18 Marzo 2017 Sport e Spettacolo

L’INTERVISTA di Fabio Mazzeo: IL CAPITANO. SASA’ SULLO, I PIEDI DI OBBEDIO E IL SOGNO LIVERPOOL

“Non ho la risposta al perché il calcio appassioni così tante persone, di ogni ceto sociale, di ogni livello culturale. So che da quando ero bambino a oggi una sola cosa non è cambiata: in qualsiasi circostanza, se salta fuori un pallone diventa una festa, quella di chi gioca e quella di chi guarda e, chissà perché, comincia a tifare per qualcuno dei contendenti”. Salvatore Sullo, detto Sasa’, a 45 anni ha già vissuto due mestieri e due vite, calciatore e allenatore, un prima e il dopo la malattia. “La malattia, nella sfortuna, è stata una occasione di grande crescita. Diciamo che ho avuto l’opportunità di capire da giovane che non puoi mai dire di una cosa che la farai domani. Il domani non ci appartiene. È solo una possibilità”. Dai tempi di Messina, 10 anni dopo, è come se Sasa’ avesse ulteriormente indurito quella parte del suo carattere che lo faceva apparire già allora come schivo, per qualcuno scontroso. “Ma gli amici sanno che non è così”, dice con tono perentorio, quello stesso appunto che lo fa apparire insopportabilmente sicuro di se’. Ride: “che ci posso fare? Sono così. I miei amici lo sanno, e del giudizio degli altri può dispiacermi ma me faccio una ragione. Non posso cambiare. E in questa parte del mio carattere la malattia ha esasperato quello che a molti può apparire un difetto, ma io ho capito proprio con la malattia che non ho tempo da perdere: faccio quello che mi piace, condivido il mio tempo solo con gente che mi piace, non voglio sprecare ore e giorni con chi non condivide i sani principi con i quali sono cresciuto e arrivato fino a qui”. Capitano della squadra che dopo quattro decenni fece ritorno in serie A, Sasa’ diventato cittadino onorario di Messina è nato a Napoli, la città che ancora discute se dare o meno la cittadinanza onoraria a Maradona. “Maradona è Maradona, sul campo di calcio un talento ineguagliabile. Io sono Sullo, un calciatore come tanti. So bene che senza la malattia non sarei mai diventato cittadino onorario, ma è una cosa che mi ha riempito di orgoglio lo stesso, ne vado molto fiero perché Messina è sempre casa mia. Ho decine di amici che sento spessissimo, un figlioccio. Mia figlia Beatrice ancora oggi non ha l’accento dei suoi coetanei di Avellino perché il messinese ancora gli canta in testa. Insomma, io a Messina ho lasciato una parte della mia vita. E mi sono portato ricordi incancellabili”. Il più bello? “Il calcio di rigore trasformato contro il Catania, una fortuna enorme”. In che senso? “Non avevo mai tirato un rigore. Mai, neppure nelle giovanili. Buonocore e Godeas non se la sentirono di calciare. Avevo il pallone in mano, l’unico ad avvicinarsi e dirmi che era disponibile a tirarlo fu Obbedio. Gli guardai i piedi e gli dissi una cosa che meglio non ripetere (ride). Fu un regalo per me. Con quel rigore sono entrato nella storia del Messina”. Chi i più forti compagni al Messina? “Enrico Buonocore, sicuro. Giocavamo insieme quando avevamo 12 anni e già allora lui vedeva calcio che noi non vedevamo. A Messina ha dato tanto ma non tutto il suo talento. Oggi da allenatore lo farei diventare un fenomeno perché so di cosa aveva bisogno, solo di sentirsi importante. E Arturo Di Napoli, classe pura. Attenzione però: la classe deve sempre essere al servizio della squadra. E la squadra al servizio di chi ha talento. Per parlare di un messinese adottato, i calciatori come Carmine Coppola sono quelli che vorrei sempre con me. Infatti e’ un mio amico”. Quella di Sullo in maglia giallorossa è una storia di 138 presenze e 26 gol. “Una bella storia sportiva, con tanti amici da ricordare, di una squadra integrata al resto della città, tutta unita. In questo il presidente Emanuele Aliotta era unico, riusciva a mettere tutti insieme, con un grande sponsor alle spalle, riusciva a fare sentire tutti importanti. Poi è arrivato il momento in cui la famiglia Franza ha dovuto prendere direttamente le redini in mano. E sono stati anni bellissimi. A noi calciatori non mancava niente. I Franza hanno dato tantissimo. Ed è ingiusto che la parte finale del loro impegno abbia pregiudicato il giudizio sul loro operato. In città come Messina bisogna apprezzare l’eccezione e lavorare duro per ottenere quanto giusto. Se lavori duro può anche essere che vinci a S. Siro contro il Milan, ma quella è l’eccezione. E devi esserne consapevole. Stare nel calcio vuol dire anche questo, darsi la giusta dimensione. Un anno vinci a S. Siro, ottieni salvezze, poi magari retrocedi e accetti il giudizio del campo, senza isteria, per potere ripartire. Indebitarsi per rispondere alla piazza e’ un errore fatale. Programmare vuol dire essere innanzitutto onesti con se stessi, accettare i limiti imposti dalla dimensione economica della città, dei contratti”. Ma è giusta la dimensione di questo calcio di milionari? “Ma chi sono i milionari? In Italia giocano a calcio da tesserati oltre un milione di persone, i professionisti sono meno di 15 mila. In serie A molti guadagnano tanto, il resto è composto di persone che a fine mese, e non tutti i mesi, prendono uno stipendio buono ma che gli consente solo di andare avanti. E questa storia dei milionari finisce per essere pagata da chi in serie C o ancora più giù riceve sputi, minacce e aggressioni perché un risultato non arriva. Dimenticando che questa cosa che ci appassiona tutti si chiama “gioco del calcio”, una cosa serissima ma pur sempre gioco, anzi “giuoco” come da sigla di Federazione, con parola così antica, così dolce..”. Il dopo Franza a Messina e’ stato di società con troppe disavventure, e ora la nuova era, con l’arrivo di Franco Proto. Consigli? “Integrazione con la città, strutture adeguate per le partite e per l’allenamento, campi nei quartieri per favorire la scuola calcio. Facile a dirsi, difficile da realizzare, perché ci vogliono soldi, investimenti. Calcio e città crescono insieme. Io credo che per fare diventare grande la squadra ci voglia intorno una città che cresce. Messina in che settore vuole crescere?”. Riflessione. E torniamo al calcio. Con la scelta di diventare allenatore. “Ma quale scelta?! Io pensavo di fare il dirigente, mi vedevo meglio. Poi il mister Ventura, che ho conosciuto proprio a Messina, mi ha offerto questa opportunità e io che non programmo il domani ho accettato, per capire se faceva al caso mio. Ci siamo trovati bene. E andiamo avanti. Anche se non pensavo fare l’allenatore fosse così faticoso, oggi e’ quello che so che voglio fare. Giocare era facile, il massimo della responsabilità che hai e’ fare di tutto perché il tuo contributo sia il meglio che hai. Allenare e’ altro, e’ stare attento ai dettagli di grandi strutture e di tutti gli uomini a disposizione”. E puoi arrivare anche alla Nazionale. “Ovvio, orgoglio massimo. Ma anche responsabilità. Siamo l’Italia, dobbiamo andare in Russia e giocarcela da protagonisti. Il 24 marzo abbiamo l’Albania in casa. Ecco la nostra prossima tappa”. A Palermo, città che evoca uno dei più bei ricordi per Sullo calciatore. “Una giornata da brivido. Rientravo dopo la malattia e sarebbe stato l’ultima col Messina, sul campo di un’altra siciliana, un derby. I tifosi del Palermo mi fecero un regalo che non dimenticherò. Un applauso lunghissimo, sincero. Ecco, uno dei pochi momenti in cui mi sono commosso. Come quando col Messina abbiamo vinto i campionati, di C, di B. Ma basta nostalgie, l’Italia adesso viene prima di tutto”. Tanti giovani interessanti per l’Italia, nuove generazioni che promettono. “E’ vero. Per fortuna. E per programmazione. Io invito sempre a investire sui ragazzi e sullo sport da praticare. Nelle scuole, nei campetti, nei cortili. Mi piacerebbe un Paese dove abbiamo meno campioni di videogiochi e più ragazzi che praticano sport. Tutto nasce così, perché il talento devi allenarlo, da piccolo per farlo crescere e affermarlo, da grande per non perderlo strada facendo”. E Sullo ha il talento dell’allenatore? “Vedremo, intanto lavoro da secondo per la Nazionale ed è fantastico. Poi magari capiterà un’opportunità tutta mia. Non faccio programmi, ma ogni bambino ha il suo sogno in questo gioco, anzi giuoco. E io ho sempre avuto il mio, prima da calciatore e ora da allenatore: il Liverpool. E non chiedermi perché, non lo so”.