Processo Mori, teste scambiato per boss: "I carabinieri mi spararono". Secondo l'accusa, sarebbe stato un "diversivo" per avvisare il latitante Nitto Santapaola della presenza degli 007 a Terme Vigliatore

19 gennaio 2015 Inchieste/Giudiziaria

Le vicende relative alla “mancata cattura” del boss mafioso catanese Nitto Santapaola nel 1993 a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, sono oggi al centro dell’udienza d’appello del processo contro l’ex capo del Sisde e del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e assolti in primo grado. Oggi in aula sono stati chiamati dall’accusa, rappresentata dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, i componenti del nucleo familiare Imbesi e da alcuni carabinieri che operarono all’epoca. Il 6 aprile del 1993 alcuni carabinieri del Ros – tra cui Sergio De Caprio, il capitano Ultimo – inseguirono Fortuno Imbesi, all’epoca ventenne, scambiandolo per il boss latitante Pietro Aglieri. I militari esplosero diversi colpi di pistola e fecero pure irruzione in casa del padre di Fortunato, Mario Salvatore. La sparatoria sarebbe stata finalizzata – secondo la tesi dell’accusa – a mettere in allerta il boss Santapaola, che in quegli stessi luoghi era latitante.

Santapaola – è emerso succesivamente – sarebbe rimasto nascosto a Terme Vigliatore fino al 29 aprile 1993, e fu arrestato dallo Sco a Catania una quindicina di giorni dopo. Fortunato Imbesi ha ricostruito in aula i momenti convulsi dell’inseguimento: “Erano almeno cinque auto tutte civili e giunsero a gran velocità. Dall’abitacolo – ha detto – si scorgevano armi da fuoco. E nessuno mostrò mai distintivi o si qualificò. Io pensavo che fossero criminali e scappai, cercando di raggiungere la stazione dei carabinieri.
Furono diversi i colpi di arma da fuoco, almeno due o tre raggiunsero la mia auto”.

Il padre, Mario Salvatore Imbesi, ha riferito in aula che poco prima di quell’episodio il procuratore aggiunto di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, lo aveva convocato per avvertirlo che la “criminalità organizzata aveva deciso di eliminare lui o esponenti della sua famiglia”. Da qui il timore della famiglia Imbesi e la ragione per cui – secondo quanto da loro sostenuto – di fronte a uomini armati non pensarono mai ad esponenti delle forze dell’ordine ma a malfattori. Mentre Fortunato Imbesi veniva inseguito allo stesso tempo a casa di Mario Salvatore Imbesi diversi uomini facevano irruzione effettuando anche una rapida perquisizione. Dopo pochi minuti, però, uno di questi militari disse: “Anche noi possiamo sbagliare”. Questa sarebbe la ragione per cui Mario Salvatore Imbesi non presentò mai un esposto: “Non ho mai firmato – ha detto – un verbale sulla perquisizione. Non immaginavo fosse necessario. L’ho scoperto dopo. Comunque non ho mai denunciato nulla perché, trattandosi di uomini dello Stato, non volevo mettere il dito nella piaga”.

L’accusa tende a dimostrare che i carabinieri del Ros – ed in particolare la squadra comandata dal capitano Ultimo – non si trovavano nei dintorni di Messina, ed a Terme Vigliatore – per puro caso. E che in realtà questa attività fosse finalizzata a creare un “diversivo” per avvertire il boss catanese Nitto Santapaola. Ciò in virtù – sempre secondo l’accusa – dell’avvio della presunta trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia. Anche in quest’ottica, dinanzi alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale, sono stati ascoltati i carabinieri Mauro Olivieri e Francesco Randazzo, che all’epoca erano attivi in questa operazione. Sono stati interrogatori pieni di “non ricordo” di fronte alle domande incalzanti del sostituto Patronaggio da parte degli investigatori che facevano parte di un gruppo di elite che, pochi mesi prima, aveva messo fine alla decennale latitanza di Totò Riina. “Non sapevo assolutamente nulla della permanenza di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore – ha detto Randazzo – e non ero al corrente di alcun obiettivo investigativo in tal senso”. Il processo è stato rinviato al 9 febbraio.

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