VERITA' E GIUSTIZIA. IL RICORDO DELL'AVV. FABIO REPICI: L'ANNIVERSARIO. TRENT'ANNI DALL'OMICIDIO DI GRAZIELLA CAMPAGNA

6 dicembre 2015 Inchieste/Giudiziaria

Omicidio Graziella Campagna

L’ABBRACCIO DI FABIO REPICI E PIERO CAMPAGNA DOPO LA SENTENZA – FOTO DI ENRICO DI GIACOMO

Quand’ero bambino, i fatti di trent’anni prima corrispondevano alla seconda guerra mondiale. Quando ne sentivo parlare, mi sembravano ricordi di un tempo antichissimo, come fosse preistoria. Mi desta impressione pensarci oggi, nell’imminenza del trentesimo anniversario dell’assassinio di Graziella Campagna: impressione per la lontananza temporale della scomparsa della ragazzina di Saponara; impressione per l’attualità del dolore e di una cicatrice impossibile da rimarginarsi, per i familiari di Graziella, anche a trent’anni di distanza da quel dannato 12 dicembre 1985 (un altro maledetto 12 dicembre, come quello di sedici anni prima, per Piazza Fontana); impressione, quanto alle mie personali sensazioni, nel pensare al tempo trascorso negli sforzi, davvero inimmaginabili, condivisi con Piero, il fratello di Graziella, per ottenere verità e giustizia. Un cittadino ingenuo penserebbe che raggiungere verità e giustizia sulla crudele uccisione di una ragazzina – sequestrata, interrogata e poi trucidata con cinque colpi di fucile esplosi frontalmente a breve distanza solo perché per caso, lavorando in una lavanderia di Villafranca Tirrena (lavanderia La Regina, si chiamava), aveva scoperto che quel negozio era frequentato da due pericolosi criminali palermitani latitanti, Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera – debba essere cosa facile. Tutt’al contrario: fu impresa peggio che titanica, che forse alla fine coronammo con successo, ma senza letizia, solo perché mossi dalla rabbia disperata di Piero e dall’incoscienza mia. Questa parte della storia, sull’omicidio di Graziella Campagna, non è mai stata conosciuta appieno. A trent’anni dalla morte di Graziella, forse è il caso di lasciarne traccia.

Conobbi Piero Campagna nel mese di ottobre del 1996. Era appena stato notificato a lui e agli altri familiari di Graziella l’avviso di fissazione dell’udienza innanzi al G.i.p. di Messina, per il giorno 30 ottobre 1996: la procura distrettuale antimafia di Messina, infatti, aveva richiesto la revoca della sentenza di proscioglimento emessa a suo tempo dal giudice istruttore Marcello Mondello in favore di Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera nel primo processo celebrato per l’assassinio di Graziella. Il caso si poteva riaprire, quindi, e i Campagna, che non avevano mai del tutto abbandonato la speranza di ottenere giustizia, erano alla ricerca di un avvocato che li assistesse.
A presentarmi Piero, appuntato dei carabinieri in quel momento in servizio a Barcellona Pozzo di Gotto, furono alcuni amici comuni, antimafiosi per impegno politico e per scelta di vita, che da qualche mese gli si erano fatti intorno per sostenere la ricerca di verità e giustizia sull’omicidio di Graziella Campagna.
Riconobbi da subito lo sguardo eternamente febbrile di Piero, i suoi gesti nervosi, la sua impazienza. Mi raccontò di sua sorella Graziella e della sua tragica fine. Rimasi sbalordito: la storia che ascoltavo, terrificante, si era svolta a pochi chilometri da casa mia e io, se ne avevo mai avuto sentore (e sembrerebbe impossibile il contrario), non ne serbavo il minimo ricordo.
A Piero e alla sua famiglia, però, serviva un avvocato. E io in quel momento non lo ero: ero impegnato ancora nella pratica forense, come viene detto il tirocinio dei futuri avvocati. Piero, dopo l’esperienza del primo processo per l’assassinio di Graziella, non aveva più molta fiducia nella mia categoria professionale, nel funzionamento della giustizia in generale e nelle strane alchimie del rito peloritano, vigente a Messina. In questo le mie idee non erano molto distanti dalle sue. Riflettemmo insieme, con Piero e i nostri comuni amici, e giungemmo alla decisione che avremmo chiesto la disponibilità dell’avvocato con il quale svolgevo la pratica perché questi patrocinasse la posizione processuale dei familiari di Graziella Campagna, in attesa che io conseguissi l’abilitazione all’esercizio della professione. Così fu.

Qualche giorno dopo ritirai in cancelleria copia del fascicolo, composto dagli atti del primo processo e dalle dichiarazioni rese nell’ultimo anno da nove collaboratori di giustizia. Proprio queste ultime avevano provocato la richiesta di riapertura delle indagini. Cominciai a leggere le carte e provai una strana sensazione, come se venissi risucchiato in un’altra dimensione, sospesa all’epoca della mia adolescenza e nei luoghi che mi avevano visto crescere.
Quando Graziella Campagna era stata letteralmente massacrata avevo quindici anni. Graziella era di Saponara e lavorava a Villafranca Tirrena e io a quel tempo abitavo nella vicina Rometta Marea, a poche centinaia di metri dalla dimora ufficiale di un certo ingegnere Cannata, che di quella vicenda era stato protagonista. Ma soprattutto scoprii che molti personaggi, i cui nomi comparivano in quelle carte, mi erano familiari e mi riportavano a ricordi antichi, ad ingenue convinzioni della mia infanzia e ad ancora più ingenui sospetti coltivati da ragazzino.
D’improvviso, attraverso la lettura di quei documenti processuali, mi trovai a ripercorrere un ambito spaziale e temporale che avevo già vissuto in prima persona. Solo che questa volta mi toccava osservare le cose da un altro punto di vista, con la conseguenza che non solo i luoghi ma perfino alcune persone mi apparivano, e infine erano, diverse da come le avevo sempre ritenute o immaginate.
InviaScoprii, soprattutto, che i luoghi nei quali ero cresciuto erano tutt’altro che provincia babba, parola del dialetto messinese che equivale a tonta e sonnolenta, utilizzata da sempre per inventare di sana pianta l’icona, schifosamente bugiarda, di un territorio nel quale la mafia non esisteva. In verità, dalle nostre parti la mafia non solo esisteva (ed esiste) ma spesso si aveva difficoltà (difficoltà tuttora attuale) a distinguerla dalle strutture del potere legale, con il risultato che appariva (e sfortunatamente appare ancora oggi) quasi (o quasi sempre) invincibile. A questa conclusione, in realtà, mi ero arreso già da qualche anno: esattamente da quando avevo coltivato la passione per il giornalismo e mi ero trovato a scrivere di un personaggio, Santo Sfameni, e di un luogo osceno ma dal nome quasi metafisico, la Masseria pace e bene, che negli sviluppi del processo per l’omicidio Campagna avrei scoperto essere stati centrali. Avevo scritto perfino del giudice Mondello e degli allegri schiticchi – altra parola del gergo locale che indica i convivi mangerecci a base di carne alla brace – nei quali avevano banchettato insieme, allegramente, gli uni accanto agli altri, magistrati e mafiosi, Stato e (apparente) antiStato. Mia fonte, ultraattendibile, era stato un caro amico di allora (poi le cose cambiarono: un suo stretto congiunto sarebbe comparso nelle pieghe del processo tra i principali agevolatori degli assassini di Graziella).
Insomma, fin da subito ci furono le premesse per un’esperienza professionale e personale totalizzante. Non ricordo se me ne resi conto immediatamente. Di certo lo capii con i primi passi del processo. E soprattutto con i racconti che iniziò a farmi Piero Campagna, ben più completi e complessi delle anguste ricostruzioni processuali.
Accadde, però, una cosa strana, che verrebbe di dire miracolosa se non fossi un razionalista impenitente. Perfino il mosaico di Piero mancava di qualche piccolo ma significativo tassello. Fortuna volle che io, per il fatto di essere nato e cresciuto proprio da quelle parti, possedevo i pochi elementi di conoscenza che a lui mancavano. Finì che, a partire dalla semplice esistenza di una tranquilla ragazzina di paese, riuscimmo a ricomporre l’intero agghiacciante contesto.

Dunque Piero Campagna era (ed è ancora) un carabiniere. Non è faziosità, la mia: Piero Campagna è il carabiniere (è appuntato, nemmeno sottufficiale) più in gamba che abbia mai incontrato. La sua carriera è lì a dimostrarne le capacità di investigatore di strada e il coraggio, doti che Piero possiede in misura davvero inusuale, abbinate anche al senso del dovere – caratteristica fortunatamente non rara nell’Arma – e alla indisponibilità a chiudere gli occhi davanti alle nefandezze dei potenti, con tutti i rischi che questo comporta per chi è inserito negli apparati dello Stato.
Dopo l’uccisione di Graziella, Piero, che in quel momento lavorava dalle parti di Gioia Tauro, venne trasferito tempestivamente. Ma non in Sicilia, come aveva chiesto, per stare più vicino alla sua famiglia e alle indagini sull’omicidio di sua sorella, bensì all’estremo nord della Calabria, in Sila Grande. Poi, nel 1991, a ventotto anni, l’appuntato Campagna aveva ottenuto finalmente il trasferimento in provincia di Messina, alla compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, città a radicamento mafioso tale da essere considerata una specie di Corleone della Sicilia orientale.
Qui Piero fece in tempo a conoscere Beppe Alfano, prima che questi fosse ucciso la sera dell’8 gennaio 1993. Come aveva promesso in lacrime ai familiari del suo amico giornalista, due anni dopo Piero era riuscito ad arrestare uno dei principali responsabili del delitto. Giuseppe Gullotti, al tempo capo indiscusso dell’ala militare della mafia barcellonese, nel novembre 1993 aveva appreso da qualche traditore dello Stato (le talpe al soldo della mafia non sono cosa recente) che era in arrivo per lui un’ordinanza di custodia cautelare e, pertanto, si era reso latitante. Non si era allontanato da Barcellona, naturalmente; anzi, si era sistemato in un appartamento posto sulla stessa strada dell’abitazione del cronista che aveva fatto uccidere. Lì, però, in un giorno del febbraio 1995 gli era piombato in casa, abbattendo la porta come una furia, l’appuntato Piero Campagna, che l’aveva ammanettato e accompagnato in caserma insieme ad un collega. Pochi mesi prima, nelle indagini volte alla cattura del boss Gullotti, Piero, girando in moto con un altro militare lungo le strade di Barcellona, era stato testimone di una scena indimenticabile: la moglie del capomafia latitante, nella piazza centrale della città, colloquiava amabilmente con un magistrato, uno dei più potenti della provincia di Messina. I due carabinieri, doverosamente, avevano redatto una relazione di servizio nella quale avevano riportato ciò che avevano visto. Ne nacque un terremoto istituzionale che molti anni dopo avrebbe coinvolto pure il consiglio superiore della magistratura, in una delle pagine meno decorose della sua pur non impeccabile storia.
Una figura esemplare di investigatore, dunque, quella di Piero Campagna; un simbolo da sbandierare con orgoglio, per l’Arma. Ma nella storia che iniziava a raccontarmi e che leggevo sulle carte processuali molti carabinieri avevano avuto una parte importante e non certo esaltante. Militari della Benemerita si erano resi protagonisti di comportamenti incredibili, che erano stati determinanti per la piega infausta presa dagli eventi che avevano condotto alla morte una ragazza appena diciassettenne. E che dire delle scelleratezze investigative compiute a cadavere ancora caldo? Ecco perché Piero soffriva doppiamente nel ricordare le gesta poco eroiche dei suoi colleghi: non soltanto gli ricordavano la perdita della sua adorata sorella ma lasciavano dentro di lui lo sgomento di chi non riusciva a comprendere come fossero stati possibili quegli scempi. Per dirla tutta: Piero si sentiva tradito dal suo corpo d’appartenenza ed è una cosa che ancora oggi non riesce a digerire. Ha piegato l’intera sua vita e quella della propria famiglia al rispetto dei suoi doveri di militare e ha dovuto subire, sulla pelle della sorella, le conseguenze irreparabili di collusioni, leggerezze e gesti sconclusionati davvero mai visti.

Subito non me n’ero reso conto. Accadde invece quando, consultando le carte processuali, mi rigirai fra le mani un foglio sul quale erano indicati i nomi dei due giudici togati (cioè magistrati di professione) e dei sei giudici popolari (cioè comuni cittadini estratti a sorte da apposite liste) che erano stati chiamati a comporre la corte d’assise per l’udienza del 10 marzo 1989. Fra i giudici popolari compariva il nome della madre di un mio caro amico, compagno di liceo e collega d’università. Appresi che era stato l’unico processo nel quale quella signora aveva svolto le funzioni di giudice popolare. Mi si accese una lampadina. Riguardai la data di quella udienza in corte d’assise e ricordai nitidamente. Ero al primo anno di università alla facoltà di legge di Messina. Io e un mio amico e collega – quel mio amico e collega – avevamo appena sostenuto il nostro primo esame. Era la tarda mattinata del 10 marzo 1989 e il mio amico mi chiese di accompagnarlo per dare notizia a sua madre del buon andamento dell’esame. Mi disse che quel giorno era impegnata come giudice popolare. Io al tempo neanche sapevo cosa fossero i giudici popolari ma il palazzo di giustizia si trovava proprio di fronte alla facoltà di legge e allora accompagnai il mio amico. Ricordo di essere entrato a palazzo Piacentini con una certa soggezione. Ci avvicinammo alla porta dell’aula della corte d’assise, proprio la stessa nella quale circa dieci anni dopo sarei stato parte attiva al processo per l’omicidio Campagna. Non so perché un carabiniere, che stazionava davanti all’aula, non ci fece entrare: forse la corte stava sospendendo l’udienza per una camera di consiglio. Dal taglio della porta semiaperta sbirciai una parte degli scranni della corte. Sconoscevamo quale fosse il processo in corso. Ci allontanammo. Ovviamente, non potevo sapere che a pochi passi da me, dentro quell’aula, c’era Piero Campagna, insieme ai suoi genitori e a suo fratello Pasquale. Per le loro speranze di giustizia quella fu una giornata nera. Questo, però, lo appresi molto tempo dopo. La corte d’assise quel giorno aveva annullato il rinvio a giudizio dei due killer e un anno dopo il giudice istruttore di Messina Marcello Mondello ne aveva disposto il proscioglimento nella nuova istruttoria. Anche per quella sentenza di proscioglimento, e più in generale per i suoi rapporti col boss Sfameni, il giudice Mondello nel 2000 venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado dal tribunale di Catania, il giudizio in corte d’appello, in sede di rinvio su annullamento della cassazione, è ancora in corso. Da intercettazioni disposte nei suoi confronti e poi da un suo interrogatorio, appresi che Mondello non era molto contento della riapertura del processo sull’omicidio Campagna e soprattutto che si considerava perseguitato dall’avvocato della famiglia Campagna, cioè da me. In realtà, alla mia persona Mondello aveva mostrato non proprio benevola attenzione quando stavo facendo gli esami per diventare avvocato ma, suo malgrado, li avevo superati senza difficoltà.

Fra i primi nomi che Piero mi fece ci fu quello di Giuseppe Donia. Lì per lì rimasi inespressivo: quel nome non mi diceva davvero nulla e nel fascicolo non se ne faceva cenno. Poi Piero mi raccontò qualche dettaglio su quel personaggio e per un momento dubitai della lucidità del mio interlocutore. Avevo un’ottima predisposizione nei confronti del fratello di Graziella ma ciò che sentivo su quel Donia a primo acchito appariva farneticante: si trattava di una persona presentata a Piero da ufficiali e sottufficiali dell’Arma come colonnello dei carabinieri; in verità, non aveva fatto neppure il servizio militare e, quel che è peggio, risultava, da atti di polizia giudiziaria, in rapporti con Gerlando Alberti junior, oltre che con strani figuri neofascisti. Sennonché, un siffatto personaggio, nella notte successiva al rinvenimento del cadavere di Graziella Campagna, richiesto dal comandante del reparto operativo dei carabinieri di Messina, aveva fatto ingresso alla caserma di Villafranca Tirrena, dove gli era stata chiesta una perizia balistica sui proiettili ritrovati sul luogo del delitto e dove, addirittura, aveva avuto modo di dirigere le prime attività d’indagine.
Piero, però, era tenace e ormai aveva fatto il callo alla incredulità dei suoi ascoltatori. Gli diedi credito, anche se sembravano cose da pazzi. E anche se, ogni volta che aveva tentato di sollevare la questione con i suoi superiori, nel migliore dei casi a Piero era stato affettuosamente consigliato di lasciar perdere.
Piero testimoniò innanzi alla corte d’assise il 22 dicembre 1999. Trascorremmo insieme il pomeriggio, la sera e l’intera notte che precedettero l’udienza, scartabellando carte e riflettendo sul da farsi. Naturalmente Piero doveva raccontare ai giudici la pura verità, non era questo in discussione. Si trattava di decidere se far emergere, attraverso le mie domande, alcune circostanze spinose, per affrontare le quali nessun altro aveva l’interesse o la cognizione di causa necessari. Fra i temi spinosi c’era anche Donia. Alla fine dissi a Piero che era giusto alzare il velo su tutto. Recepì con gratitudine le mie parole: era proprio quello che sperava ma aveva temuto che io, per opportunità processuale o più miseramente per spirito di autoconservazione, volessi tralasciare le questioni più scabrose.
Così, durante la testimonianza di Piero, il falso “colonnello” Donia fece ingresso ufficialmente nel processo per l’omicidio di Graziella Campagna. Non ne uscì più.
In seguito scoprii che uno stretto parente di Donia era stato mio compagno di banco al liceo e che proprio per questo mi era capitato in passato di conoscerne il figlio, nel microcosmo della borghesia messinese.
Ebbi, poi, occasione di incontrare personalmente Donia. Già lo avevo fatto convocare innanzi alla corte d’assise per esaminarlo ma in quell’occasione si era avvalso della facoltà di non rispondere. All’inizio del 2003, invece, lo potei finalmente interrogare. Qualche mese prima Donia aveva querelato Piero Campagna, Carlo Lucarelli e gli autori di Blu Notte, sentendosi diffamato dalla trasmissione di Rai3 dedicata al caso Campagna. Assunsi la difesa di Piero anche in quel frangente e convocai Donia per sentirlo come testimone in sede di indagini difensive, sulla scorta di una legge approvata qualche tempo prima dal nostro Parlamento. Però, Donia si era presentato e aveva rifiutato di rispondere, come gli consentiva la legge. Così mi ero rivolto al P.m. perché, ai sensi della solita legge, gli notificasse un invito a comparire in procura, dove finalmente avrebbe avuto l’obbligo di rispondere alle mie domande.
Ci incontrammo, dunque, nell’ufficio del dr. Alessandro Lia, magistrato della procura di Patti, competente in virtù del luogo di residenza di Donia. La sua audizione durò parecchie ore e fu per molti versi sconcertante. Ricordo ancora lo stupore che colsi nello sguardo, solitamente posato, del dr. Lia, il quale ad un certo punto non riuscì più a trattenersi e, chiestomi il permesso di poter interrompere le mie domande (nel suo ufficio comandavo io: questa era la stravagante situazione processuale!), pose a Donia più o meno il seguente quesito: “Per caso lei fa parte dei servizi segreti?”.
Alla fine, ad ascoltare le parole di Donia, sembrava di vagare in una dimensione onirica, nella quale i colori del mondo erano quasi tutti uguali (e comunque tendenti al nero tenebroso), così come sembravano scomparire le differenze fra i rappresentanti delle istituzioni, i privati cittadini, i delinquenti, i millantatori, in un turbinio confuso. Mi rimase impresso uno degli ultimi aneddoti narrati da Donia. Egli, grande esperto di armi, aveva fatto amicizia con alcuni magistrati messinesi. Con uno in particolare, (al tempo dell’omicidio Campagna sostituto procuratore della Repubblica a Messina e fino al 2008 capo della procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto), si era dedicato ad allenarsi al tiro con la pistola su una spiaggia poco frequentata nei pressi di Scala Torregrotta, dove venivano acconciati alla bell’e meglio i bersagli da colpire. Erano Donia, il magistrato e un direttore di banca: buona borghesia messinese.

Prima di farmela ascoltare, Piero mi aveva preannunciato per sommi capi il contenuto dell’audiocassetta da lui utilizzata nel febbraio 1989 alla lavanderia Orchidea. Ero, quindi, già orientato a cogliere gli aspetti più importanti della conversazione che aveva carpito, per avere semplicemente conferma di quanto Piero mi aveva già detto. Invece, feci un salto in aria quando ascoltai la voce della titolare di quella lavanderia (diversa da quella nella quale aveva lavorato Graziella) raccontare del nipote Nino che in qualche occasione aveva fatto da accompagnatore a Gerlando Alberti junior, latitante a Villafranca Tirrena sotto la copertura della falsa identità di ingegnere Cannata (l’avreste dovuto vedere e sentire: un troglodita pieno di soldi con imbarazzanti pretese da bon viveur, eppure ci erano cascati o ci erano voluti cascare quasi tutti; l’ordine degli ingegneri avrebbe dovuto sporgere querela). Chiesi a Piero se avesse capito chi fosse quel Nino. Piero non ne aveva idea e fu sorpreso per la mia eccitazione, non capendo che importanza avesse conoscere l’esatta identità di quel ragazzo.
Come detto, molti luoghi e molti personaggi che emergevano dalle carte erano stati per me familiari. Alla lavanderia Orchidea c’ero stato decine e decine di volte con mia madre. Conoscevo bene la titolare, con la quale correvano rapporti di sincera cordialità. Ero ancor più legato a una sua sorella, che mi aveva letteralmente tenuto in braccio quando avevo frequentato la scuola materna di Rometta Marea. Sapevo bene, dunque, che un’altra sorella della titolare della lavanderia Orchidea era la moglie del boss Santo Sfameni e che quel Nino era proprio il figlio del boss, Nino Sfameni.
Quella cassetta in definitiva forniva la prova più genuina e incontrovertibile (ben più che un riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia) delle relazioni fra Gerlando Alberti junior e il capomafia di Villafranca Tirrena.
Anche don Santo Sfameni era personaggio che albergava nei miei ricordi di ragazzino. D’altronde, era un padrino anomalo. A Villafranca Tirrena, in un territorio che evidentemente – tra falsi ingegneri e falsi colonnelli – era stato fagocitato dal sonno della ragione, don Santo era considerato come una specie di patriarca buono cui rivolgersi per qualunque esigenza. Rammento ancora le parole di un nostro amico di famiglia, esponente della migliore borghesia locale, che, avendo saputo che avevamo subìto un furto in casa, ci aveva suggerito di interpellare Sfameni per farci recuperare la refurtiva. Quella volta fui costretto a capire che Sfameni e la malavita erano un tutt’uno.
In passato, invece, avevo conosciuto solo la fama della sua ricchezza smodata, delle sue frequentazioni di alto bordo e dei convivi alla sua masseria. Avevo pure conosciuto un altro suo figlio (morto appena ventenne), che era stato compagno di un mio fratello alla scuola media. Quando, allora, lessi sugli atti processuali le gesta mafiose del grande vecchio di Villafranca, avevo innumerevoli elementi concreti per valutare l’attendibilità dei pentiti che lo accusavano e la veridicità delle vicende che gli venivano addebitate.
A dire il vero, quello che nell’ultimo ventennio hanno raccontato i collaboratori di giustizia su don Santo è davvero riduttivo. La storia del boss e la sua personalità, al netto delle vicende giudiziarie, avrebbero meritato ben approfondite inchieste giornalistiche, per le quali non sarebbe stata necessaria la sapienza di inviati alla Tommaso Besozzi o Giorgio Bocca. Sarebbe bastato – e ancora basterebbe, fino a che la memoria sociale diffusa non verrà inesorabilmente sfregiata dal tempo – interrogare tanti comuni cittadini, le donne e gli uomini del paese avanti con gli anni, riportare gli aneddoti che sono patrimonio della coscienza popolare. Ne sarebbe venuto fuori un ritratto da romanzo d’avventura, un padrino da epopea, capace di metamorfosi sorprendenti.
Nato nel 1928, già alla fine della seconda guerra mondiale (che in Sicilia fu anticipata di molti mesi rispetto al resto d’Italia), la sua esistenza fu segnata da due fattori. Il primo fu la morte prematura del padre, ucciso da mani sconosciute e ritrovato cadavere sulla pubblica via (come per un’oscura condanna del destino, poi a don Santo sarebbero morti in giovanissima età due dei suoi tre figli maschi). Il secondo fu la sua infatuazione per le bande separatiste legate a Salvatore Giuliano, che furono strumento di giochi sporchi nel riassetto (anzi, nella continuità) del potere reale una volta caduto il regime fascista ma che trascinarono in una spirale criminale molti ragazzi, strumentalizzati nei loro immaturi fremiti di ribellismo violento e antidemocratico. Un giovane Santo Sfameni venne arrestato nell’entroterra siciliano e rinchiuso nel carcere di Enna insieme a due compaesani coetanei, esponenti di famiglie in vista. L’intero paese di Villafranca Tirrena si mobilitò per mitigare a quei tre i disagi della vita carceraria e per affrettarne la liberazione. Finita l’onda separatista e consolidatosi il regime democristiano, Sfameni evidentemente non perse talune pulsioni antisistema, saltando politicamente agli antipodi e impiantando a Villafranca Tirrena negli anni Sessanta una sezione del partito comunista marxista leninista, di ispirazione maoista. Poi, dopo pochi anni, passò un altro guado, accostandosi ad ambienti socialisti e, soprattutto, socialdemocratici. In tutto questo, però, mantenne sempre salde relazioni con esponenti della Democrazia cristiana di gran nome e, per l’effetto, con i sindaci democristiani del suo paese (in un caso anche un suo parente). Sindaci di carta, in effetti: per molti, se non per tutti, l’uomo al quale rivolgersi era sempre Sfameni. Fu camaleontico anche nell’attività lavorativa: inserviente ospedaliero fino all’inizio degli anni Settanta, in sospetta coincidenza con i contatti intercorsi con i più alti esponenti della cupola mafiosa palermitana – Stefano Bontade e il padre don Paolino Bontade, da lui accudito fino alla morte nell’ospedale Regina Margherita di Messina – Sfameni divenne avviatissimo imprenditore edile. Un’ingente quota del patrimonio abitativo di Villafranca Tirrena fu opera sua. E anche una parte del patrimonio abitativo di appartenenti all’ordine giudiziario messinese. Fu in virtù del novero di rapporti acquisiti con innumerevoli importanti magistrati che molte delle deviazioni del rito peloritano ebbero don Santo protagonista immancabile.

Il dibattimento, iniziato il 10 dicembre 1998 innanzi alla prima sezione della corte d’assise di Messina, durò anni. Piero, che pure immaginava (o, almeno, sperava) di essersi ormai lasciato alle spalle le vischiosità del rito peloritano, dovette nuovamente abituarsi a fare i conti con l’angosciante prospettiva di una denegata giustizia. Udienza dopo udienza, tanto più si affrontava il tema del contesto che aveva fatto da scenario al sacrificio di Graziella, tanto più il palazzo manifestava fastidio per la celebrazione di quel processo. Ai tempi dilatati del dibattimento si sommarono due lunghissime sospensioni del giudizio, per effetto di due questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla corte d’assise su due norme processuali. A un certo punto, la conclusione del processo sembrò un miraggio sempre più remoto. Parallelamente, le sorti lavorative di Piero subivano analoghi scossoni. Il clima per l’appuntato Campagna a Barcellona Pozzo di Gotto cominciò a farsi irrespirabile: aveva infastidito, con le sue investigazioni, qualche potente di troppo e qualcuno aveva chiesto la sua testa. Ci fu un momento in cui addirittura cominciarono a circolare lettere anonime, la cui paternità era in realtà di imbarazzante evidenza. Dicevano che Piero – e io con lui, manco a dirlo – avesse intenti persecutori nei confronti di un personaggio potentissimo. Non ci fu bisogno di riflettere più di tanto: in Sicilia, quando cominciano a volteggiare i corvi non c’è da aspettarsi alcunché di buono. Per questo Piero chiese il trasferimento, che fu disposto immediatamente, secondo l’aurea regola: al nemico che fugge, ponti d’oro. La nuova destinazione fu la stazione dei carabinieri di Spadafora. Appena arrivato, anche qui iniziò a lasciare il segno, inanellando arresti e disvelamenti di traffici illeciti. Anche a Spadafora, però, la compatibilità dell’appuntato Campagna con l’ambiente durò poco. Naturalmente, non per colpa sua. O forse sì, se si intende come colpa la voglia di lavorare senza risparmio nel contrasto della criminalità e senza chiudere un occhio nemmeno davanti a divise infedeli. Oggi Piero presta servizio al nucleo radiomobile di Messina. È rimasto quello di sempre: un carabiniere di strada, allergico alle scartoffie burocratiche da affrontare seduto dietro una scrivania.
Probabilmente Piero è stato sempre così, fin dal suo arruolamento nella Benemerita. Non escludo, però, che questa sua inclinazione si sia accentuata irrimediabilmente con l’assassinio di sua sorella, dopo aver assistito alla neghittosità dell’attività investigativa dei suoi colleghi dell’Arma.
Se, però, è naturale per Piero sfidare il crimine frontalmente, doversi adeguare alle lentezze ed alle regole barocche del processo fu per lui una vera e propria tortura. Nell’aula della corte d’assise sembrava un pesce fuor d’acqua. Si può capire, allora, quanto abbia sofferto nell’assistere impotente alla dilatazione dei tempi del dibattimento. So bene anche quanto sia rimasto traumatizzato nell’apprendere che una ragione aggiuntiva per l’uccisione di Graziella era scaturita dall’esistenza di quel fratello carabiniere. Si è incollato, così, sulla coscienza di Piero perfino un irragionevole senso di colpa. Per lui, quindi, l’impegno a dare giustizia a sua sorella Graziella era divenuto la principale ragione di vita, come un rovello che gli macinava l’anima.
Per questo non potrò dimenticare la sua frenesia quella mattina di sabato 11 dicembre 2004. Erano passati sei anni dall’inizio del dibattimento e mancava un giorno per il diciannovesimo anniversario dell’uccisione di Graziella. La corte d’assise si era ritirata in camera di consiglio due giorni prima e quella mattina sarebbe ricomparsa in aula per la lettura della sentenza. Mentre ci avvicinavamo al palazzo di giustizia mi disse che quando ancora non aveva albeggiato era uscito di casa per fare due passi a piedi e nel silenzio delle prime ore del giorno aveva sentito cantare un merlo. Non capii cosa intendesse. Mi spiegò che non era usuale ascoltare il verso del merlo a dicembre e che l’accaduto gli aveva ricordato l’occasione in cui Graziella lo aveva rimbrottato per i merli da lui catturati in una battuta di caccia. Insomma, gli era sembrato un buon segno premonitore. Confesso che quella mattina ero anch’io teso come una corda di violino. Un avvocato è sempre trepidante quando attende l’esito di un processo. Il coinvolgimento emotivo di quella mattina, però, fu tutto particolare. La corte di assise entrò in aula poco prima delle 14. Il presidente lesse il dispositivo tutto d’un fiato e anch’io, mentre ascoltavo, ero in apnea. Quando il presidente ebbe finito sentii partire dietro di me un applauso pacato: erano i fratelli e le sorelle di Graziella che in quel modo manifestavano la loro gratitudine alla corte per una sentenza che finalmente, almeno in parte, aveva reso giustizia alla memoria di Graziella. Per Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera fu condanna all’ergastolo. Franca Federico e Agata Cannistrà, padrona e collega della lavanderia nella quale Graziella era andata a lavorare e aveva iniziato a morire sei mesi prima del suo assassinio, furono condannate a due anni di reclusione per favoreggiamento. I loro mariti, invece, furono assolti. I grandi organi d’informazione non diedero molto risalto alla sentenza messinese: la loro attenzione era stata calamitata dalla sentenza che quella stessa mattina il tribunale di Palermo aveva pronunciato nei confronti di Marcello Dell’Utri, condannandolo a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dopo qualche giorno la corte emise nei confronti di Alberti e Sutera anche un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Per Alberti in quel momento cambiava poco, perché era detenuto per altre condanne. Sutera, invece, aveva già ottenuto la semilibertà, beneficio che la misura cautelare gli tolse. Un mese dopo, però, il tribunale del riesame annullò la misura cautelare per Sutera, sostenendo che per lui, nonostante fosse al secondo omicidio, non ricorrevano esigenze cautelari. Per Alberti, viceversa, la misura cautelare sopravvisse. Conseguentemente, era prevedibile per il futuro una celere trattazione del processo, essendovi un imputato detenuto per quella causa. Era stato soprattutto quello, del resto, il motivo per cui avevo formalmente sollecitato il P.m., la dr.ssa Rosa Raffa, che aveva sostenuto con convinzione l’accusa per tutta la durata del dibattimento, a richiedere alla corte l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare.
Il termine assegnatosi dalla corte per il deposito della motivazione della sentenza fu fissato in novanta giorni, poi prorogato di altri novanta. Il tempo, però, iniziò a trascorrere inutilmente, senza che arrivasse notizia del deposito della sentenza. Trascorse tutto l’anno 2005 ed anche i primi mesi del 2006. Il ritardo nel deposito della motivazione cominciò a farsi increscioso. In casi di questo tipo un avvocato non sa cosa dire ai propri assistiti. Non è semplice spiegare quali possano essere le giustificazioni di un simile ritardo, quand’anche esse esistano. Tanto meno c’erano parole per spiegare a Piero e alla sua famiglia l’infruttuoso incedere del tempo in un processo come quello. Ogni possibile argomentazione fu annichilita un sabato mattina di settembre 2006. Quel giorno i Campagna appresero dal quotidiano locale che la misura cautelare nei confronti di Gerlando Alberti junior era venuta meno per decorrenza dei termini. Piero e i suoi fratelli naturalmente mi telefonarono increduli per l’ennesima beffa che subivano dalle istituzioni giudiziarie. La motivazione della sentenza venne depositata soltanto il 6 ottobre 2006.
A quel punto, anche sulla scia delle polemiche apparse al riguardo sulla stampa, il ministro Mastella annunciò un’ispezione nei confronti dei giudici della corte d’assise. Anch’io per conto dei familiari di Graziella trasmisi un esposto al ministro. Nonostante tutto, però, dopo qualche settimana la stampa diede notizia che gli ispettori avevano chiesto al ministro di archiviare il procedimento. Anche in questo caso Piero mi chiese un parere e anche in questo caso io non seppi come giustificare quella decisione, soprattutto al confronto con le molte iniziative disciplinari che in quei giorni (e nei mesi successivi) erano state adottate (e sarebbero state adottate) dal ministro contro magistrati che pure non sembravano responsabili di un fatto così grossolano come la scarcerazione dell’imputato, condannato all’ergastolo, per il ritardato deposito della sentenza di condanna. Qualche mese dopo, tuttavia, venni convocato dagli ispettori del ministero e così pensai che la notizia dell’archiviazione del procedimento disciplinare fosse infondata. Quando, a febbraio 2007, venni interrogato dall’ispettrice Cristina Tedeschini ebbi conferma, invece, che effettivamente la condotta dei giudici della corte d’assise di Messina era stata reputata incolpevole. Il motivo della mia audizione non riguardava, infatti, il ritardo nel deposito della sentenza. L’ispettrice aveva avuto incarico di consultarmi sulle condizioni ambientali che avevano accompagnato il processo e sulle minacce, dirette o oblique, che nel corso del dibattimento avevo ricevuto ad opera di due magistrati del distretto. Quanto ai giudici della corte d’assise, secondo l’ispettrice il loro ritardo era pienamente giustificato dal sovraccarico di lavoro cui erano sottoposti. A nulla valse la segnalazione che altre sentenze, certamente di minor rilievo e di minore urgenza, erano state depositate nel frattempo da quegli stessi giudici. Dovemmo abbozzare.
Dapprima sapevamo che, nonostante tutto, Gerlando Alberti junior sarebbe rimasto detenuto fino al 2009 per precedenti condanne. Sennonché, proprio nell’estate 2006, come in preda ai calori estivi, il Parlamento approvò l’indulto. Per svuotare le carceri, dissero in molti, senza spiegare quale fosse la ragione che impediva al contempo l’abrogazione di sanzioni penali di marca razziale che quotidianamente continuavano a produrre centinaia e centinaia di nuovi detenuti. Molti politici che si erano espressi a favore dell’indulto sostennero anche che, comunque, gli appartenenti alla criminalità organizzata non avrebbero potuto trarne beneficio. Quando Piero mi interpellò in proposito gli spiegai che erano infami menzogne e che Gerlando Alberti junior avrebbe usufruito del condono. Mi espressi allo stesso modo anche in dichiarazioni pubbliche. Mi replicò a muso duro l’allora presidente della commissione antimafia, uno dei più fervidi sostenitori dell’indulto, che tacciò di mendacio chi avesse affermato che Alberti sarebbe stato scarcerato per l’indulto.
Chi fosse nel vero e chi mentisse si vide il 23 ottobre 2007, nell’aula della corte d’assise d’appello di Messina, alla prima udienza del giudizio di 2° grado per l’omicidio Campagna. Chi fosse stato presente avrebbe potuto osservare Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera, entrambi azzimati in giacca e cravatta, giungere liberi e baldanzosi in udienza, accompagnati da scherani dall’aspetto non proprio bonario.
Erano passati quasi ventidue anni dal feroce assassinio di Graziella e la battaglia di Piero e dei suoi familiari per avere giustizia non era ancora finita. La vita, nonostante tutto, continuava: la seconda figlia di Piero, nata dopo la morte di Graziella, nel frattempo era diventata mamma e così l’appuntato Campagna, dal giugno 2007, era diventato nonno.
Pure il giudizio d’appello, celebratosi, a mio parere, innanzi ad una corte più consapevole del proprio ruolo e di maggiore autorevolezza rispetto alla prima, non risparmiò colpi di scena: non in senso processuale ma in senso proprio, come se si fosse al teatro. Sarà stato per la curiosità suscitata col passare del tempo dal film televisivo diretto per la Rai da Graziano Diana, fatto è che La vita rubata irruppe nel processo: non ad opera di qualcuna delle parti, inizialmente; addirittura su iniziativa del presidente della corte d’appello di Messina. Il dr. Nicolò Fazio, infatti, capo di tutti i giudici del distretto messinese, con una personalissima interpretazione della propria funzione istituzionale, pensò bene di chiedere alla Rai, trovando la sponda amica dell’allora ministro Mastella, la sospensione fino alla sentenza della messa in onda del film ispirato alla storia di Graziella Campagna. Ne nacque l’ovvia indignazione collettiva ma la mossa di Fazio ebbe ripercussioni concrete anche sul processo. Infatti, sicuramente senza che l’alto magistrato lo prevedesse (e però era facilissimo da prevedere), Gerlando Alberti junior propose un’istanza di rimessione del processo ad altra sede per legittimo sospetto (la famigerata legge Cirami), fondandola proprio sulle missive spedite da Fazio alla Rai. L’istanza di Alberti fu alla fine dichiarata inammissibile ma causò l’ennesimo rallentamento della vicenda giudiziaria: questa volta solo di qualche settimana, però.
Nelle udienze che precedettero la messa in onda del film (che alla fine, di rinvio in rinvio, arrivò la settimana prima della sentenza d’appello: per il presidente Fazio, spettacolare esempio di eterogenesi dei fini) i difensori degli imputati reiteratamente si rivolsero alla corte d’assise d’appello di Messina come se si trovassero di fronte alla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai: e fu tutto un appellarsi (niente di meno) alla par condicio, alle turbative derivanti dall’attenzione dei mass-media, alla necessità di evitare i processi di piazza (e naturalmente anche i film). L’apice fu raggiunto quando un difensore chiese alla corte perfino di trasmettere il calendario delle udienze al ministro della giustizia, al presidente della Rai e, ça va sans dire, alla commissione parlamentare di vigilanza sulla tv di Stato. La conseguenza della proiezione del film fu che le arringhe dei difensori degli imputati sembrarono alternarsi fra la difesa processuale e una rassegna di critica cinematografica.
Il bello (o forse il brutto, sicuramente il ridicolo) è che per il film La vita rubata, che raggiunse un successo di pubblico e di critica davvero enorme oltre che meritato, fioccarono di nuovo le querele. A sporgerle furono personaggi che dagli atti del processo erano risultati incontrovertibilmente in rapporti con il falso ingegnere Cannata, come l’allora sindaco di Villafranca Tirrena e come l’allora comandante della stazione dei carabinieri. E, incredibile a dirsi, avevano querelato non solo i responsabili della Rai e il regista del film ma anche, qualificandoci come sceneggiatori de La vita rubata, me e Piero Campagna. Lo scandalo sui depistaggi dell’omicidio Campagna era però troppo vivo nell’immaginario collettivo. Fu così che quelle querele furono presto archiviate.
La sentenza di secondo grado arrivò il 18 marzo 2008. I giudici si ritirarono in camera di consiglio nelle prime ore del pomeriggio e ci rimasero per tutta la serata. Quando mancava meno di un’ora alla mezzanotte filtrò la notizia che di lì a poco i giudici sarebbero tornati in aula per la lettura della sentenza. Imprevedibilmente, intanto, all’esterno dell’aula d’udienza si era raccolto qualche centinaio di persone (alcune a me note, tante sconosciute): numerosi cittadini volevano dar segno, con la loro presenza, dell’attenzione che l’opinione pubblica riponeva sul processo. Al momento della sentenza, quindi, l’aula era gremita come non mai, presenti anche nugoli di fotoreporter e videooperatori che puntavano gli obiettivi (e luci e flashes) verso chiunque avesse avuto un ruolo nel processo. In aula si trovavano anche, presenti fin dalla mattina, tutti i fratelli e le sorelle di Graziella, insieme a numerosi altri parenti. Quando il presidente Leanza ebbe letto il primo capo della sentenza intuii che era andata bene. La corte d’assise d’appello di Messina confermò la condanna all’ergastolo per Alberti e Sutera. Per Franca Federico e Agata Cannistrà fu costretta a dichiarare l’estinzione del reato per l’intervenuta prescrizione. La datrice di lavoro e la collega di Graziella, però, furono nuovamente riconosciute colpevoli, tanto che furono condannate al risarcimento dei danni in favore dei familiari della vittima. Finita la lettura della sentenza e uscita la corte dall’aula, mi voltai verso Piero Campagna. Piangeva come un bambino. Mi avvicinai a lui e sciolse tutta l’ansia che aveva accumulato abbracciandomi forte. L’immagine di quell’abbraccio il giorno dopo, attraverso televisioni e quotidiani, fu vista in tutta Italia. In effetti, dava davvero il senso della storia del processo.

L’uscita dal palazzo di giustizia nel buio della notte fonda mi sembrò quasi surreale. Ero fisicamente svuotato. Salutai tutti e salii in macchina per tornare a casa, a Rometta. Non imboccai l’autostrada, però. Senza dirlo a nessuno, immerso in una piacevole sensazione di solitudine, percorsi la strada dei colli nei quali Graziella era stata trascinata e uccisa nello spiazzo di Forte Campone, passai dal famoso “incrocio delle quattro strade” nel quale Piero aveva appreso dell’avvistamento del cadavere di una ragazzina e dal quale era partito per andare a raccogliere il corpo della sua amata sorella disteso su un prato freddo e umido di pioggia, discesi verso Villafranca Tirrena, passai davanti alla lavanderia e davanti a quella maledetta fermata dell’autobus da cui era partito il calvario di Graziella, sequestrata da persone di sua fiducia rimaste, sulle carte processuali, senza nome. Rientrando a casa, nella testa svuotata dai pensieri cominciò a fare capolino una gradevolissima idea. Negli stessi minuti – appresi l’indomani mattina – Gerlando Alberti e Giovanni Sutera venivano arrestati su mandato della corte d’assise d’appello. L’idea approssimativa della notte precedente si fece consapevolezza alle prime ore della mattina successiva, mentre mi trovavo all’aeroporto di Catania per tornare, dopo una lunga lontananza, vicino ai miei cari: almeno stavolta, realizzai, il rito peloritano era stato sconfitto.
Arrivò, quindi, il terzo e ultimo grado di giudizio. L’udienza innanzi alla corte di cassazione venne fissata a distanza di un anno esatto dalla sentenza di secondo grado. Erano passati oltre dieci anni dall’inizio del dibattimento di primo grado ma non ancora abbastanza perché io acquisissi l’abilitazione al patrocinio in cassazione. In quest’occasione, però, non ci furono perplessità su chi dovesse assumere la difesa dei familiari di Graziella nel giudizio di legittimità. Fu quasi naturale che l’onere gravasse sulla mia collega Mariella Cicero, che le fatiche di quella vicenda processuale come nessun altro aveva condiviso con me. Il 18 marzo 2009, dunque, di prima mattina io e Mariella ci trovammo con Piero e Pasquale Campagna a Roma. Entrammo al palazzaccio di piazza Cavour e presto avvertimmo intorno al processo un clima più rarefatto, meno carico di tensione. La discussione delle parti si protrasse fino al pomeriggio, quindi la corte si ritirò in camera di consiglio. Ne uscì abbastanza rapidamente, poco dopo le 19,30, e la lettura del dispositivo fu altrettanto veloce. La prima sezione penale della corte di cassazione aveva confermato l’ergastolo per Alberti e Sutera ed aveva pure confermato la responsabilità per favoreggiamento di Franca Federico e Agata Cannistrà. Usciti dall’aula, negli spazi immensi e deserti del palazzaccio, gioimmo abbracciandoci con Piero e Pasquale. Telefonai subito alla loro mamma per dirle che finalmente, dopo tanto tempo, Graziella aveva ottenuto definitivamente un po’ di giustizia. All’altro capo del telefono la signora Santa mi sembrò acquisire un briciolo di serenità, come se fosse davvero arrivato il momento di chiudere un capitolo dolorosissimo e di dedicarsi finalmente solo ad accudire la memoria di sua figlia. Subito dopo chiamammo Graziano Diana (il bravissimo regista de La vita rubata divenuto ormai un amico mio e della famiglia Campagna), che in un battibaleno si materializzò a piazza Cavour. In un bar della piazza brindammo con un prosecco a un successo della giustizia che tanto tempo prima ci era sembrato irraggiungibile. Giuro: l’atmosfera di quella mite serata romana era davvero magica. Un velo di tristezza, tuttavia, mi si parò innanzi mentre divulgavo la buona notizia mediante messaggi telefonici. La rubrica del cellulare mi visualizzò un’utenza che da qualche mese non potevo più contattare. Adolfo Parmaliana si era tolto la vita il 2 ottobre precedente. Il docente universitario era stato uno dei pochi ad aver lottato fieramente per la giustizia in provincia di Messina. Aveva lottato tanto da restarne martire. Sicuramente quella sera avrebbe festeggiato con noi: di questo io potevo essere certo.
Terminava un’esperienza umana e professionale che mi aveva cambiato la vita. Avevo avuto la fortuna di dare un’impronta etica alta ad una professione che troppo spesso dell’etica fa strame. Di questo sarò sempre debitore a persone tanto umili quanto moralmente straordinarie come sono i familiari di Graziella. Antonino Campagna, il papà di Graziella, che tante sofferenze aveva dovuto patire, resistette fino all’ultimo. Ottenuta giustizia per la sua adorata figlia, forse pensò di aver adempiuto al suo dovere e pochi mesi dopo ci ha lasciato. Quel lontano 12 dicembre qualcosa si era rotto dentro di lui. Ha potuto raggiungere Graziella, però, dopo aver avuto giustizia. Come diceva l’accorata insegnante nel film La vita rubata, dalle nostre parti la giustizia ha bisogno di essere cercata. Una umile famiglia di Saponara, la famiglia Campagna, dimostrando una tenacia ed un senso delle istituzioni davvero inusuali, è stata in grado di trovarla, la giustizia, sconfiggendo nemici impari, come David contro Golia. Fin dalle prime battute, il rapimento di Graziella mi era sembrato pressoché ricalcato sul ratto di Lucia de I promessi sposi. Anche qui erano poi seguite tante sciagure e pure una peste morale che aveva ammorbato il rito peloritano. Chissà, forse anche qui una qualche provvidenza aveva fornito un sostegno. Di certo, io e Piero abbiamo faticato ad averne contezza in lunghi anni di solitudine, sacrifici e avversità.

Ne ebbi notizia pochi mesi dopo. Pensavamo, con i familiari di Graziella Campagna, di aver visto tutto. Invece continuava a esserci ancora altro, di imprevisto e difficile da accettare. Lo scoprimmo nel pomeriggio dell’11 dicembre 2009. Erano passati meno di nove mesi dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna all’ergastolo per Alberti e Sutera. Mi trovavo all’aeroporto di Linate in attesa di imbarcarmi alla volta della Sicilia, per essere presente l’indomani mattina a Saponara per l’anniversario dell’uccisione di Graziella: il primo anniversario dopo la conclusione del processo. Mi chiamò al cellulare un giornalista dell’Ansa a me ignoto. La notizia che mi diede per chiedermi un commento fu peggio di un pugno nello stomaco: Gerlando Alberti junior era stato scarcerato dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, cosicché dalla casa di reclusione di Parma, dove si trovava, era rientrato a Falcone, a pochi chilometri di distanza dal luogo nel quale, durante la latitanza, aveva ucciso Graziella Campagna. Com’è mai possibile?, pensai, andando subito con la memoria alle dichiarazioni del cognato di Alberti, il collaboratore di giustizia Vincenzo La Piana, che era stato testimone delle entrature godute dall’assassino di Graziella in quel carcere, soprattutto nel personale sanitario e parasanitario. Commentai con durezza, anche perché le ottimali condizioni di salute di Alberti erano state visibili a tutti durante il processo e a me risultavano i suoi tentativi fraudolenti di ottenere immeritati benefici per falsi problemi sanitari. La durezza del mio commento, in verità, si disperse fra le tante reazioni ancor più dure giunte da più parti: i fratelli di Graziella, Beppe Fiorello, che aveva recitato la parte di Piero nel film La vita rubata, Sonia Alfano, don Luigi Ciotti, il sen. Beppe Lumia, il sen. Giampiero D’Alia e tantissimi altri, fra i quali perfino il ministro Angelino Alfano. Passò qualche mese, tuttavia, e seppi che i giudici del tribunale di sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto e Manuela Mirandola, che avevano disposto la scarcerazione di Alberti e il suo rientro a Falcone, avevano sporto querela per diffamazione. Ma, con stravagante inclinazione selettiva nella tutela della propria reputazione, avevano querelato solo me. E dire che qualcuno aveva commentato il loro provvedimento con i termini più pesanti che si potessero immaginare: “Questa è la mafia!”. Ma solo da me Maisto e Mirandola si sentirono diffamati e, per la stessa frase pronunciata a un giornalista dell’Ansa, venni querelato in due sedi giudiziarie, Torino e Roma. Dopo avermi interrogato il pubblico ministero di Torino chiese l’archiviazione del procedimento, per me e per il direttore e un cronista de La Stampa. I due magistrati “offesi” si opposero causticamente all’archiviazione. Il gip diede loro ragione e venni così rinviato a giudizio. E lo stesso avvenne a Roma, anche lì nonostante un p.m. in udienza preliminare, dopo avermi esaminato, avesse chiesto il proscioglimento mio e del direttore e di una giornalista di Repubblica.
È la nemesi perfetta, ho pensato. Dopo aver sacrificato anni della mia vita, non solo sul piano professionale, per dare giustizia a Graziella Campagna, ai suoi genitori, a Piero e agli altri familiari, mi trovo pluriimputato. A breve i tribunali di Roma e di Torino decideranno se io debba essere condannato, per aver pubblicamente manifestato il mio scorato rincrescimento per la scarcerazione del killer di Graziella Campagna.
È necessario un inciso: dopo l’indignazione sollevatasi nei giorni successivi al provvedimento concesso dal tribunale di sorveglianza di Bologna, la procura generale di quella città propose ricorso per cassazione. E la corte di cassazione annullò il provvedimento di scarcerazione emesso in favore di Alberti. Il quale oggi, a sei anni di distanza da quel provvedimento di scarcerazione poi annullato, sta tanto male da essere ancora ristretto in carcere. Miracoli della salute di un mafioso assassino: invecchiando, migliora. E forse Alberti migliorerebbe ancora, almeno nell’umore, se per me arrivasse una condanna, o addirittura due.
Indirettamente, sarei – ho pensato – il terzo condannato per l’omicidio di Graziella Campagna. Condannato dopo aver contribuito a dare verità e giustizia alla memoria di Graziella. Questo, a essere sinceri, io e Piero non lo avremmo immaginato nemmeno nei momenti più bui e funesti di quella vicenda giudiziaria, quando ci sentivamo mancare il fiato per la solitudine che accompagnava le nostre lotte impari contro gli assassini di Graziella e le deviazioni istituzionali di cui potevano godere. Ma così è.
Per me il trentesimo anniversario della scomparsa di Graziella è fatto anche di questi pensieri urticanti. Tutto sommato, però, se torno con la mente a quell’autunno di quasi vent’anni fa, quando con Piero iniziammo la nostra buona battaglia, perfino incappare in questi seguiti kafkiani non sminuisce l’enormità di quanto siamo riusciti a fare, e del senso nobile che in questa vicenda giudiziaria, nel nome di Graziella Campagna, ho potuto dare alla mia professione.

Fabio Repici