Il pm: Bruno Caccia ucciso per il suo rigore. Al via la requisitoria: “Altri magistrati compiacenti. Voleva impedire affari ‘Ndrangheta”

Il percorso del processo sull’uccisione del magistrato Bruno Caccia, assassinato sotto casa la sera del 26 giugno 1983, “è stato complesso, ma siamo caduti e ci siamo rialzati“, perchè a disposizione della Corte “c’è una pluralità di elementi di prova che vanno valutati in modo congiunto“. A dirlo è stato il pm Marcello Tatangelo, durante la requisitoria iniziata ieri davanti alla prima sezione della Corte d’Assise di Milano.
Caccia, ha proseguito il pubblico ministero, fu ucciso per il “suo estremo rigore” in quanto si stava interessando alle “attività finanziarie” del clan calabrese guidato da Domenico Belfiore. Il processo è a carico di Rocco Schirripa, finito in carcere nel dicembre del 2015 e considerato l’esecutore materiale dell’omicidio del magistrato, per il quale il mandante Belfiore è stato già condannato in via definitiva all’ergastolo.
L’allora procuratore di Torino, secondo Tatangelo, fu assassinato in quanto, nonostante la compiacenza di alcuni magistrati vicini alle cosche, avrebbe impedito all’organizzazione mafiosa di “fare affari“. “In un dialogo con un altro esponente del clan – ha spiegato il pm – Belfiore disse che con Caccia come procuratore, pur avendo amici in magistratura, per noi non c’è niente da fare‘”.
Durante la requisitoria il pm ha ricostruito anche che Belfiore avrebbe confidato ad altri uomini del clan che “con un mandato di cattura dopo l’altro, Caccia non li faceva vivere“. Il boss, secondo Tatangelo, avrebbe cominciato a pedinare il procuratore già nella primavera del 1982, anche se in quel momento il suo progetto di ucciderlo non era ancora “concreto“. Per il pubblico ministero “la goccia che fece traboccare il vaso“, e che spinse Belfiore a dare mandato di uccidere Caccia, fu la vicenda giudiziaria del cognato Placido Barresi, finito in carcere “per alcune perizie ritenute false“. Caccia, ha specificato il pm, fu ucciso da un commando “di almeno 4 o 5 uomini” poiché “è inverosimile se non impossibile che siano state due le persone che si sono occupate di questo omicidio maturato in un’Italia distratta dal terrorismo”. Ieri mattina, poi, l’ex militante di Prima Linea Francesco D’Onofrio, ritenuto vicino alla ‘Ndrangheta e da qualche mese indagato a piede libero come ulteriore esecutore materiale dell’omicidio Caccia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. D’Onofrio era stato chiamato a testimoniare dalla Corte, che aveva accolto la richiesta del legale Fabio Repici, avvocato dei familiari di Caccia costituiti parti civili. La requisitoria, con la richiesta di condanna, terminerà nella prossima udienza fissata per il 24 maggio. Nodo centrale saranno gli aspetti tecnici con cui la Squadra Mobile di Torino ha individuato il panettiere di Torrazza Piemonte, accusato anche di traffico di stupefacenti.

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