d.C. si ritirò Santa Melania (Melania Iuniore) col marito Valerio Piniano, prima di recarsi in Africa e poi in Terrasanta. Le campagne di scavo (in rosso sulla cartina le strutture rinvenute) hanno evidenziato soprattutto le fasi di vita relative al IV-V sec. d.C. e quelle del VI-VII sec. d.C.. Poco si conosce invece dell’impianto più antico che, come documentano i rinvenimenti ceramici, si attesta nel I sec. d.C.. I livelli di frequentazione, individuati al di sotto di spessi strati alluvionali, hanno restituito monete degli imperatori bizantini Leone (457-474 d.C.) e Zeno (476-491 d.C.), mentre i frammenti ceramici consentono di circoscrivere l’ambito cronologico in un periodo compreso tra il III ed il V sec. d.C.. Nell’area a sud est c’è invece una struttura di grande interesse, probabilmente con un edificio templare più antico. Nell’area più ad est c’è un’altra struttura muraria probabilmente connessa con le precedenti, si conservano solo le fondazioni. Tutte le strutture provano che c’era un vasto ed articolato complesso abitativo di età tardo imperiale (IV-V sec. d.C.) situato a breve distanza dall’antica Messana. Solo nell’aprile del 2011, e grazie al provvedimento del procuratore aggiunto Ada Merrino, sono stati dissequestrati i reperti archeologici della villa che giacevano a Pistunina dagli anni ’90.