L'INCHIESTA DI LUCIANO MIRONE: Manca, il giallo dell’autopsia

5 maggio 2016 Inchieste/Giudiziaria

Mai un’autopsia sul cadavere di un “drogato” è stata così affollata. Mai un’autopsia effettuata su una persona deceduta per “auto inoculazione” di eroina – come sostengono da dodici anni i magistrati di Viterbo – ha visto la presenza di persone di cui si sconosce l’identità e in certi cassi la professione, con l’aggravante che nella relazione autoptica non sono segnalate neanche le necessarie autorizzazioni firmate dal magistrato. Ecco allora che il mistero sul caso Manca si tinge ancora una volta di giallo. Per la semplice ragione che mai nessuno ha risposto a una domanda facile facile: chi, il 13 Febbraio 2004, era presente nella sala mortuaria dell’Ospedale Grande degli Infermi di Viterbo per assistere all’autopsia del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto alle ore 11 del 12 Febbraio 2004? Le uniche persone indicate con nome e cognome sono “ilProf. Fabio Centini e il Dott. Vito Gomes”, rispettivamente tossicologo e anatomopatologo, nominati dalla Procura e registrati regolarmente nel referto autoptico. Il resto è una incredibile nebulosa che nessuno finora ha dissolto. Vediamo perché.

Un’autopsia troppo affollata.
La dottoressa Ranalletta, Medico legale che ha svolto l’autopsia, nella sua relazione parla genericamente di partecipazione del “personale ausiliario appositamente convocato per la collaborazione tecnica”, ma non specifica, con nome e cognome, da chi questo “personale” era composto. Il mistero si infittisce ulteriormente nel passo successivo, quando viene aggiunta altra gente non proprio preposta a questi compiti, e non identificata neanche in questo caso: “Era inoltre presente personale della Questura e della Polizia Scientifica, e, successivamente, il Dott. P. G. (citiamo solo le iniziali per questioni di riservatezza, n.d.r.) qualificatosi Medico della Polizia”. Leggendo questi passi sorgono diverse domande e non pochi dubbi. “Ad un’autopsia – spiega il docente di Medicina legale che abbiamo intervistato – possono partecipare il Medico legale che effettua l’esame, i consulenti tecnici nominati dalla Procura (il tossicologo e l’anatomopatologo, come detto), il personale ausiliario regolarmente registrato, il magistrato titolare delle indagini. Quest’ultimo, se impossibilitato a presenziare, può delegare anche un ufficiale di Polizia giudiziaria; e il perito nominato dalla famiglia della vittima. La famiglia Manca però (come dichiara a chi scrive) non ha provveduto ad indicare un consulente tecnico perché “prima dell’autopsia ci avevano detto informalmente che Attilio era morto per aneurisma, nascondendo una circostanza clamorosa che ci avrebbe indotto certamente ad incaricare un perito: cioè il ritrovamento delle siringhe e dei buchi al braccio sinistro”.
“Tutte queste persone – dice il nostro prof – devono essere registrate e trascritte nella relazione autoptica. Qualsiasi persona estranea a questo contesto deve essere autorizzata dal Pubblico ministero ed indicata per nome e cognome nel referto autoptico. Con la seguente formula: all’autopsia è presente il signor …, con la qualifica di …, giusta autorizzazione del magistrato …“. È stato fatto? Nella relazione autoptica non c’è traccia. Bisogna chiarire che nei documenti firmati dalla dottoressa Ranalletta non è segnalata la presenza del Pm Renzo Petroselli, titolare delle indagini. Se questi ha delegato qualcuno non lo sappiamo.

Chi ha partecipato all’autopsia?
Ma allora chi sono i componenti del “personale ausiliario appositamente convocato per la collaborazione tecnica”, e quale documento attesta le generalità del “personale della Questura e della Polizia Scientifica”?Dove sono le autorizzazioni? Chi si è assunto la responsabilità di fare entrare in sala mortuaria persone che probabilmente non erano titolate ad essere presenti? Perché i partecipanti – tranne il tossicologo e l’anatomopatologo – non sono stati registrati con i loro nomi? Domande che non hanno mai avuto una risposta. In compenso sappiamo che un sacco di gente non identificata ha assistito all’autopsia di un tizio che, secondo i magistrati, un giorno ha deciso di suicidarsi con una miscela di eroina e di alcol. Perché una curiosità così smodata per una morte così banale? Perché da un lato si è tanto sicuri di un suicidio per overdose (al punto da non rilevare neanche le impronte sulle siringhe) e dall’altro ci si trasferisce in massa dalla questura e dalla Squadra mobile in sala mortuaria? E inoltre: come si consente ad una persona qualunque di assistere all’esame autoptico, sol perché si “qualifica” come “Medico della Polizia”? Quale documento prodotto dall’Autorità giudiziaria e dal Medico legale attesta che P.F. svolgeva davvero la funzione per la quale di è “qualificato”? Da chi è stato nominato per entrare in sala mortuaria? Delle due l’una: o c’è un’autorizzazione scritta agli atti di cui non ci siamo accorti, oppure costui ha assisto abusivamente all’autopsia. Per quale ragione? Fra i compiti cui è preposto un “Medico della Polizia” è prevista l’assistenza alla dissezione di un cadavere? A noi non risulta, ma attendiamo risposte. Le funzioni di un Medico della Polizia, ci spiegano, sono altre: le visite, le diagnosi, le cure, i certificati medici nei confronti degli agenti e dei funzionari della Pubblica sicurezza, non la partecipazione ad una autopsia. E allora? Allora pare che non sia così automatico consentire a una persona che “a voce” si “qualifica” in un determinato modo di partecipare ad un intervento delicato e vincolato dal segreto istruttorio come questo. Sono stati mostrati documenti e autorizzazioni? Dove sono? Se nel referto non c’è traccia di tutto ciò, come dobbiamo ritenere questa presenza? Non volendo mettere in dubbio la professionalità del “Medico della Polizia”, né degli altri poliziotti o del personale ausiliario presente, è lecito porre degli interrogativi sul “modus operandi” che riguardano le perizie medico-legali sul caso Manca?

Le date e gli orari mancanti.
E ancora: perché la relazione dell’autopsia è corredata solo della data del giorno in cui l’esame è stato effettuato (“13.02.04”), ma non dell’ora di inizio e di conclusione dello stesso? Sappiamo – solo per averlo dedotto indirettamente da altri atti processuali – che l’autopsia è cominciata alle 14, ma non a che ora è finita. Se è vero che “è durata al massimo tre quarti d’ora”, come hanno riferito i familiari di Attilio Manca – presenti in sala d’attesa – possiamo desumere che mai autopsia è stata così veloce? Veloce, affollata e inquietante. Lo stesso stile viene riscontrato in occasione dell’esame esterno del cadavere, di cui conosciamo la data (“12.02.04”), ma non l’ora esatta in cui la professionista è “giunta sul posto” (“le 11,45” come scritto dalla Polizia, o “le14” come sostiene lei stessa?), né l’ora in cui la professionista ha iniziato e concluso l’operazione, circostanza quest’ultima che avrebbe potuto “dirci” quali modifiche nel frattempo aveva subito il cadavere di Attilio Manca, indicandoci tanti particolari fondamentali, a cominciare dall’orario approssimativo della morte. Che, secondo il docente universitario da noi consultato, potrebbe essere circoscritto a pochi minuti dopo il ritrovamento (ore 11 del 12 Febbraio 2004) per la presenza di sangue fluido sul pavimento, visibile dalle foto. Alcuni mesi dopo il copione si ripete. In una “integrazione” senza data, la stessa Ranalletta – non si capisce bene in base a quale elemento scientifico – allarga lo spettro temporale del decesso “dalle 12 alle 48 ore precedenti”, dopo avere indicato, nella relazione antecedente, il 12 Febbraio (stesso giorno del ritrovamento del cadavere, ma senza specificare un orario quantomeno approssimativo) come momento della morte. Insomma uno scandalo senza fine.

Luciano Mirone