13 Marzo 2017 Commenti e appelli

L’AFFONDO DI MAX PASSALACQUA: #CiaoneCarbone, il Brunori Sas del Pd

«Su di una cosa potrete star certi:
non ci sarà più scollamento tra ciò che il Pd dirà
e le posizioni dei consiglieri.
L’obiettivo è ridare un’idea unitaria al partito»

Le ultime parole famose di
Ernesto Carbone, 13 ottobre 2015

 

Che Renzi al Lingotto abbia citato il cantautore cosentino Brunori Sas e la sua canzone Il costume da torero («Non sarò mai abbastanza cinico / da smettere di credere / che il mondo possa essere / migliore di com’è / Ma non sarò neanche tanto stupido / da credere / che il mondo possa crescere / se non parto da me») è per alcuni versi la chiusura di un cerchio.

Non certo perché Dario Brunori possa definirsi renziano o perché il patrimonio di valori del renzismo si possa in qualche misura sovrapporre a quello che emerge dai testi di Brunori, ma perché Renzi e i suoi spin doctors hanno già da tempo puntato la generazione a cui parlano i cantautori come Brunori Sas (quella che va dai nati negli anni Settanta fino ai millennials), a maggior ragione ora che la scissione ha portato fuori dal partito dalemiani bersaniani pidiessini mangiabambini e affini, e soprattutto perché probabilmente Brunori gli ricorda l’amato Ernesto Carbone.

Cosentino come Dario Brunori, classe 1974 (tre anni più anziano del cantautore), anche Carbone ha seguito la strada tracciata dal primo in Rosa: «Devo andare a Milano, / a Torino o Bologna, / insomma devo scappare / ché qui in Calabria non c’è niente, proprio niente da fare / c’è chi canta e chi conta e chi continua a pregare». E se Brunori scappa a Siena per studiare economia, Carbone sceglie Bologna e gli studi di giurisprudenza. Tesi di laurea in Diritto costituzionale sul finanziamento pubblico dei partiti politici e inizio della parte di avventura, professionale e politica, che lo lega a Romano Prodi: dal 2001 al 2004 è con vari ruoli in Nomisma, tra il 2006 e il 2008 è capo della segreteria particolare del ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro.

A questo periodo risale la sua prima disavventura giudiziaria: denuncia per stalking una sua “ex”, consigliere comunale del Pd a Cesena, esibendo delle email minacciose («Ti farò morire Carbone», «Non ti farò più vedere tua figlia ma forse è meglio così perché tu sei pazzo»), ma nel 2013 al processo viene fuori che qualcuno ha hackerato l’indirizzo di posta elettronica della donna, collegandosi da Palazzo Madama e da altri luoghi di lavoro di Carbone. Il giudice ritiene che le perizie indichino come colpevole proprio l’Ernesto e invia le carte alla Procura di Roma affinché indaghi per accesso abusivo al sistema informatico e falsa testimonianza. Ai giornali che danno ampio risalto alla notizia Carbone replica sostanzialmente così: sono stato assolto dagli stessi reati, su controquerela della donna, dal Tribunale di Forlì perché nel 2009 avevo denunciato un’intrusione nel mio account e ho dimostrato che non avevo l’accesso al sistema del Senato. E invoca il ne bis in idem. Non ho trovato notizie di una archiviazione da parte della Procura romana, ma noi non dubitiamo certo dell’Ernesto.

L’Ernesto, nel frattempo, dall’aprile del 2012 è per un anno presidente e amministratore delegato della SIN SpA (Sistema informativo nazionale per lo sviluppo in agricoltura), controllata dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura con IBM, Telespazio, Almaviva e altri soci privati. Dopo svariate contestazioni da parte del Collegio sindacale, il CdA di SIN cita Carbone davanti al Tribunale civile di Roma per «irregolarità riscontrate per spese non riconducibili ai fini aziendali» effettuate con la carta di credito aziendale: quasi 24 mila euro tra viaggi (compresi due voli per Londra e la Croazia), trasferte, alberghi, ristoranti. Carbone non ci sta, querela Il Fatto Quotidiano che ha riportato la notizia e contrattacca: «Nella mia esperienza al Sin, che ho lasciato con un incremento degli utili di circa il 30%, mi sono ridotto lo stipendio da 480 mila a 60 mila euro lordi, ho tagliato gli emolumenti ai dirigenti ed eliminato tutti i benefit. Mi è capitato di bloccare dei pagamenti al collegio sindacale e questo, evidentemente, a qualcuno non è andato giù». Anche qui, la vicenda risulta ancora aperta.

Nel frattempo, Carbone ha trovato spazio fino in Parlamento grazie a un paio di sapienti “piroette”; da Prodi a Mario Monti, quindi in area Letta, poi trait d’union tra quest’ultimo e Renzi e infine, quando il segretario del Pd s’inventa la presa per il culo di #staisereno (e lo sappiamo, all’Ernesto piacciono tanto gli hashtag), prontissimo a salire sul carro del vincitore. Anzi, è Renzi a salire sulla Smart di Carbone, con accanto l’ormai fedelissimo, per recarsi al Quirinale ad assumere l’incarico. Sempre presente sui social (pure troppo, perché quello che scrive è mediamente simpatico come un calcio negli zebedei), finirà per pentirsi di avere sbeffeggiato con il famoso #ciaone i promotori del referendum sulle trivelle: «Ma si è fatto tanto rumore per nulla», commenterà. Se lo dice lui.

Fin qui, delle capacità politiche di Carbone non abbiamo parlato perché, in effetti, sono piuttosto altre le qualità che ha messo in luce (diciamo così). Ma nel settembre 2015 diventa commissario del partito a Messina, dove i Dem sono “orfani” (diciamo così bis) del loro leader Francantonio Genovese. E lui, lucido come i capelli perennemente impomatati di gel, traccia subito la linea: opposizione all’amministrazione Accorinti come se non ci fosse un domani. Anzi, come se non ci fosse nemmeno uno “ieri”, perché Carbone dimentica che proprio il Pd genovesiano ha da una parte sfidato Accorinti al ballottaggio con Felice Calabrò e dall’altra messo nell’angolo i renziani della prima ora Francesco Quero e Alessandro Russo, presidenti uscenti del IV e del V Quartiere, non ricandidati per… punizione e che saranno sostenuti proprio dalla lista “Cambiamo Messina dal Basso” del sindaco scalzo. Un accordo – ben noto ai vertici della corrente, se è vero che ai primi contatti è presente Davide Faraone – che porta Quero a rivincere e Russo a mancare la rielezione per soli 87 voti (con una percentuale enorme di voto disgiunto) ma che soprattutto impedisce a Felice Calabrò di diventare sindaco al primo turno e che, al ballottaggio, permette ad Accorinti di ribaltare il risultato. Basta guardare i dati dei seggi dei due quartieri – e ricordare che si parlerà a lungo di un ingresso di Russo in giunta – per capire cosa sia accaduto.

Piuttosto che marcare la differenza, ritagliando per il Pd un ruolo di “opposizione responsabile” e dialogando con un’amministrazione comunque di estrazione popolare e progressista (anche se non si può onestamente dire che in questi anni Accorinti abbia sempre fatto esercizio di apertura al dialogo), Carbone prima finisce per schiacciare il partito sulle posizioni genovesiane e poi, quando Francantonio aderisce a Forza Italia, se lo vede svuotare in aula e in città. Ma lui è persino contento: «Non abbiamo aspettato che Genovese andasse via portandosi via i suoi – dichiara quando viene arrestato il consigliere Paolo David – siamo stati noi a cacciarli dal Pd. Abbiamo (apparentemente) pagato un prezzo, perdendo due parlamentari e nove consiglieri comunali su undici, passati con Forza Italia, ma abbiamo riguadagnato libertà. E un partito che anche qui, dopo stagioni di oscurantismo, sta tornando finalmente a vivere».

Seee, come no. Vallo a dire al capogruppo Antonella Russo, lasciata da sola a votare la mozione di sfiducia ad Accorinti – vero contrappasso per il #ciaone di qualche mese prima – o a Luca Eller che viene “scomunicato” quando entra in giunta e poi convinto a dimissioni speciose per preparare il terreno alla sfiducia. Nel frattempo, le polemiche sul tesseramento investono Carbone sia a Messina che ad Enna, dove pure è commissario (e dove pare che l’ineffabile Mirello Crisafulli abbia rastrellato 4 mila tessere in attesa di decidere se restare nel Pd o seguire Bersani e D’Alema). Il suo lascito al futuro segretario provinciale? Un partito che alle prossime Amministrative sarà verosimilmente costretto a fare da gregario a D’Alia per tamponare l’emorragia verso il centrodestra, un partito che – per citare ancora Brunori Sas e la sua La verità – «non c’ha più le palle per rischiare / di diventare quello che gli pare». Mentre all’Ernesto, invece, il cantautore suo concittadino che tanto piace a Renzi potrebbe chiedere: «Ti sei accorto, sì / che parti per scalare le montagne / e poi ti fermi al primo ristorante?». L’importante è che accetti le carte di credito…

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