AMARCORD: QUELLE DOMENICHE IN CURVA SUD QUANDO ‘CATALANO ERA MEGGHIU I PELE’…

12 Marzo 2017 Commenti e appelli
  1. DAL BLOG DI VINCENZO CARDILE –

Quelle domeniche in Curva Sud al Celeste dove ‘Catalano era megghiu i Pele’…’

Dopo anni di gradinata, quando ormai il tuo sangue scorreva giallorosso, e i tuoi amici adolescenti cominciavano ad andare in curva, arrivavi ad un bivio: restare lì, con tuo padre, soffocando così dentro la voglia di urlare per la maglia, limitandoti al battito di mani ed a qualche sporadico “Messina, Messina, Messina” oppure svoltare, seguendo gli amici a cantare in curva, inseguendo il sogno.

Io scelsi la “curva SUD” che era il cuore pulsante della tifoseria giallorossa, senza nulla voler togliere al tifo degli amici della “nord”, caratterizzato dagli incessanti tamburi battenti. Cosi la domenica mattina, in cui a Messina ancora tutto era “benedettamente” chiuso, tranne le chiese e qualche bar, sciarpetta al collo e panino imbottito ricoperto di stagnola – comprato il giorno prima e quindi diventato ormai anch’esso plastificato -, ti vedevi con gli amici sulla Via Garibaldi e salivi sul “due”, direzione provinciale, per avvicinarti al “campo”, lo Stadio Giovanni Celeste.

Le partite indifferentemente dalla terza categoria alla serie A, avevano inizio alle 14:30, ma tu, al campo, dovevi arrivare alle 12, 12:15 al massimo. Giunti ai cancelli di Viale Gazzi, ti mettevi in fila e ne aspettavi l’apertura che, solitamente, avveniva alle 12:30: da questo momento, staccato il biglietto d’ingresso, venivi letteralmente spintonato dal flusso degli ultras sino alle scale, a volte senza mai toccare terra, come quando al Pilone, d’estate, facendoti il bagno, ti fai trasportare dalla forza del flusso della corrente “montante”… cose messinesi.

Salite le scale della curva, come per incanto, arrivavi alla fine del tunnel sentendo un odore che mai e poi mai ho risentito in vita mia, neanche d’estate nei pascoli del Trentino alto Adige; l’odore del manto erboso del Celeste… Sarà stato per i giardinieri, sarà stato per l’estrema vicinanza degli spalti, ma tu, come per incanto eri lì, ti sentivi dentro il rettangolo di gioco…

A quel punto, noi, in genere ci mettevamo in linea d’aria sopra la porta, cercando però di rispettare sempre le gerarchie dei club organizzati, i quali delimitavano il proprio spazio con gli striscioni, e nei derby o nelle partite di cartello, addirittura con il nastro bianco e rosso: se entravi li dentro eri finito!
Ma ancor di più dovevi stare alla larga da quei posti accanto la balaustra che, anche col pienone, sino alle 14:25 rimanevano vuoti, perché tutti sapevano essere riservati a soggetti ad alto rischio: ecco, se cercavi emozioni forti era il posto giusto per te!

Preso il posto, mangiato il panino, si stava in religioso silenzio: potevi solo applaudire o fischiare, dovendo risparmiare il fiato per la battaglia, il tutto sino a quando non uscivano i ragazzi per la rifinitura.
In quel momento, succedeva una cosa particolare… anche se diluviava, grandinava o se lo scirocco provava a portarsi via i tifosi con tutti gli spalti, sulla balaustra finale si alzavano i capi ultras rivolti sempre verso le curva, rigorosamente in maglietta e megafono o, meglio ancora, torso nudo e mani a forma di megafono.
Mi sono sempre chiesto: “ma partite ne hanno viste mai????”
I capi Ultras così, organizzavano la coreografia, lanciando in curva – a macchia di leopardo-, i pacchetti chiusi di coriandoli. Partivano così i primi cori di riscaldamento che, a quel punto, eri materialmente obbligato a cantare, incitando i tuoi beniamini: ed eccoti dentro al turbine incessante del tifo, passando da “messina messina”, a “catalano è mugghiu i pelè…”, da “romolo picchialo”, a “e facci un gol, e facci un gol, Toto Schillaci facci un gol….”, il tutto contornato da amorevoli insulti cantati a celerini, reggitani, catanesi, palermitani ed ai malcapitati avversari di turno, comprese madri, sorelle, affini e consanguinee sino alla settima generazione, cui si proponevano uso improprio di banane e ortaggi vari.
Tra i vari cori che mi hanno più colpito, nel male e nel bene, ne ricordo due.
Col primo, si incitava tale “NINU U ROSSU” ad ingozzarsi mangiandosi un panino ed un tramezzino, il secondo invece – il mio preferito – era quello abbinato alla sciarpata, diviso in due parti: nella prima, con le sciarpe distese si cantava ”E’ giallo come il sol, è rosso come il cuor, è giallorosso il cuore che batte forte per te, alè messina alè, alè messina alè, alè messina alè”. Nella seconda parte, mantenendo lo stesso ritmo, si cominciava a far volteggiare le sciarpe in aria, andando avanti così per minuti e concludendo il tutto con il grido “messina, messina, messina”, sino ad esaurimento voce… poesia pura.
Ah dimenticavo, notizie della bella bionda dai capelli ossigenati e della mora figa del balcone? Alla fine i loro figli sono diventati i capi degli ultras??? Si perché dovete sapere che il Celeste è un gioiello incastonato tra la via Oreto e Viale Gazzi e, i balconi e terrazze dei palazzi prospicienti la stessa via Oreto, erano anch’essi stracolmi di persone – spettatori non paganti-, il tutto a rischio crollo: tra questi sempre presenti erano la bionda dai capelli ossigenati e la mora figa, oggetto di serenate da parte di tutta la curva, puro romanticismo….
Di contro, nei momenti in cui la squadra avversaria attaccava, era d’obbligo saper “ fisssssschiareeeeeeee”; a quel punto o fissssschiavi, o dovevi fare finta di farlo, se no le scoppole non si contavano: fù cosi che imparai a fischiare usando l’antica arte dei pastori sardi, il famoso fischio alla pecoraia!
In ogni caso, ciò che mi piaceva e che tutt’ora rimpiango era la scarica di adrenalina che quelle ore ti davano, un modo di staccare la spina da piccoli o grandi pensieri che ogni tifoso, grande o piccolo che sia, aveva ed ha, dal lunedì al sabato e che, invece, per incanto, la domenica al campo scompariva.
Un irripetibile adrenalina che oggi non provo più nel nuovo stadio San Filippo o in qualsiasi altro stadio italiano…
Per me, lo stadio del cuore resterà il Celeste, ed il Messina è e resterà solo quello… troppa gente è venuta dopo con soli pruriti di visibilità, o interessi personali e propagandistici. un Messina diventato giocattolo in mano ad acerbi presidenti affaristi e poi falliti, che nulla hanno a che fare con la mia squadra, la mia passione e la mia città.
Ed infatti, al di là del folklore, dei cori, dei giocatori, dirigenti e presidenti che si sono susseguiti negli anni, creando spesso più problemi che fortune, resta l’amore mio e della mia città per la maglia bianco scudata, ed una passione per una squadra che, al di là degli interpreti, e della continua altalena dei risultati raggiunti è, e sarà sempre, la squadra che mi appartiene e ci appartiene, l’unica per cui vale la pena soffrire e gioire.