CULTURA: LEI PRENDE IL CAFFÈ O QUALCOS’ALTRO? L’intervista al bar di Antonio Papalia

9 ottobre 2017 Culture

Caterina Morabito Pellicanò si presenta all’appuntamento con un po’ di ritardo, ma poco male, questo è il minimo che ci possa succedere quando si aspetta una donna.

Poi si guarda intorno per vedere se scorge facce conosciute e mentre aspettiamo che ci servano, confessa: «Non mi è mai piaciuto mettermi in mostra, e ammetto che farmi vedere al bar mentre mi stanno intervistando è una cosa che mi imbarazza».
Le chiedo perché: «La gente che va e viene, quello che si prende il caffè, quell’altra che ha con sé il bambino che frigna, il rumore. Sono stata funzionario del Ministero dell’Interno e sono cresciuta nell’ambiente prefettizio, dove la forma è tenuta in considerazione al pari della sostanza. Per me questo vale anche in un’intervista».
Non sarebbe mai andata in Prefettura in jeans strappati e maglietta: «Proprio no».
Il caffè è arrivato, possiamo cominciare: il primo amore, poesia o letteratura?
«Indubbiamente la poesia. Il mio istinto è quello di osservare la natura, ed ho sempre sentito dentro di me il bisogno di esprimere emotivamente quello che scoprivo, quindi sicuramente la poesia. Ho adorato anche il piccolo fiore, il filo d’erba, la luna, le stelle. Ecco, il mio mondo poetico è stato questo. Poi è venuto lo studio della letteratura e della filosofia».
Poetessa e scrittrice dunque, le piacciono queste definizioni?
«Non ce ne sono altre, se esistessero potrei scegliere».
Quando ha capito che doveva scrivere?
«Da piccola. La prima poesia ricordo di averla scritta a dodici anni».
Ricorda di cosa parlava?
«Certo che lo ricordo, era una poesia ingenua, ricordo anche il titolo, “la luna nel pozzo”: la luna si tuffava dentro un pozzo e lì veniva imprigionata per illuminarlo. Ma ero una ragazzina».
Le piace cucinare?
«Moltissimo».
Trova che ci sia attinenza tra la lo scrivere e il cucinare?
«Lo scrivere è fantasia e ricerca di qualcosa che si vuole offrire agli altri nella migliore forma possibile, la cucina è la stessa cosa».
Qual è il suo piatto preferito?
«Veramente ne ho tanti perché sono una grande mangiona».
Me ne dica uno che farebbe assaggiare agli amici.
«Il pescestocco come lo preparo io: in bianco con le patate, con capperi olive prezzemolo e aglio, da leccarsi i baffi».
Ha scritto poesie per le quali ha ricevuto anche premi prestigiosi, tra cui la raccolta “Canto d’amore”, primo premio Rhegium Julii 2011, poi ancora la raccolta “Koinè”, la raccolta “Il vento nel cuore”, poi una “Storia della Madonna della Lettera” e adesso “Messina, miti e leggende dello Stretto”.
«È già stata stampata a giugno scorso una prima edizione del libro, ma sto lavorando alla sua revisione. Spero che l’edizione definitiva, riveduta e corretta, possa vedere la luce entro la fine dell’anno».
Quanto tempo ci è voluto per scrivere questo libro?
«Oltre tre anni. Fatti di analisi, di ricerche, di verifiche. Anche di studi storici, dato che molte leggende sono collegate alla storia di Messina, specialmente quelle legate alla guerra del Vespro».
C’è qualche personaggio, tra quelli che racconta, che le sarebbe piaciuto conoscere da vicino?
«Sì, il gran conte Ruggero d’Altavilla, il normanno. Lo avrei invitato volentieri a pranzo. È stata una figura grandiosa che ha dato tanto alla città di Messina. Lo ha fatto insieme alla terza moglie Adelaide del Vasto, della dinastia degli Aleramici, piemontese e figlia di Manfredi Aleramo Del Vasto, marchese di Monferrato. Questi due coniugi hanno amato veramente Messina, e hanno fatto tantissimo per la città. Subentrati agli arabi, che avevano devastato le chiese per creare delle moschee provocando dei danni enormi, hanno ripristinato tutti i luoghi di culto che erano stati distrutti, e non solo a Messina ma anche a Patti e nelle isole Eolie. Hanno dato lustro e grandezza alla città e un periodo di pace e prosperità al popolo. E voglio aggiungere, perché trovo che sia importante, che Ruggero non fu mai re di Sicilia, confusione questa che fanno molti. Fu gran sovrano cattolico della Sicilia, nominato dal papa Nicolò II. Il re invece fu suo figlio Ruggero II, divenuto re dopo che la Sicilia fu riconosciuta giuridicamente regno di Sicilia. Ruggero il normanno entrò trionfalmente a Messina il 12 agosto del 1086. Ecco, lui e la moglie li avrei invitati a pranzo. E anche a cena».
Scrivere è faticoso, questo libro è stata una fatica sopportabile o insopportabile?
«Nel momento in cui apprendevo le notizie e le trasferivo sulla carta, che è il mio campo di gioco preferito perché non amo molto il computer, allora mi gratificavo. Ma quando dovevo fare verifiche, ricerche, andare in giro per le biblioteche, fare i confronti per non commettere errori, quello è stato molto faticoso. Scrivere è stato bello, le verifiche impegnative. Mi sono dilettata ad inventare i dialoghi, ho fatto chiacchierare la ninfa o la fata Morgana con altri personaggi, ho descritto l’amore del gigante arabo Grifone per la bella Mata di Camaro e le loro conversazioni amorose, è stato divertente».
Trova che Messina sia un ambiente difficile dal punto di vista di chi ha scritto un libro e vuole farlo conoscere?
«Non è difficile l’ambiente, è oltraggioso il comportamento di certe persone influenti che valorizzano gli amici e non si aprono verso gli altri».
Messina è una città di “buddraci”, che sono quelli che parlano molto ma fanno pochi fatti, e di poeti. Mancano – nonostante il mare – i navigatori, ma abbondano i circoli nei quali vengono lette con enfasi e con orgoglio poesie che meriterebbero invece di essere buttate a mare. Le è capitato di partecipare a qualche incontro del genere?
«Sì, una volta sola però, perché poi non ci sono più andata».
Da messinese, cosa le piace di questa città, e cosa non le piace?
«Dal punto di vista geografico tutto, la posizione, l’aria delle origini greche che si respira: Messana, il re Zanclo, il porto a forma di falce e il prolungamento del Capo Peloro alla stessa stregua del loro prolungamento dell’isola Eubea, e quindi della Grecia, e tanto altro. Dei miei conterranei non mi piace il carattere, mi danno l’impressione che siano attratti dalle cose brutte e invidiosi delle cose belle che fanno gli altri».
Quali sono i suoi lettori ideali, o meglio quali vorrebbe che siano?
«Il popolo. Ho scritto questo libro soprattutto per il popolo, perché possa conoscere le radici della nostra terra, non l’ho scritto soltanto per la gente acculturata. Mi piacerebbe che tutto il popolo conoscesse le origini di Messina».
Cosa pensa del plagio, di chi si attribuisce cose non sue, di chi copia insomma?
«Tutto il male possibile. Ma questo purtroppo capita dappertutto, anche nelle università, dove alcuni professori diventano titolari di cattedra copiando gli altri».
E di quelli che copiano, in questa città ne ha trovati?
«Sì, alcune mie poesie sono state smembrate, copiate e rovinate, ed alcune pubblicate così rovinate anche su Facebook».
Che cosa preferisce tra Instagram, Facebook e Twitter?
«Instagram non lo conosco, Twitter non so nemmeno cosa sia, su Facebook ci sono stata, ma non lo frequento spesso».
Quali sono i suoi programmi per i prossimi cento anni?
«Spero che mi bastino, perché ho due romanzi che devo rivedere. Uno è un romanzo psicologico il cui protagonista è un uomo, l’altro è un viaggio nel tempo fatto da una donna che ricorda vite vissute in precedenza durante le quali ha avuto vari amori».
Questa donna ha già un nome?
«Ha un nome provvisorio: l’ho chiamata Adelia».
C’è un motivo?
«È il mio secondo nome».
Lei ha due figlie che fanno tutte e due le avvocate, chiederà loro di citarmi in giudizio se l’intervista non le è piaciuta?
«Vedremo…».
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