30 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

OPERAZIONE DELLA DIA MESSINA: Sequestro di beni da 20 mln per Rao e Isgrò. Sigilli a quattro società tra cui la "cassaforte" Cep, abitazioni, terreni, auto, moto e conti correnti

Hanno fatto affari d’oro per anni con il business del cemento a Barcellona e dintorni, sin dai tempi del boss Pippo Gullotti. Erano i primi anni ’90 e la loro “cassaforte” era la Cep, che vinceva ovunque appalti per le forniture di conglomerati cementizi e bituminosi, in pratica il cemento per costruire viadotti e palazzi e l’asfalto per realizzare le strade. Basta citare i cantieri per il raddoppio ferroviario lungo la zona tirrenica e quelli per la costruzione dell’autostrada A20, tra gli appalti d’oro di quegli anni. Era la Cep che scalzava le altre ditte con l’oppressione mafiosa: o si ritiravano o non partecipavano. Dopo la “Cep s.r.l.” ci furono altre tre evoluzioni della specie imprenditoriale-criminale, vale a dire la “Ccp s.r.l.”, la “Icem s.r.l.” e la “Agecop s.r.l.”. Da quei tempi ad oggi c’è un «filo rosso» che lega tutto, come ha detto ieri mattina il procuratore Guido Lo Forte in conferenza stampa, un filo rosso che parte dal boss Gullotti e arriva fino ai suoi vari delfini e reggenti (secondo il pentito Bisognano «… la Cep fu costituita nei primi anni ’90… posso dire che la Cep, sin dalla sua costituzione, era nella proprietà di fatto di Pippo Gullotti, Barresi Filippo, Barresi Eugenio e Rao Giovanni»). Tutto questo impero economico molto redditizio adesso è sottochiave perché nei giorni scorsi gli uomini della Sezione operativa della Dia di Messina coordinati dal capo dell’ufficio investigativo antimafia, il tenente colonnello Danilo Nastasi, hanno eseguito due distinti provvedimenti di sequestro di beni e quote societarie per un valore di circa 20 milioni di euro nei confronti di due dei principali esponenti di vertice della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, attiva sul versante tirrenico del Messinese. I provvedimenti sono stati emessi dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Messina presieduta dal giudice Marco Mazzeo e composta dalle colleghe Elena Calamita e Maria Luisa Materia, su richiesta della Distrettuale Antimafia peloritana, richiesta siglata dal procuratore capo di Messina, Guido Lo Forte e dal sostituto della Dda Vito Di Giorgio, che da anni s’è specializzato anche in misure patrimoniali. I due “padri padroni” delle società colpiti dal provvedimento di sequestro sono il 50enne di Castroreale Giovanni Rao, e il 47enne di Barcellona Giuseppe Isgrò, per tutti “il ragioniere”, che attualmente sono detenuti in regime di “41 bis” e sono considerati esponenti di vertice della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto. Rao è considerato uno dei “capi” secondo le ultime e più recenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano, Santo Gullo e Alfio Giuseppe Castro. Gli investigatori della Dia hanno apposto i sigilli a quattro società che operano nel campo della produzione di calcestruzzo (“Cep s.r.l.”, “Ccp s.r.l.”, “Icem s.r.l.”, “Agecop s.r.l.”), sei immobili tra Barcellona e Castroreale, un appezzamento di terreno a Castroreale con annessi una casa colonica e un fienile, due motocicli e due autovetture (tra cui una Bmw X5), e alcuni conti correnti. Tutti beni che sono ritenuti dai giudici incompatibili con la condizione reddituale dei due esponenti mafiosi. Rao, già coinvolto nel procedimento denominato “Mare Nostrum”, recentemente è stato arrestato nell’ambito delle operazioni “Gotha” e “Pozzo 2” con l’accusa tra l’altro di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, il capo dei Mazzarroti, lo ha indicato come il “delfino” del boss Giuseppe Gullotti, di cui avrebbe preso il posto come capo della famiglia Barcellonese alla fine degli anni ’90, dopo l’arresto del capomafia. Anche Isgrò è stato arrestato nell’operazione “Ghota” ed è descritto dai collaboratori di giustizia come organico alla cosca barcellonese e principale collaboratore di Rao. Inoltre per la sua competenza nell’edilizia Isgrò si sarebbe trasformato nella longa manus di Rao nella gestione delle aziende di riferimento al clan. Per le sue attitudini negli affari contabili, è difatti conosciuto da tutti come il “ragioniere”. Nuccio Anselmo – GDS

In sintesi
Gli investigatori della Dia hanno apposto i sigilli a quattro società che operano nel campo della produzione di calcestruzzo (“Cep s.r.l.”, “Ccp s.r.l.”, “Icem s.r.l.”, “Agecop s.r.l.”), sei immobili tra Barcellona e Castroreale, un appezzamento di terreno a Castroreale con annessi una casa colonica e un fienile, due motocicli e due autovetture (tra cui una Bmw X5), e alcuni conti correnti. Tutti beni che sono ritenuti dai giudici incompatibili con la condizione reddituale dei due esponenti mafiosi. Rao, già coinvolto nel procedimento denominato Mare Nostrum, recentemente è stato arrestato nell’ambito delle operazioni “Gotha” e “Pozzo 2” con l’accusa tra l’altro di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, il capo dei Mazzarroti, lo ha indicato come il “delfino” del boss Giuseppe Gullotti, di cui avrebbe preso il posto come capo della famiglia Barcellonese alla fine degli anni ’90, dopo l’arresto del vecchio capomafia. Anche Isgrò “il ragioniere” è stato arrestato nell’operazione “Ghota” ed è descritto dai collaboratori di giustizia come organico alla cosca barcellonese e principale collaboratore di Rao.

Alcune delle imprese erano ancora tra quelle di fiducia a Barcellona.
Il procuratore capo Guido Lo Forte ieri nel corso della conferenza stampa nella sede della Dia ha parlato di «confluenza di fatti giudiziari» e di «holding mafiose», per focalizzare in pratica il momento attuale. Un momento in cui con «pazienza» magistratura e forze dell’ordine strano abbattendo il muro mafioso degli ultimi anni soprattutto a Barcellona e dintorni, coniugando la tradizionale offensiva penale con quella patrimoniale. Perché anche i mafiosi sono molto sensibili alla “sacchetta”, ovvero alla tasca. In tema di «confluenza» ha fatto riferimento alla recente apertura dell’udienza preliminare sulle operazioni “Gotha” e “Pozzo 2”, con cui si processa la cupola mafiosa barcellonese (oggi l’udienza prosegue), mentre per le «holding mafiose» è proprio quello di ieri l’esempio classico citato dal capo della procura peloritana. Sempre ieri il sostituto della Dda Vito Di Giorgio ha spiegato come queste imprese fossero in piedi da parecchio tempo e per molti anni agissero anche indisturbate, mentre il dato-simbolo in questa storia lo ha dato il capo-sezione della Dia, il tenente colonnello della Guardia di Finanza Danilo Nastasi: un paio di queste ditte erano ancora inserite nell’albo delle imprese di fiducia al Comune di Barcellona. Clamoroso. Scrivono per esempio i giudici nel provvedimento di sequestro che «… Rao e Isgrò, infatti, hanno costituito o acquisito le società in questione sfruttando capitali lleciti e, soprattutto, hanno beneficiato del loro ruolo di dirigenti della famiglia barcellonese per imporsi nella locale imprenditoria a scapito dei concorrenti e per accaparrarsi, anche con modalità estorsive, rilevanti commesse».
Poi i giudici spiegano l’incastro economico delle imprese: «… può ragionevolmente affermarsi che tutte le anzidette società siano riconducibili ad una “holding mafiosa” facente capo al boss Giovanni Rao ed al suo “braccio destro” Giuseppe Isgrò. In tal senso depone pure l’analisi del fatturato complessivo di Cep, Ccp e Acecop, che sembra dimostrare come le stesse siano subordinate, in realtà, ad un’unica logica imprenditoriale. Il fatturato di tali società è variato nel tempo, in funzione di alcune circostanze ben precise, tra loro collegate: la Cep, a seguito del sequestro del novembre 2003, ha registrato un sensibile calo del suo fatturato, mentre l’Agecop, dal 2005 al 2007 ha sensibilmente incrementato la propria produzione nel suo impianto di contrada Malluzzo, in concomitanza con il raddoppio della linea ferroviaria; la Ccp, di contro, dal 2007 in poi, ha potuto operare direttamente attraverso l’impianto di contrada Gurafi e la sua attività produttiva è andata via via intensificandosi, sino a soppiantare quella dell’impianto di contrada Malluzzo, di pertinenza dell’Agecop, in concomitanza con l’avvenuto completamento del raddoppio ferroviario».(n.a.)