MESSINA, L'INCHIESTA BIS SULL'INGENTE PATRIMONIO CONFISCATO: CONTESTATA A BONAFFINI E CHIOFALO L'INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI. LA DDA HA CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DEGLI IMPRENDITORI

Bonaffini_Sarino

 

Il sostituto procuratore della Dda Vito Di Giorgio ha richiesto il rinvio a giudizio di quattro persone nell’ambito dell’inchiesta “satellite” per la maxi confisca da 450 milioni di euro al commerciante ittico diventato imprenditore edile Sarino Bonaffini (nella foto): quattro le persone coinvolte, con la contestazione del reato di intestazione fittizia di beni. Si tratta dello stesso Sarino, del fratello Angelo Bonaffini, e poi dell’imprenditore ittico Gaetano Chiofalo e del fratello Domenico. Si tratta di una “coda d’indagine” della maxi inchiesta coordinata a suo tempo dal sostituto della Distrettuale antimafia Vito Di Giorgio, e gestita dalla Squadra mobile. Tre sono le contestazioni accusatorie intorno ad alcune “imprese-chiave” dell’impero economico Bonaffini, il quadro non è mutato rispetto all’atto di chiusura delle indagini preliminari, che si registrò nel luglio dello scorso anno. Al centro le cessioni di tre imprese: “Pescazzurra srl’, “C&B Immobiliare Srl” e “Immobiltre srl”. Nella prima ipotesi l’intestazione fittizia di beni ipotizzata dalla Dda peloritana riguarda il passaggio di quote societarie della nota ditta “Pescazzurra srl”, nell’ottobre del 2009, dai fratelli Sarino e Angelo Bonaffini a Gaetano Chiofalo, ditta con al centro attività legale alla pesca e alla commercializzazione del pescato. Nel luglio del 2010 invece sempre i fratelli Bonaffini cedettero le loro quote ai due Chiofalo dell’impresa “C&B Immobiliare srl”. E infine, sempre nel luglio del 2010, il solo Sarino Bonaffini “attribuiva fittiziamente” ai due Chiofalo le proprie quote della “Immobiltre srl”. Le due imprese avevano come ragione societaria l’acquisto e la vendita di beni immobili. Il patrimonio dei Bonaffini, sottoposto a sequestro nell’ottobre del 2011 dopo un’indagine molto lunga e complessa, esattamente due anni dopo, nel 2013, ha subito la confisca di primo grado da parte della sezione Misure di prevenzione del Tribunale, su un presupposto ben preciso sostenuto con forza dalla procura e riconosciuto sussistente dai giudici: e’ un patrimonio che sarebbe stato generato riciclando denaro proveniente dal clan mafioso di Mangialupi. NUCCIO ANSELMO – GAZZETTA DEL SUD