LA TRATTATIVA STATO-MAFIA: L'AVVOCATO CATTAFI 'MESSAGGERO' PER CONTO DELLO STATO. NEL PROCESSO PIU' DELICATO DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA HA FATTO IL SUO INGRESSO DALLA PORTA PRINCIPALE L'AVVOCATO DI BARCELLONA PG

Franco e Ciccio(1)

IL GIUDICE FRANCESCO DI MAGGIO IN UNA FOTO CON L’ATTUALE PROCURATORE GENERALE DI MESSINA FRANCO CASSATA

Quella mattina di maggio del 1993 al bar Doddis, in via Garibaldi, sul tavolino c’erano forse un paio di granite mentre si discuteva di carcere duro e di un messaggio da mandare a Nitto Santapaola “Per smettere con questo casino”. Da pochi giorni avevano tentato di far saltare in aria, a Roma, in via Fauro, con un’autobomba, Maurizio Costanzo. L’atmosfera nel Paese era Pesantissima. L’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi da un lato e il giudice Francesco Di Maggio dall’altro avrebbero parlato a lungo del “do ut des” tra Stato e mafia su cui adesso quattro procure italiane, Palermo, Caltanissetta, Firenze e Messina, indagano, e che la settimana prossima a Palermo porterà ad una delle più clamorose udienze preliminari della nostra storia giudiziaria recente. Come diceva qualcuno lo Stato che processa la Stato. E in questa inchiesta da alcune settimane è letteralmente piombato l’avvocato Cattafi, l’uomo dei misteri italiani, che ha raccontato a due procure, Messina e Palermo, della sua missione per conto di Di Maggio all’interno delle carceri italiane in quel buoi 1993, l’anno del cosiddetto ‘ammorbidimento’ dopo le stragi del ’92. Cattafi in sostanza ha dichiarato di avere avuto rapporti con uno dei personaggi chiave della trattativa, l’ex vicecapo del Dap Francesco Di Maggio. Il legale ha anche consegnato alcuni audionastri di due conversazioni con Di Maggio, uno dei principali arteficl, nel 1993, della revoca del carcere duro a oltre 300 mafiosi. Segnale che, secondo l’accusa, sarebbe stato lanciato ai clan per favorire la trattativa che avrebbe dovuto fare cessare le stragi mafiose. Cattafi, arrestato a luglio perché indagato dalla Procura di Messina come vertice assoluto della mafia barcellonese, mercoledì mattina è stato nuovamente sentito sulla Trattativa nel carcere de L’Aquila, dove si trova al “41 bis”, da due sostituti di Palermo, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. Un’integrazione di quanto ha già detto nelle scorse settimane prima ai sostituti della Dda di MessinaVito Di Giorgio e Angelo Cavallo, e poi al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, venuto apposta a sentirlo a Messina per un intero pomeriggio. C’è già parecchio materiale da vagliare per i magistrati palermitani in vista dell’udienza preliminare sulla Trattativa del 29 novembre prossimo a Palermo, soprattutto per valutare l’attendibilità di Cattafi. L’avvocato che più d’un pentito ha dipinto con un passato di commistioni nei servizi segreti e riciclatore internazionale dell’immenso patrimonio del boss etneo Nitto Santapaola, ha raccontato dal canto suo cose ben precise, ma i piani della vicenda sono comunque due. Sul fronte dell’inchiesta messinese che lo vede in carcere al “41 bis” come capo della cupola mafiosa barcellonese, lui ha sempre detto di essere vittima di una vrra e propria macchinazione, messa in piedi perché non si sarebbe prestato ad alcune “manovre politiche” nel suo territorio storico d’appartenenza, owero Barcellona Pozzo di Gotto. Mentre sul fronte della Trattativa il piglio è completamente diverso. Cattafi, come ha anticipato ieri Il Fatto, ha raccontato: Di Maggio si trovava a Messina, mandò un carabiniere nella casa di mia madre e mi fece sapere che mi aspettava al bar Doddis, ed è lì che lo incontrai. Mi disse che era stato nominato vice direttore del Dap. C’erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Di Maggio mi disse “dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti la trattativa”. Gli dissi che avrei provato a contattare I’awocato di Salvatore Cuscunà. Dopo circa mezzora di colloquio arrivarono anche alcuni ufficiali del Ros, qualcuno era spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che ci fosse Mori, ma non posso dirlo con certezza. Per capire il contesto bisogna dire che Cuscunà, detto “Turi Buatta”, è stato uno dei luogotenenti di Nitto Santapaola ed è stato coinvolto nell’inchiesta sull’Autoparco di Milano. La stessa inchiesta che fece finire in carcere I’avvocato Cattafi. È chiaro che tutto questo racconto deve ssere calato anche temporalmente nelle vicende poco chiare che si svilupparono a cavallo degli anni ’92-’93, e soprattutto un coîtributo fondamentale di conoscenza verrà da quegli audionastri che l’avvocato barcellonese ha consegnato ai magistrati messinesi e palermitani. Il legame Cattafi-Di Maggio- Barcellon a P ozzo di Gotto è ormai consolidato anche nelle conoscenze processuali e non. Lo ha scritto per esempio nel suo memoriale finito tra le carte del maxiprocesso “Mare Nostrum” 10 stesso magistrato Olindo Canali, che per diversi anni fu a Barcellona, in Procura. Il padre di Di Maggio da carabiniere prestò servizio con la propria famiglia per parecchio tempo proprio a Barcellona, e proprio Di Maggio raccontò tutto quello che sapeva sulla città siciliana a Canali, quando quest’ultimo, che con lui aveva svolto I’uditorato, scelse di trasferirsi in Sicilia. Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi, a Milano, nel 1984, come “esponente finanziario” di Cosa nostra. Martedì scorso a Roma, nella sede della Dna, s’è tenuta una dunione di coordinamento delle indagini sulla trattativa Stato-mafia tra le Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo. All’incontro, che e servito per fare il punto sull’inchiesta e sulle differenti posizioni dei tre uffici giudiziari sul presunto patto tra le cosche e le istituzio di, ha partecipato il capo della Dna Piero Grasso. E lì si appreso che nel procedimento erano entrate le dichiarazioni di Cattafi. Nell’udienza preliminare del 29 ottobre si dovrà decidere sul rinvio a giudizio di 12 persone imputate nel fascicolo sulla trattativa: i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Nino Cinà, il pentito Giovanni Brusca, gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, i politici Nicola Mancino, Marcello dell’Utri e Calogero Mannino. Mancino risponde di falsa testimonianza e Ciancimino è accusato di concorso ia associazione mafiosa, per gli altri imputati l’accusa è di minaccia a corpo politico dello Stato. NUCCIO ANSELMO – GDS