LA RECENSIONE DI SAVERIO LODATO: QUANDO LA FOTO DEL MORTO PARLA. Il libro di Lorenzo Baldo sulla fine di Attilio Manca

11 Giugno 2016 Culture

FOTO-ATTILIO-MANCA

Prima o poi sarà introdotto il divieto di “fotografare il morto”, di lasciare a futura memoria l’immagine dello scempio di chi si è accanito, di documentare gli effetti delle torture di uomini su altri uomini, perché il Potere non può più concedersi il lusso di essere clamorosamente smentito nelle sue versioni ufficiali, imbastite sulla menzogna e nel categorico rifiuto di prendere atto della verità. Il “morto”, infatti, può parlare, può indicare la colpa e i colpevoli, può smentire all’infinito i Burocrati del Terrore quando si danno da fare, sui giornali, in televisione, o nelle aule di tribunali e corti d’assise, per troncare e sopire, dichiarando che “non è successo nulla”.
Forse questa è una previsione paradossale, avveniristica. Ma in cosa differisce dall’eterno tentativo del Potere, della Politica, del Governo, di regolamentare, tacitare, rendere inutilizzabili, mettere al bando le intercettazioni telefoniche perché raccontano ai cittadini quanto accadde, cosa si dissero i coinvolti, e perché svelano contenuti scabrosi che è meglio rimangano all’oscuro nelle segrete stanze? Se la gente non deve sentire, la gente non deve neanche vedere.
Una foto, un clic, un’istantanea, raggiungono il bersaglio più di un milione di editoriali e di articolesse. E questo per il Potere è un problema. Ho davanti la foto di Attilio Manca, il giovane eccellente urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, trovato cadavere a Viterbo il 12 febbraio del 2004.
La foto la si ritrova, a pagina 75, di un libro appena uscito, e tanto bello, per il lettore, quanto doloroso, intitolato “La Mafia ordina Suicidate Attilio Manca” (editore Imprimatur), scritto dal collega Lorenzo Baldo, proveniente dalle fila di Antimafia Duemila. Storia tremenda, quella che racconta Baldo. Che non si è sottratto dallo scegliere e trattare un argomento scomodo dal quale i media, con ottime ragioni dal loro punto di vista, preferiscono tenersi assai alla larga.
Tremenda per i familiari di Attilio – Gino, il papà, Angelina, la mamma, Gianluca, il fratello -, che da quel giorno chiedono giustizia, ovviamente ricacciati indietro come fastidiosi scocciatori.
Deve essere atroce, per loro, sapere che il figlio venne assassinato dalla mafia, o da ambienti dei servizi, o da un mix di Stato e Cosa Nostra, perché si trovò a incrociare l’allora capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, durante la sua latitanza. E lo incontrò per ragioni del suo lavoro, in quanto Provenzano aveva e ha gravi problemi alla prostata.
Sapere che il figlio fu assassinato. Sentirsi dire che si suicidò. Che può esserci di peggio, di più beffardo, per una madre, un padre, un fratello?
Ormai è del tutto evidente che Attilio Manca, allora unico urologo specializzato in interventi d’avanguardia, avrebbe potuto aver visitato Provenzano prima o dopo il suo intervento alla prostata, e questo sarebbe potuto avvenire in Francia senza alcun problema. Lui stesso, seppur velatamente, non volendo entrare in dettagli, ne informò il padre telefonicamente.
suicidate attilio mancaDopo la cattura di Provenzano, le indagini ricostruirono a posteriori parecchi passaggi di quell’infinita latitanza, fra i quali la permanenza del boss a Marsiglia per sottoporsi all’intervento di urologia sotto nome falso, con documenti falsi, assistito da mafiosi i quali così come lo accompagnarono poi se lo riportarono in Sicilia. Ma la presenza di Manca resta avvolta da una nuvola.
Certo è che, proprio da quel giorno, inizia il conto alla rovescia per Attilio Manca che ormai non serve più, e anzi rischia di diventare testimone scomodo.
Lorenzo Baldo, nel suo libro, racconta tutto, scava, va a fondo, raccoglie gli elementi della “cronaca nera” e quelli della “cronaca giudiziaria”, svelando inoppugnabilmente il Grande Inganno che vorrebbe fare credere che Attilio Manca si uccise con un’overdose di eroina, dopo essersela iniettata nel braccio sinistro; lui che, guarda caso, era un mancino.
Dice la didascalia sotto la foto pubblicata a pagina 75 del libro: “Il volto di Attilio Manca nella foto scattata dalla polizia scientifica di Viterbo (agli atti della Procura di Viterbo) alcuni minuti dopo la scoperta del cadavere del giovane urologo. Per gentile concessione della famiglia Manca”.
Si vede un volto tumefatto, scempiato, il setto nasale spezzato, massacrato da altri uomini che infierirono, incuranti se questo avrebbe fatto vacillare il suicidio di cartapesta che si preparavano a contrabbandare.
Ecco perché dicevamo che il futuro di certe foto appare incerto. Avremmo capito veramente i fatti della Diaz al G8 di Genova? La fine di Aldovrandi? La fine di Cucchi? Come ora abbiamo capito quella di Manca? L’avremmo capito in assenza di foto e immagini? No. Ed è anche per questo che il libro di Baldo merita di essere considerato un libro “contro il Potere”, contro un certo modo di “fare giustizia”. Perché ci racconta tutto quanto fa da sfondo alla foto di pagina 75. E che ci fa venire i brividi.

saverio.lodato@virgilio.it

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