L'INCHIESTA: Ingroia, ''I presunti depistaggi del caso Manca''

17 maggio 2016 Inchieste/Giudiziaria

PROCESSO MANCA

 

di Luciano Mirone – Antonio Ingroia, lei che è un uomo di grande esperienza in indagini giudiziarie, essendo stato Pubblico ministero del pool antimafia di Palermo, e allievo di Falcone e Borsellino, leggendo le prime quattro puntate sul caso Manca, che idea si è fatto?

“E’ la conferma medico-scientifica delle cose di cui sono sempre stato convinto: cioè che Attilio Manca è stato ucciso”.
Uno dei due legali della famiglia Manca (l’altro è l’avv. Fabio Repici) non ha dubbi: “Le tesi del Medico legale intervistato da L’Informazione (del quale, per ragioni di riservatezza, non è stato citato il nome) confermano le parole del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ossia che si tratta di un delitto organizzato ed eseguito da menti raffinatissime, di cui sono protagonisti i servizi segreti deviati e Cosa nostra”.

Cosa l’ha colpita di questa inchiesta?
“Alcuni aspetti incredibilmente e totalmente trascurati in questi dodici anni, aspetti che il vostro Medico legale ha supportato con le sue competenze e le sue conoscenze. Mi riferisco in particolare alla questione del setto nasale deviato e delle ecchimosi sui testicoli. Il professore conferma che sono frutto di eventi traumatici, quindi causati da un pugno, da una ginocchiata o da un afferramento, colpi certamente non compatibili con la versione ufficiale tracciata dalla Procura di Viterbo (decesso per ‘inoculazione volontaria’ di eroina mista ad alcol, n.d.r.). Basterebbe questo per considerare sconvolgenti queste risultanze. In ogni caso riteniamo che la vostra inchiesta possa rappresentare una buona base di partenza con la quale confrontarsi in futuro”.

Il docente intervistato – in base all’osservazione delle foto – ha detto che il sangue presente in grande quantità sul pavimento e nelle coperte del letto, è fluido, non coagulato. Da questo particolare, secondo lui, si desume che l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto in servizio da due anni all’ospedale di Viterbo potrebbe essere morto addirittura pochi minuti prima del ritrovamento del cadavere (ore 11 del 12 Febbraio 2004), e non dodici o addirittura quarantotto ore prima, come ipotizzato dalla dottoressa Dalila Ranalletta che ha svolto l’esame esterno e l’autopsia sul cadavere.
“Si tratta di un elemento del tutto nuovo, una osservazione alla quale, in verità, non ero mai arrivato. Un particolare del genere, se confermato, consentirebbe di rivoluzionare la ricostruzione dei fatti, non solo relativamente alla causa, ma anche al momento della morte, quindi a una diversa dinamica della tempistica dei movimenti di Attilio Manca e dei suoi assassini”.

Può chiarire meglio?
“Questo particolare sconvolge del tutto la ricostruzione ufficiale. Non solo. Ma potrebbe determinare delle conseguenze sotto il profilo della presunta falsità di alcune attestazioni contenute negli atti, che ovviamente vanno verificate co scrupolo”.

A cosa si riferisce?
“Perché si è avallata una versione dei fatti così lontana da quella effettiva? Perché si sono avallate delle osservazioni medico-legali oggettivamente depistanti?”.

Non ci sono troppe contraddizioni in questa storia?
“Certamente. E non tutte possono essere frutto di coincidenze, di imperizia o di negligenza. Ora si appesantisce ulteriormente un altro profilo”.

Quale?
“Quello della ricostruzione dell’ora del decesso, diventata funzionale alla ricostruzione degli investigatori, anche questa oggettivamente depistante. Una circostanza che pone innanzitutto una domanda: come può essere stata influenzata e condizionata una tesi del genere?”.

E poi?
“Mi ha colpito un altro dato rilevato dal vostro Medico legale: la folla che ha assistito all’autopsia”.

Lei che è un operatore del diritto, può spiegare chi può partecipare ad una autopsia?
“Nella mia vita ho partecipato a diversi esami autoptici. Il Codice di procedura penale prevede la presenza delle seguenti persone: il Medico legale che esegue l’esame autoptico; il tecnico che lo coadiuva, cioè colui che lo aiuta ad esaminare gli organi e ad aprire il cadavere (autorizzato dal Pm); il Pubblico ministero che conduce le indagini (o un ufficiale di Polizia giudiziaria delegato dal Pm); e nel caso in cui ci fossero persone offese (come nel caso Manca), un consulente tecnico nominato dalla parte, stop”.

Non prevede la presenza di “personale della questura, della Polizia Scientifica, o di un soggetto ”qualificatosi” come “Medico della Polizia (così come si legge nella relazione autoptica stilata dalla Ranalletta)? Nella stessa relazione – tranne eccezioni – non si fa cenno né alle generalità di diverse persone, né alle autorizzazioni concesse dal magistrato.
“Quindi si desume che questi soggetti non dovevano essere presenti all’autopsia”.

Nel 2004 la famiglia Manca non nominò un perito perché, a suo dire, nessuno degli inquirenti la informò dei buchi al braccio sinistro e del ritrovamento delle siringhe nell’appartamento.
“Anche questo aspetto va approfondito”.

Il docente intervistato ha dichiarato che l’indagine medico-legale potrebbe essere viziata da presunti falsi che potrebbero inficiare la validità di certi atti.
“Se questo dovesse essere confermato, si potrebbe invalidare la perizia tecnica da qualsiasi attendibilità probatoria”.

Dal verbale di sopralluogo della Polizia risulta che la dottoressa Ranalletta è presente sul luogo del ritrovamento del cadavere alle 11,45, mentre la stessa professionista scrive di essersi “portata sul posto alle 14”.
“Due verità incompatibili”.

Il verbale della Polizia parla di cadavere “rigido” e “fresco”, segni di una morte recente, mentre la Ranalletta parla di “rigidità cadaverica risolta”, di “cornee opache” e di “macchie ipostatiche” formatesi nella parte anteriore e posteriore del cadavere, sintomi di un decesso avvenuto molte ore prima. Come si conciliano queste due verità?
“Anche in questo caso ci troviamo al cospetto di situazioni da approfondire”.

Cosa pensate di fare?
“Intanto un appello al Medico legale che ha rilasciato l’intervista, il quale, con pochi materiali a disposizione, è riuscito a fare un lavoro mirabile e coraggioso. Sarebbe bello che lui, assieme a noi legali e alla famiglia Manca, proseguisse questa battaglia di giustizia e di verità. In caso contrario è mia intenzione verificare con altri professionisti altrettanto qualificati se condividono queste considerazioni, in modo da potere formalizzare un affidamento di incarico e sollecitare le Autorità giudiziarie interessate a procedere, in primo luogo la Procura di Roma, ma eventualmente ancora una volta, la Procura di Viterbo”.

Due anni fa chi scrive, in occasione della stesura del libro “Un ‘suicidio’ di mafia”, dedicato al caso Manca, ha posto diverse domande per iscritto alla dottoressa Ranalletta, la quale non ha ritenuto di rispondere.
“Un silenzio inquietante. Quando c’è lo zampino di certi ambienti si crea sempre un muro di gomma che impedisce perfino di divulgare notizie come queste”.

Lei ha fiducia nella Procura distrettuale di Roma, e nel caso specifico nel procuratore aggiunto Michele Prestipino, da un anno titolare dell’inchiesta?
“In passato il dott. Prestipino ha espresso dei pregiudizi negativi nei confronti di ogni possibile e ulteriore accertamento della verità sul caso Manca. Da questo punto di vista, purtroppo, non sono molto ottimista. Ho grande ottimismo, invece, nella forza della verità. La verità ha la testa dura, alla fine vince anche contro i pregiudizi. Sul caso Manca sono convinto che la verità verrà fuori in modo prepotente. È solo questione di tempo. Dipende da noi”.

5^ puntata. Continua