MESSINA, IL IV CONGRESSO: PUBBLICHIAMO LA RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE PROVINCIALE DEL SILP (SINDACATO POLIZIA) CGIL GIUSEPPE MICALI

Sindacato italiano lavoratori polizia per la Cgil

IV CONGRESSO PROVINCIALE

“Per un nuovo sistema della sicurezza.
Come coniugare efficienza delle Forze di Polizia e razionalizzazione della spesa pubblica”

Relazione del segretario generale provinciale
Giuseppe Micali

Messina, sabato 22 marzo 2014
Sala Laudamo

Prima di iniziare i lavori di questo IV congresso del Silp per la Cgil permettetemi di ringraziare quanti, con la loro presenza qui oggi, hanno così inteso testimoniare sentimenti di amicizia e solidarietà, nei confronti di una categoria di lavoratori impegnata in funzioni difficili e delicate.

Al centro delle tesi congressuali che animeranno le discussioni dei lavori dei congressi del Silp - ai vari livelli - vi è certamente quella della non più rimandabile modifica dell’apparato sicurezza per adeguarlo ai complessi mutamenti intervenuti nella società italiana.

La crisi economica e le poche risorse a disposizione impongono una serrata lotta agli sprechi e alle inefficienze della nostra pubblica amministrazione con l’obiettivo di una effettiva ottimizzazione in grado di assicurare una migliore funzionalità dell’istituzione polizia. Pertanto, obiettivo di questa tavola rotonda, da un lato è quello di analizzare il quadro normativo sulla sicurezza e l’ordine pubblico nel nostro Paese, che vede impegnate - caso unico in Europa - ben cinque corpi di polizia, senza contare quelle locali e provinciali, e dall’altro lato quello “se” e “come”, in una politica di contenimento della spesa pubblica - che non significhi tagli ma buona gestione - è possibile recuperare risorse da investire per la sicurezza dei cittadini e per migliorare le condizioni di lavoro delle forze dell’Ordine.

Per cui, anche se con ritardo, occorre riformare e riconvertire integralmente lo scoordinato e disomogeneo sistema di sicurezza del nostro Paese che abbisogna di una vasta opera di sensibilizzazione sociale per la partecipazione diretta dei cittadini, a partire dai lavoratori del comparto.

I tagli lineari operati ai corpi di Polizia ammontano, solo negli ultimi 5 anni, a più di 4 miliardi di euro, circa il 50% in termini reali. Una scelta scellerata che non tiene in considerazione gli effetti negativi prodotti sul sistema di protezione sociale e sul contrasto alla criminalità organizzata

Il comparto sicurezza ha perso nel suo insieme circa 32mila lavoratori negli ultimi 3 anni: Gli operatori della Polizia di Stato sono passati da 103mila del 2003, a circa 94mila del 2013, quelli della Polizia penitenziaria da 45mila a circa 36mila, l’Arma dei Carabinieri da 118mila a 103mila, mentre gli organici della Guardia di Finanza così come quelli del Corpo forestale dello Stato sono stati ridotti di circa 6 mila unita.

Ai disagi patiti degli operatori dovuti al mancato turn over, occorre aggiungere quelli derivanti dal blocco dal 1° gennaio 2010 del rinnovo del contratto collettivo nazionale, come le indennità accessorie. Una situazione che si protrarrà per tutto 2014, alimentando la perdita secca del potere di acquisto delle retribuzioni, fino ad oggi quantificabile in circa 120 euro mensili medie per stipendi già esigui (in media circa 1300 euro netti mensili). Una situazione fortemente demotivante, che non fa altro che accrescere il disagio fra le donne e gli uomini in divisa. E che dire poi della beffa del riordino delle carriere del personale del Comparto, garantita dagli ex ministri dell'Interno e della Difesa e stroncata dalla Ragioneria dello Stato per insufficienza dei fondi necessari, rivelatasi per quella che era fin dall'inizio: una intollerabile presa in giro degli operatori della sicurezza.

In questi ultimi giorni, peraltro, si è aggiunto un ulteriore elemento critico: l'annuncio di chiusura di centinaia di posti di Polizia proprio perché a causa dell’esiguità di personale e di risorse non sono in grado di assicurare un servizio minimo, senza che sia stata avviata alcuna preventiva concertazione con le rappresentanze sindacali. Siamo perfettamente consapevoli che impellenti esigenze di spesa e mutamenti della società impongono di rimodulare la presenza delle Forze dell’Ordine sul territorio. Riteniamo, però, che per fare ciò, sia indispensabile il consenso e il coinvolgimento dei soggetti interessati. Non parliamo di veti sindacali, ma di rispettare un meccanismo di relazioni perché il consenso degli operatori della sicurezza vale molto. La nostra non è una battaglia di retroguardia o conservazione, anzi.

La logica non può essere solo il taglio

La presenza di due forze di polizia a carattere generalista, l’assenza di una moderna Polizia Finanziaria - che si occupi in via esclusiva dei reati connessi al proprio istituto -, costituiscono un sistema anacronistico e controproducente che non è più sostenibile, specie in tempi di crisi come quello attuale.

Riconosciamo e rispettiamo l’attaccamento degli operatori ai singoli Corpi di appartanenza, quale uno dei ”motori” dell’abnegazione che giornalmente essi dimostrano nei confronti del servizio, ma occorre mettere da parte lo spirito dell’appartenza e rendersi conto che la sicurezza è un bene collettivo e non la si produce con l’orgoglio, con le tradizioni e i ricordi (che non vengono certamente cancellati con una riforma), ma la si migliora con senso di responsabilità, mezzi, uomini e donne coordinati con professionalità.

In Italia, purtroppo, attraverso surrettizie sperimentazioni, si mantiene lo status quo inventando, di volta in volta, nuovi progetti che finiscono con l’aggravare le disfunzioni dell’attuale sistema, che vede le forze di polizia a competenza generalista, Polizia e carabinieri, “concorrenziali” sul territorio, soprattutto nel campo delle investigazioni. In questo processo certamente non ha giovato la decisione dell’allora Governo presieduto dall’on. D’Alema, di elevare l’Arma dei carabinieri a quarta Forza Armata, vieppiù alimentandone i costi con l’aumento dei posti di vertici.

Così in osservanza a dette logiche, non si contano più le costose sperimentazioni fatte in nome del coordinamento, rivelatisi scomposte fughe in avanti che hanno indebolito la figura dell’Autorità di Pubblica Sicurezza e indirettamente favorito l’alta dirigenza, attraverso una inutile e costosa duplicazione di posti di comando, in danno dei contribuenti. Riprova ne è la lievitazione dei compensi dei massimi responsabili dei corpi di polizia a cui, nel tempo, vi sono stati adeguamenti a catena, in una rincorsa che pare essere inarrestabile.

Interrogandoci su quale modello di sicurezza una società come la nostra debba dotarsi, oggi finalmente possiamo affermare che l’attuale suddivisione delle forze di polizia, voluta dalla legge 121 del 1981, (la cosiddetta riforma della polizia), non è più confacente ai bisogni del Paese. Nel confronto con il Governo, il Sindacato ha già proposto di superare questo schema costoso ed inefficiente, che non risponde alle esigenze di sicurezza individuali e collettive dei cittadini e non soddisfa il criterio delle energie messe in campo in relazione ai risultati ottenuti.

Una azione politica e legislativa che dovesse procedere nella scontata direzione di tagli generalizzati delle risorse economiche porterebbe il sistema sicurezza alla sua implosione, come facilmente si deduce dal fatto che le carenti dotazioni strumentali e la continua diminuzione degli organici (oltre 12.000 unità in meno per la sola polizia di stato rispetto a quelle previste) si accompagnano ad una preoccupante innalzamento dell’età media oramai prossima ai 45 anni, processo che inevitalbilmente si aggraverà nel prossimo futuro a causa di un insufficiente turn-over.

Il rischio di tale processo involutivo è un progressivo concentramento delle polizie nei soli centri urbani delle grandi città, dove più facile è ottenere visibiltà e quindi notorietà, con la conseguente desertificazione delle periferie abbandonate nelle mani della criminalità di fatto incotrollata e incontrollabile.

Di fronte a questo allarmante quadro, la politica è chiamata ad assumere drastiche e concrete decisioni, prendendo coscienza che un Paese allo stremo come il nostro non può più permettersi il lusso di avere tante polizie e che le dinamiche corporative non possono più fungere da alibi per nessuno.

E’ utile sottolineare come le grandi democrazie europee, quali Francia, Spagna, Germania ed anche la Gran Bretagna, abbiano avviato, seppur con formule diverse, un processo di unificazione delle varie forze di polizia, conseguendo da una parte enormi risparmi e, dall’altra aumentando gli standard di sicurezza dei cittadini, come rilevato da autorevoli istituti di analisi.

Occorre dunque, istituire una sola polizia a competenza generalista, alle dipendenze del ministero dell’Interno che, avvalendosi da subito di circa 220 unita della Polizia e dell’Arma, permetta di restituire ai servizi specifici la Guardia di Finanza, la Polizia penitenziaria ed il Corpo forestale dello Stato.

Se riporteremo il cittadino al centro del progetto sicurezza, prevedendo meno capi e più operatori, saremo in grado di ridurre i costi del sistema e di incrementare la presenza sul territorio per una più incisiva azione di contrasto alla dilagante macro e micro criminalità da una parte e, dall’altro, un risparmio quantificabile in circa 3 miliardi di euro, come autorevoli studi valutano.

E’ di tutta evidenza che un tale percorso parlamentare - come è facile intuire - si preannuncia molto travagliato per le prevedibili resistenze dei vertici dei vari Corpi, basta andare a vedere ad esempio le dichiarazioni del Cocer dell’Arma, l’organismo di rappresentanza, e per ultime quelle del Comandante Generale Gallittelli in sede di audizione davanti alla Commissione Antimafia.

La sicurezza è un bene collettivo che non può essere sacrificato sull’altare dello spirito di corpo dei singoli apparati.
Come ben sappiamo la nostra provincia, così come molte altre aree del nostro Paese, ha un problema in più che si chiama criminalità, illegalità diffusa, corruzione.

In una realtà come la nostra, in cui questi fenomeni criminali convivono con un alto tasso di disoccupazione, il tema della sicurezza, e quindi più in generale della legalità, è strettamente legato a quello dello sviluppo e quindi del lavoro.
La disoccupazione attuale non riguarda soltanto i giovani ma anche, e a migliaia, gente che un lavoro ce l’aveva e che oggi non ce l’ha più, gente tra l’altro che, in una fascia di età che superata ormai di molto la giovinezza, ha scarsissime probabilità di trovare un altro lavoro. Sono soggetti a rischio che la criminalità organizzata può attrarre e sedurre e arruolare nelle proprie file.

Se il lavoro non c’è, la legalità come valore condiviso, regola di convivenza e autonomo criterio di comportamento non si può affermare.

Il tema della sicurezza ci viene riproposto ogni giorno dalle cronache in tutta la sua drammatica attualità. Nel nostro Paese, malgrado l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura - che negli ultimi anni ha consentito di raggiungere importanti risultati nella lotta alla criminalità - permangono consistenti livelli di insicurezza che turbano significativamente la società civile.

Cresce nelle città, tra la gente la paura di essere vittime di quella che si suole definire criminalità predatoria, che sta diventando sempre più diffusa, sempre più aggressiva. Il senso di insicurezza è alimentato anche da una pluralità di condotte incivili, atti di malcostume, prepotenze e conflitti, che soprattutto in situazioni di degrado urbano e di esclusione sociale, trovano terreno facile per la loro proliferazione.

Questi sentimenti - con l’aumento dell’illegalità e dell’impunità diffusa - concorrono a determinare quel clima di allarme sociale e di sfiducia nelle istituzioni che si manifesta in forme dirompenti ogni qualvolta accadono fatti gravi e ripetuti.

E’ necessario ridare serenità alla gente, agli uomini e alle donne che vivono nelle nostre città.

C’è, quindi, la necessità di politiche nazionali e locali capaci di dare risposte credibili alla domanda di sicurezza che viene dalla società. Occorre porre in essere un intervento organico, articolato su più livelli e nuove forme di collaborazione tra poteri pubblici e società civile.

Ma Forze di Polizia e Magistratura devono essere messe in condizione di ben operare ed è pertanto indispensabile trovare le risorse necessarie, sia per implementare gli organici, che le dotazioni strumentali e strutturali.

Visto dalla nostra prospettiva, cioè di addetti ai lavori costretti a barcamenarsi fra mille difficoltà e penuria di mezzi e risorse, riteniamo che occorre rivedere la normativa sui beni confiscati ai mafiosi, per renderla più snella ed operativa ad incominciare dalla vendita - che non deve più costituire un tabù come finora accaduto – di quegli immobili le cui condizioni non consentono un uso sociale così come di quelle aziende che rischiano di fallire miseramente.

Così come indispensabile appare una norma che preveda la possibilità di utilizzare la liquidità confiscata e confluita nel Fondo Unico Giustizia per progetti di riutilizzo sociale dei beni immobili confiscati o da destinare a progetti di sicurezza.

L'inceppamento di alcuni meccanismi e alcune mancate previsioni normative impongono con urgenza una radicale revisione nella gestione dei beni confiscati. In sostanza, c’è bisogno di una normativa senza inutili orpelli che la appesantiscano.
Nel quadro di un contenimento della spesa pubblica, pensiamo che senza abbassare il livello di efficienza dei nostri apparati di sicurezza, si possono conseguire significativi risparmi di spesa, eliminando sprechi che sono solamente il frutto di un sistema normativo incoerente, nonché di una cattiva gestione della spesa pubblica, spesso scaturita da una mancata sinergia tra i vari organi dello STATO.
Riteniamo, poi, che riducendo, ad esempio, gran parte delle enormi somme sostenute per l’affitto di edifici destinati alle forze di polizia o degli Uffici Giudiziari, utilizzando invece i beni demaniali che nella nostra città giacciono inutilizzati, od anche quelli oggetto di confisca ai mafiosi, si possono realizzare elevatissimi risparmi da utilizzare poi per rendere più incisiva l’azione di contrasto alla criminalità e per migliore i servizi offerti ai cittadini.

Su questo versante pensiamo che anche localmente si possano adottare delle iniziative, i cui risparmi potrebbero essere riutilizzati - oltre che per risanare le esangui casse degli enti locali, anche per interventi che consentano di aumentare il livello di sicurezza urbana, ad esempio ampliando le zone di videosorveglianza o per l’acquisto di mezzi e materiali per le forze dell’ordine.

Anche se incomplete le notizie che abbiamo su quanto le Amministrazioni statali e gli Enti Locali spendono in canoni per l’affitto di locali destinati, nel caso specifico, ad Uffici destinati alle forze di polizia od a quelle dell’amministrazione della Giustizia, ci danno però l’idea di un sistema consolidato che permette di pagare somme stratosferiche a privati, quando a Messina, anche in pieno centro, giacciono inutilizzati, oppure utilizzati per fini non propri, beni del Demanio. Se quanto riportato da un settimanale cittadino che per l’affitto dei locali degli uffici giudiziari ogni anno viene speso un milione e 800mila euro a carico di Ministero della Giustizia e Comune di Messina, allora riteniamo che sia arrivato il momento di dire basta.

La polizia di stato a Messina ha una situazione logistica che certamente abbisognerebbe di interventi significativi.
Gli uffici della questura al momento sono divisi in tre siti diversi: la sede storica di via Placida, quella presso il plesso Calipari (che incomprensibilmente viene chiamata caserma, trattandosi invece di un compendio che ospita buona parte degli uffici della questura e la polizia stradale), ed infine l’Ufficio Immigrazione all’Annunziata.

E’ evidente che tale frammentazione, oltre a richiedere più personale per la vigilanza, è causa di dispendio di energie, perdita di tempo, in un costante andirivieni da un sito all’altro.

E così ci sembra un grandissimo spreco che per i locali che ospitano l’Autocentro di Polizia in via La Farina, si spendano ogni anno circa 180mila euro, così come uno spreco appaiono le quasi 90mila euro corrisposte annualmente alla ditta proprietaria per i locali del Commissariato Messina Sud a Contesse, quando a poche centinaia di metri nel plesso delle Poste di Pistunina il demanio ha concesso la disponibilità di locali, che però non si possono utilizzare perché abbisognano di lavori di ristrutturazione ed adeguamento per i quali non ci sono risorse finanziare.

Ed in questo contesto della mancata realizzazione od individuazione di edifici destinati ad istituzioni direttamente impegnate nella lotta alla criminalità, emblematiche appaiono le vicende relative alla costruzione del cosiddetto secondo Palazzo di Giustizia. E mentre da anni si discute ora di quel sito, ora di quell’altro, gli uffici giudiziari sono ormai al collasso. L’allarme che oramai da diversi anni viene puntualmente lanciato in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è sintomatico.

E’ di tutta evidenza come In questo clima di mancati interventi c’è chi con gli affitti realizza affari d’oro.

E’ proprio di questi giorni la notizia che la caserma dei Carabinieri di Bordonaro dovrà presto essere chiusa per inagibilità dei locali. Pensiamo che in questo momento, proprio per non fare passare il messaggio che un presidio di legalità venga a mancare in un quartiere considerato a rischio, occorra immediatamente intervenire, individuando locali in fase di dismissione presenti in quel villaggio.

Gli sforzi compiuti dall’attuale amministrazione comunale, ed in particolare del Vice Sindaco qui presente, che ha la delega anche al patrimonio, sembrano andare nella giusta direzione di una oculata gestione dei beni comuni con rilevanti risparmi per le asfittiche casse comunali.
Però occorre fare di più, che tutti facciamo di più.
A nostro avviso occorre puntare sulle aree e sugli edifici nella disponibilità dell’Esercito che per la gran parte giacciono inutilizzati, ci riferiamo all’area dell’ex ospedale militare, alla caserma di Bisconte, all’ex distretto militare, facendo in modo tra l’altro che vengano rimossi vincoli artificiosi.
Purtroppo chi negli anni ha avuto ruoli di governo ed amministrazione della cosa pubblica si è poco impegnato nel perseguire con convinzione e determinazione, tale obiettivo. Forti, invece, sono apparse le resistenze a rilasciare quei luoghi, in una inaccettabile difesa dell’interesse particolare a discapito di quello collettivo.

Crediamo che sia invece giunta l’ora che i cittadini di Messina - che per troppi anni hanno pagato per queste “servitù militari” - si riapproprino di questi spazi. E, su questa questione, riteniamo che occorre rilanciare delle iniziative per aggregare quanti in questa città aspirano al diritto di avere un apparato di sicurezza più efficiente e forze dell’ordine più motivate.

Con il presente incontro - che è aperto a contributi e visioni diverse -, pensiamo di offrire una occasione per innescare una riflessione ampia ed articolata che possa contribuire alla definizione di una strategia integrata, in cui all’opera svolta prevalentemente dalle amministrazioni statali, si affianchino interventi posti in essere dagli Enti locali e dalle associazioni impegnate nella difesa e nell’affermazione della legalità, volti a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e a progettare nuovi modelli di convivenza civile.

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione