LA NOTA DI LUIGI STURNIOLO: Ponte sullo Stretto, il lungo addio

Di ragioni a sostegno della costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina non ce ne sono. Questo lo sanno tutti, anche i suoi sostenitori. Le aspettative di traffico non lo richiedono, non è redditizio dal punto di vista economico, le alternative sono nettamente più utili e meno costose. La prospettiva del Ponte è stata alimentata, in questi anni, solo dalla potenza mediatica degli apparati affaristici che ne ricavano vantaggi e dal co-interesse delle elite politiche ed economiche che governano il paese. Da anni utilizziamo l’espressione “il ponte lo stanno già facendo” per dire che nei programmi di chi alimenta questo grande inganno la costruzione del manufatto d’attraversamento non è essenziale. Ciò che conta davvero è mantenere aperto il capitolo di spesa, avere a disposizione un collettore di risorse pubbliche. Sarà, poi, la contingenza economica a determinarne l’entità. Il Ponte, insomma, è un dispositivo che corrisponde ad un modello. Lungi dall’essere un motore dello sviluppo del meridione, il Ponte è una tipica infrastruttura della crisi. Sta lì, fermo, ad aspettare che qualcuno ci butti dentro qualche centinaio di milioni di euro ogni tanto, allo stesso modo che per il Tav, per i termovalorizzatori, per il Mose, per autostrade come la Salerno-Reggio Calabria. Sono opere (le chiamano grandi opere) che provano a tenere in vita una forma impresa in crisi perenne, una forma impresa che intrattiene col territorio rapporti di carattere predatorio. Dal Ponte sullo Stretto e da opere ad esso simili non c’è da aspettarsi lavoro, cantieri. Sono opere senza cantieri. E quando li aprono, i cantieri, contengono pochissimi lavoratori, per pochissimo tempo e con contratti precari. Basterebbe indagare, da questo punto di vista, su cosa siano stati gli unici cantieri che ha aperto il ponte, quelli delle trivellazioni, per capire quanto poco ritorno esso restituisca al territorio. La scelta del governo di rimandare di due anni le decisioni su cosa fare del Ponte è, quindi, perfettamente in linea con quanto fatto dai governi precedenti, di centrodestra e di centrosinistra. La crisi del debito pubblico, che le politiche delle grandi opere, delle emergenze e dei grandi eventi hanno contribuito a far crescere, impedisce oggi di alimentare cospicuamente i canali di spesa per opere come l’infrastruttura d’attraversamento. Nell’attesa di sperimentare nuove formule per rendere bancabili le opere, magari con ardite piramidi finanziarie, è allora meglio sospendere i progetti più insostenibili. Tra questi è il Ponte sullo Stretto. Chiudere la Stretto di Messina Spa, cancellare il contratto con Impregilo e non riconoscere alcuna penale e alcun debito. Queste sarebbero le scelte economicamente più vantaggiose per il paese e per il territorio, ma questo governo non le prenderà perché significherebbe contraddire gli interessi dei propri soci di maggioranza. Sta al movimento battersi per il raggiungimento di questi obbiettivi. Il neo-eletto Presidente Rosario Crocetta potrebbe, come primo suo atto, ritirare la partecipazione della Regione Siciliana alla Società concessionaria per la progettazione e costruzione del Ponte. In questo modo si risparmierebbero soldi e si potrebbe aprire una fase vertenziale col governo nazionale per investimenti realmente utili. LUIGI STURNIOLO