NELL'INTERROGATORIO DI GARANZIA IL PENTITO BISOGNANO NON RISPONDE – Messina, i boss arrestati esultavano per il crac della Tecnis: "Così si apre spazio per noi"

27 maggio 2016 Inchieste/Giudiziaria

BISOGNANO-CARMELOLORISCO-ANGELO-copia

MARINO-TINDAROROTTINO-Stefano

Si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia dopo l’arresto di mercoledì scorso il pentito “chiave” della mafia barcellonese, Carmelo Bisognano. L’ex boss si trova in una località sconosciuta sottoposto a sorveglianza dopo essere diventato collaboratore di giustizia nel 2010, è stato dunque interrogato dal gip competente per territorio. Non ha voluto rispondere alle accuse della Procura di Messina che lo scorso mercoledì ha svelato che l’ex capo dei mazzarroti, frangia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, avrebbe utilizzato il suo status di collaboratore per ottenere dei vantaggi.

“Buono, si allargano gli orizzonti”, perché “alla Tecnis gli hanno revocato tutte cose”. Così parlava in una telefonata intercettata, lo scorso febbraio, Bisognano, il primo grande “pentito” barcellonese: fu grazie alle sue dichiarazioni che la Dda fu in grado di scovare i cimiteri di mafia nelle colline sopra il Longano e fu la sua collaborazione a dare inizio a una serie di altri “pentimenti” che furono decisivi per decapitare il clan dei barcellonesi. Considerato ex ministro dei lavori pubblici per Cosa Nostra per la Sicilia orientale, è stato arrestato nuovamente mercoledì nell’ambito del’indagine del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto, condotta dai pm Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, della Dda di Messina. Ad aprire i suoi orizzonti il sequestro di beni alla Tecnis che avrebbe potuto permettergli di inserirsi nei lavori per il passante ferroviario di Palermo: “Perché ora là c’è un problema… no, c’è un problema, un problema positivo – sottolineava Bisognano al telefono col suo fido collaboratore, Angelo Lorisco – , perché alla Tecnis gli hanno revocato tutte cose, e loro si erano aggiudicato un altro pezzo là della metropolitana, no… del passante ferroviario, l’appalto era pure grosso” (in realtà si tratta dell’anello ferroviario e non del passante, ndr).

Diventato ministro ai lavori pubblici ad oriente grazie ai suoi stretti rapporti con i Santapaola, Carmelo Bisognano, capo della frangia dei Mazzarroti, dipendenti dalla famiglia dei Barcellonesi, aveva raggiunto un ruolo di spicco al quale pare non volesse rinunciare nonostante dal 2010 fosse diventato collaboratore di giustizia. In libertà ma sotto sorveglianza – per la quale adesso la Procura chiederà la revoca -, dopo anni da “pentito” Bisognano è tornato ad interessarsi di appalti pubblici e in particolare di quelli per il passante ferroviario di Palermo: “Perché ripartono nuovamente daccapo”, gli faceva eco Angelo Lorisco, noto come il suo storico “operaio”, senza precedenti penali, tra gli arrestati di mercoledì.

Ma per poter davvero espugnare Palermo occorreva il certificato antimafia a favore della società Ldm Costruzioni (secondo gli inquirenti di fatto di proprietà anche di Bisognano ma intestata fittiziamente a terzi), condizione imprescindibile per la piena operatività della stessa. E ottenerla non era impossibile sfruttando le giuste conoscenze in Prefettura: nella conversazione del 9 marzo 2016 Lorisco riferiva a Carmelo Bisognano di aver parlato con il geometra Ignazio Stracquadani, capocantiere a Palermo, dipendente del Consorzio Stabile Sis Scpa, che a sua volta gli aveva suggerito di rivolgersi al geometra Liuzzi, anch’egli dipendente del Consorzio, per velocizzare il rilascio del certificato in Prefettura: “Chiama il geometra Liuzzo dice – riferiva Lorisco a Bisognano – te lo fai passare, perché lui ha vaste conoscenze, magari gli richiama lui, se la pratica la possono mettere in … la elaborano dice”. Una procedura da “elaborare” in Prefettura a Messina, dove, secondo Bisognano, Liuzzo ha i suo agganci: “Lui li conosce là alla Prefettura, no?”, chiede Bisognano, “Sì – risponde Lorisco – perché quel giorno ha parlato davanti a me, con qualcuno in Prefettura”.

Questo è quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Messina Monica Marino nei confronti di quattro persone per attribuzione fittizia di titolarità societarie, tentata estorsione, estorsione aggravata dal metodo mafioso. Sono finiti in carcere mercoledì, oltre Bisognano, anche Angelo Lorisco, Tindaro Marino e Stefano Rottino. Questi ultimi sono stati interrogati dal gip Marino ieri mattina, alla presenza anche dei pm Di Giorgio e Cavallo: a difendersi dalle accuse soltanto Marino e Rottino, mentre Lorisco ha preferito il silenzio. I provvedimenti sono frutto di una complessa attività investigativa avviata nel 2015 dal Commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto. Secondo gli inquirenti Bisognano rendeva “false dichiarazioni sul conto di Tindaro Marino sostenendo come costui fosse un imprenditore estorto, sostanzialmente estraneo alla famiglia mafiosa barcellonese e non in rapporti d’affari con essa, tutto in contrasto con quanto riferito nei verbali di dichiarazioni resi” in precedenza, nel 2010, all’inizio della sua collaborazione. Dal canto suo Marino offriva e prometteva a all’ex capo dei Mazzarroti, “utilità e vantaggi patrimoniali di vario genere consistenti nell’avvio di una comune attività imprenditoriale da esercitare in forma associata ed occulta, formalmente riconducibile ad altri soggetti, Bisognano e Lorisco aiutavano con false dichiarazioni a eludere le conseguenze del provvedimento di confisca dei beni disposto nei confronti di Marino, condannato in via definitiva per mafia, il cui provvedimento di sequestro di beni però fu poi revocato.

Il tutto sarebbe stato condito da atti estorsivi commessi nei confronti di commercianti tramite Lorisco e Rottino per conto di Bisognano, secondo quanto ricostruito dagli investigatori. Ma l’affidabilità del collaboratore di giustizia non è messa in dubbio: “I riscontri delle sue dichiarazioni negli anni sono stati svariati – ha sottolienato il procuratore capo Guido Lo Forte – il fenomeno delle omissioni nelle dichiarazioni dei collaboratori giustizia è un fenomeno noto e comprensibile, quello che c’è di nuovo è l’utilizzazione di queste lacune. Questi risultati sono esremamente positivi, i collaboratori di giustizia potranno rendersi conto che non si può ingannare un ufficio giudiziario che ha talmente acquisito un patrimonio conoscitivo che o pone al riparo da qualsiasi tentativo di inganno. Che questo valga come lezione per Bisognano e per tutti glialtri collaboratori di giustizia”.

MANUELA MODICA – PALERMO.REPUBBLICA.IT