MESSINA, I RETROSCENA DELL'INCHIESTA: Indagati GLI ONOREVOLI FRANCANTONIO GENOVESE, FRANCO RINALDI e altri nove. L’ipotesi di reato è associazione a delinquere che sarebbe stata finalizzata al peculato e anche alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche

26 giugno 2013 Cronaca di Messina

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Undici indagati. L’ipotesi di reato è associazione a delinquere finalizzata al peculato e anche alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Al centro di tutto la “galassia” politico-affaristica della formazione professionale a Messina e dintorni, ovvero uno dei centri di interesse economico del parlamentare nazionale messinese del Pd Francantonio Genovese. L’on. Genovese è indagato dalla Procura di Messina insieme con altre dieci persone tra parenti e collaboratori nell’ambito di un’inchiesta che è coordinata dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e vede al lavoro ormai da diversi mesi un pool di magistrati composto dai colleghi Camillo Falvo, Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti. Sono loro che hanno chiesto e ottenuto dal gip Giovanni De Marco una proroga di altri sei mesi per compiere nuovi accertamenti investigativi, che in questo caso sono affidati alla Sezione di polizia giudiziaria della polizia, che è coordinata dal vicequestore Fabio Ettaro. Assieme all’on. Genovese nella richiesta di proroga delle indagini risultano ricompresi il cognato e parlamentare regionale del Pd, Franco Rinaldi, le rispettive mogli Chiara e Giovanna Schirò. E ancora: la sorella di Genovese, Rosalia, il nipote Marco Lampuri, e Nicola Bartolone, Graziella Feliciotto, Salvatore Natoli, Roberto Giunta e infine ConcettaCannavò. Il filo che lega tutti è rappresentato ovviamente dalla formazione professionale regionale e dai numerosi finanziamenti ottenuti dalla Regione Siciliana per i corsi organizzati negli ultimi anni dai vari enti di cui gli indagati sono a vario titolo rappresentanti legali, componenti, o membri all’interno di organi di gestione. Ma anche sulle compravendite o cessioni di rami d’azienda che sono intervenute in questi anni tra vari enti di formazione. E per tutti la notifica dell’atto di proroga delle indagini preliminari siglato dal gip De Marco su richiesta della Procura è equivalso tecnicamente a un’informazione di garanzia, poiché gli undici indagati hanno appreso di essere sottoposti ad accertamenti da parte della Procura di Messina. Il periodo scandagliato dal pool di magistrati peloritani è comunque molto ampio, ovvero in epoca anteriore al primo gennaio 2007 e successiva al marzo 2013. La posizione di indagato dell’on. Genovese non cozza con il suo mandato di parlamentare nazionale poiché in tema di autorizzazione a procedere la normativa di riferimento non preclude per i magistrati la possibilità di iscrizione nel registro degli indagati di un parlamentare nazionale nella prima fase di accertamenti, ma solo successivamente si rende necessaria la cosiddetta “autorizzazione a procedere”, ovvero la richiesta formale a uno dei rami del Parlamento. Questo troncone d’inchiesta non è comunque l’unico in atto gestito dalla magistratura messinese sulla galassia della formazione professionale in Sicilia. In un’altra tranche risultano infatti indagati l’ex assessore comunale al Lavoro di Messina Melino Capone e altre persone. Nel novembre del 2012 Capone era stato raggiunto da un avviso di conclusione delle indagini preliminari siglato dal sostituto procuratore Camillo Falvo, con l’ipotesi di reato di truffa aggravata in concorso per conseguire erogazioni pubbliche. Nello stesso ambito risultavano indagate anche due dirigenti della Regione Siciliana: Patrizia Di Marzo, palermitana, funzionario direttivo della segreteria dell’Avvocato generale della Regione Siciliana, e la trapanese Anna Saffiotti, in qualità di responsabile dell’Area affari generali, uffici della presidenza della Regione Siciliana. Al centro di questo troncone d’inchiesta c’era l’attività siciliana dell’Ancol, l’Associazione nazionale delle Comunità di lavoro, un ente senza scopo di lucro con sede principale a Roma, di cui Capone era commissario regionale. Una onlus che però avrebbe percepito indebitamente ben 13 milioni di euro dal 2006 al 2011. Capone è stato commissario regionale per l’Ancol Sicilia fino al 2005, fino a quando i rapporti con la sede centrale romana dell’ente non s’interruppero, fino a che l’Ancol nazionale gli revocò la carica di commissario siciliano. Ma secondo quanto è emerso dalle indagini Capone avrebbe continuato a operare regolarmente quale commissario Ancol, nonostante la comunicazione ufficiale che la sede nazionale inviò alla Presidenza della Regione, con cui informava della revoca. Capone avrebbe in sostanza assunto personale dipendente in tutte le sedi dell’Ancol in violazione dello Statuto dell’associazione che prevedeva espressamente l’impiego di personale esclusivamente su base volontaria. E invece non solo gli assunti ricevevano regolarmente gli stipendi ma, nelle posizioni apicali sempre secondo l’accusa, vi erano quasi tutti i propri familiari, nonché persone vicine ad appartenenti alla propria parte politica. Ovvero una cerchia di “beneficiati” fatti transitare dai livelli bassi a quelli dirigenziali. NUCCIO ANSELMO – GAZZETTADELSUD DEL 26-06-13