SCAJOLA: “MAI AIUTATO MATACENA, LA MOGLIE SI. C’ERA TRASPORTO”. L’EX MINISTRO SI INNAMORO’ DELLA MESSINESE CHIARA RIZZO

6 ottobre 2017 Inchieste/Giudiziaria

Sono le dieci meno un quarto. Claudio Scajola è già in postazione. Il Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, è impegnato nel rinviare alcuni processi fissati in calendario. L’ex ministro dello Sviluppo economico è già seduto sul banco riservato alle deposizioni. Aspetta il suo turno.

Fin dall’inizio del processo “Breakfast”, datato quasi tre anni fa, Scajola attende questo momento. È il pm antimafia Giuseppe Lombardo a porgere le domande per primo. Sarà un testa a testo quello fra due costellato da una serie di momenti. Dalle battute di ilarità, a quelle “pungenti” fino a un momento di vero e proprio scontro in cui il Collegio sospenderà l’udienza affinché gli animi si rasserenino. “É interesse di tutti – ha dichiarato paziente il presidente Pratticò al momento del rientro in aula – continuare con la giusta serenità”. Scajola fin dal momento del suo arresto ha contestato le accuse mosse dalla Procura antimafia guidata da Federico Cafiero De Raho. Per gli inquirenti dello Stretto l’ex ministro  è accusato di aver messo in piedi un tentativo per favorire la latitanza dell’ex esponente di FI, Amedeo Matacena. In particolare per la Dda Scajola, insieme agli altri imputati del processo “Breakfast”, ossia Chiara Rizzo -ex moglie di Matacena, Martino Politi e Mariagrazia Fiordelisi (rispettivamente diapente storico e segretaria storica dei coniugi Rizzo-Matacena) avrebbe programmato il suo spostamento dagli Emirati Arabi in Libano, precisamente a Beirut. Un tentativo che non si concretizzò mai, ma che è costato per tutti un’ordinanza di custodia cautelare.

Il pm Lombardo inizia con alcune domande riguardanti le vicende politiche in cui Scajola e Matacena erano protagonisti. Siamo a metà degli anni ’90. In campo era appena sceso Berlusconi ed entrambi fecero parte dello stesso partito. Ciò serve all’accusa per contestualizzare l’inizio del rapporto, n rapporto politico comunque interrotto poiché dopo il 1998 Matacena fu defenestrato dal partito e per il circolo della Calabria il partito scelse di candidare Caminiti al suo posto. Poi arrivò il processo “Olimpia” e la carriera di Matacena iniziò a subire una serie di stop fino alla condanna definitiva, nel 2013, a tre anni di carcere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma Matacena si è rifugiato all’estero. Non ha alcuna intenzione né di far rientro a Montecarlo, sede della sua residenza con moglie e figlio, né di rientrare in Italia. Ed è per questo che si rifugia a Dubai dove è tutt’ora latitante. Ma, per la Dda reggina, i quattro imputati con Scajola e Rizzo in testa- avrebbero tentato di farlo emigrare in Libano. Un’accusa questa che oggi Scajola ha spedito più volte indietro.

Dopo la fuga a Dubai di Matacena, la Rizzo moglie rimase a Montecarlo con il figlio: “Fu costretta a vivere in un monolocale – ha riferito Scajola al pm – ed in gravi e disagiate condizioni finanziarie. Chiara Rizzo aveva sia problemi economici che psicologici. Io sapevo solo che era una donna disperata. Per tale ragione mi impegnai ad aiutarla facendole ottenere una consulenza dall’onorevole Abbrignani. Inoltre, la Rizzo mi chiese aiuto sulla possibilità di spostare da una banca delle Seychelles a Montecarlo circa 700 mila euro. Soldi, mi disse, di proprietà della madre di Matacena. Io tentai in tutti i modi, persino con l’ex amministratore delegato della Banca commerciale italiana Gerardo Traggiotti, ed anche con gli amministratori della Cassa di risparmio di Genova, ma fu impossibile perché poteva insorgere il sospetto di riciclaggio. I soldi non erano di Matacena. Io sapevo che i capitali erano della Rizzo”. Ed ecco che arriva la prima stoccata all’accusa. “Lei, come me,- ha affermato in aula Scajola rivolgendosi al pm Lombardo- avrebbe fatto le stesse cose”.

“Avevo pena per Chiara Rizzo – ha continuato l’ex ministro – condizione trasformatasi in trasporto con qualche sentimento”. Ed ecco che la donna confida all’amico Scajola il suo desiderio di far costituire il marito latitante. Non c’è verso Matacena non torna e per lei e i figli diventai impossibile andare a Dubai. Sia per i costi, che per la situazione politica, che per la lontananza. “Io non ho mai fatto nulla per Matacena – tiene a sottolineare Scajola – e tutto quello che ho fatto l’ho fatto per la Rizzo”. Ed ecco che entra nella vicenda Vincenzo Speziale junior. È lui secondo la Dda il tramite fra Matacena, la Rizzo e Scajola in Libano. Ed in effetti, come dichiarato oggi in aula dallo stesso Scajola, fu proprio Speziali junior a proporre il Libano come idea. Scajola però ci tiene a precisare: “Non ho mai compiuto alcun reato, né fatto cose contra legem. Informarsi sul diritto di asilo politico non significa muoversi perché ciò avvenga. Nella mia carriera di ministro tante volte ho visto vicende simili; come quanto avvenuto per Casare Battisti in Brasile”.

Ecco che iniziano i contatti fra i due. “Avete tutte le intercettazioni – ha dichiarato con forza Scajola – è vedete come era Speziali il solo a telefonare. Io non ho mai rivolto una telefonata verso la sua utenza. Quando si tratta di incontrarsi con la Rizzo, Speziali rimanda l’appuntamento. Capisco che si voleva accreditare per un suo futuro politico, come ad esempio diventare deputato, ma per me da quel momento in poi divenne un millantatore. Gli ho pure detto una volta: «ma che perché ti sei inventato ‘ste cose? E mi hai fatto fare una pessima figura con questa famiglia che si sono illusi. Sei un millantatore. Io ritenevo solo che l’asilo politico potesse essere una possibilità, l tutto sempre accaduto davanti agli avvocati della famiglia. Non credo che informarsi per chiedere asilo politico fosse un reato. Io ho solo dato un aiuto a Chiara Rizzo. Mai ad Amedeo Matacena”.

È con questa frase che Scajola ha concluso il suo esame durato più di tre ore in un duro botta e risposta col pm Lombardo. Adesso l’ex ministro tornerà in riva allo Stretto il 25 ottobre quando toccherà ai suoi legali, Elisabetta Busuito e Patrizia Morello, condurre l’esame. Sarà anche la volta del legale Candido Bonaventura, difensore di Chiara Rizzo, e degli avvocati Corrado Politi e Tonino Curatola, i quali assistono Martino Politi, formulare le proprie domande.