Francantonio Genovese: "Dal Pd a Forza Italia, i miei voti di inquisito me li gioco da Silvio"

15 dicembre 2015 Inchieste/Giudiziaria

di EMANUELE LAURIA – PALERMO – Non si riconosce alcun errore e si dice pronto a ricandidarsi. Ammette di aver deciso di lasciare il Pd per vendetta, perché alla Camera non si è opposto al suo arresto. E non prova “alcun imbarazzo” nel passare da Renzi a Berlusconi. Francantonio Genovese, il deputato sotto processo per associazione a delinquere e truffa, parla per la prima volta dopo l’adesione a Forza Italia. “Ho costruito un Pd vincente e ho pagato il successo. Crocetta ha avuto i miei voti e si è mostrato ingrato”.

Dica la verità, lascia il Pd per ripicca, perché ha detto sì al suo arresto?
“Diciamo che quel fatto ha contribuito alla mia decisione, seppure solo in parte. Il voto sull’autorizzazione a procedere nei miei confronti è stato uno spot elettorale. Detto ciò, lascio questo partito perché Renzi ha tradito le attese. Siamo di fronte a una politica fumosa, a riforme rimaste lettera morta, a una conduzione autoritaria ma non autorevole “.

Intanto lei non ritiene che, davanti alle accuse gravi che la riguardano, avrebbe dovuto fare un passo indietro da solo?
“Dimettermi? Sospendermi? E perché? Io in sede politica rispondo ai miei elettori, in quella giudiziaria difenderò la mia innocenza “.

Ernesto Carbone, commissario a Messina, afferma che il suo partito “non è un tram da cui si sale e scende a proprio piacimento”.
“Sul tram forse c’è salito lui, io quel tram ho contribuito a realizzarlo nel 2007”.

Ma lei aveva fatto del Pd un partito quasi monarchico a Messina, con segreterie, circoli, gezebo per le primarie costruiti solo in nome del suo consenso.
“Sì, la solita storia del partito personale. Forse lo era perché tenuto insieme da fortissimi rapporti umani. Io so fare politica così, con gli amici. Gli stessi che mi hanno sorretto durante un anno di carcere”.

Sono gli atti dell’accusa a raccontare di un “sistema” Genovese che si reggeva sull’utilizzo illecito dei centri di formazione professionale. Anche a fini elettorali. Davvero pensa di non aver nulla da farsi perdonare?
“Attendiamo con fiducia l’esito dell’inchiesta. Non tutto era merce di scambio nella formazione. Quel settore era un volano di sussistenza ma anche di sviluppo. E i rapporti, lì dentro, ce li avevano esponenti di ogni partito”.

Sembra stupito dal fatto che nel Pd qualcuno le abbia voltato le spalle.
“Beh, in tanti lo hanno fatto. A Crocetta, ad esempio, ho dato un contributo elettorale consistente, nel 2012, e lui non ha mostrato un minimo di gratitudine”.

Pensa di avere ancora i 20 mila voti che la fecero recordman alle primarie del 2013?
“Io vengo dalla Dc, so che il voto si conquista giorno dopo giorno. E so pure che è meglio vincere che stravincere: il successo netto del 2013 me l’hanno fatto pagare. Ma un’intera classe dirigente è tuttora con me”.

Lei, per coincidenza, ha ritrovato la libertà poco prima di un altro campione siciliano del consenso come Cuffaro.
“Con Cuffaro ci siamo scritti durante la detenzione. Lo ritengo un uomo straordinario. Posso dire solo questo: il suo travaglio l’ho vissuto anch’io”.

Ma come si fa a passare con un solo balzo dal Pd a Forza Italia?
“A Berlusconi ho fatto per anni opposizione ma non provo imbarazzo: Fi costruisce un’idea di Paese moderato e moderno. Il partito personale, oggi, è il Pd”.

Dicono che lei e i suoi fedelissimi siate alla ricerca di spazi elettorali che il Pd, per via dell’inchiesta, vi ha precluso.
“Non c’è grande convenienza nel passare da un partito di maggioranza a uno di opposizione”.

Dopo tutto quello che è successo non si vorrà ricandidare?
“Non credo di aver commesso errori. In attesa di una sentenza definitiva, posso ricandidarmi. Non lo dico io, lo dice la Costituzione “.

la Repubblica.it