MESSINA, PROCESSO CORSI D’ORO 1: LA PROCURA APPELLA LA SENTENZA. ECCO PERCHE’

18 ottobre 2017 Inchieste/Giudiziaria

di Nuccio Anselmo – Una sentenza che non ha tenuto conto di quanto è accaduto nel corso del processo. Il reato di peculato che a differenza di quanto è stato scritto nelle motivazioni depositate a giugno è invece sussistente, e deve far riconsiderare le pene inflitte, adeguandole.
Ecco i due punti-chiave dell’appello presentato dalla Procura contro la sentenza di primo grado del processo “Corsi d’oro 1”, registrata nel marzo scorso, ovvero la prima tranche del maxiprocedimento sulla formazione professionale.
Un atto che è siglato dal procuratore capo Maurizio De Lucia, dall’aggiunto Sebastiano Ardita e dai sostituti Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti.
I motivi tecnicamente scanditi dai magistrati dell’accusa nel loro atto sono, ovviamente secondo la loro valutazione, essenzialmente due: una “Erronea valutazione dei fatti, con richiamo ai precedenti del giudizio cautelare ed omessa valutazione degli esiti del dibattimento”, e una presupposta “Erronea applicazione della legge penale” sul fondamento del peculato e le sue caratteristiche distintive rispetto alla truffa, con “l’errore in fatto” che avrebbe commesso il tribunale che si “riverbera sulla applicazione della legge penale”. I magistrati scrivono per esempio che “…il Tribunale ha deciso riportandosi a quelle decisioni provvisorie (quelle adottate dal Riesame in sede cautelare nella dicotomia tra peculato, considerato non sussistente, e truffa aggravata, il ‘nuovo’ reato riqualificato, n.d.r.): come se mai si fosse celebrato il dibattimento nel quale invece i momenti ed i presupposti giuridico di acquisizione del denaro pubblico sono stati con evidenza chiariti con testimonianze e documenti”. Secondo la Procura cioè il peculato si è verificato non nella prima fase della vicenda-formazione, quando si doveva solo genericamente spiegare alla Regione – semplifichiamo – il perché della richiesta di finanziamento senza alcuna pezza d’appoggio, ma invece nel secondo step: “…sarebbe stato sufficiente – scrivono i magistrati della procura – prendere visione della circolare-vademecum per comprendere che sulla base del progetto approvato non era necessario ai fini dell’ottenimento degli anticipi (almeno per il primo acconto del 50%) nessun contratto o altra pezza giustificativa di spesa”. Ci sarebbe stato per la Procura, ad esempio, anche un caso concreto che enuclea la vicenda: “…è stato sottoposto all’attenzione del collegio almeno un caso di distrazione e successiva appropriazione di denaro che non sarebbe stato in nessun caso suscettibile di essere compendiato nella truffa. Si tratta dell’acquisto dell’immobile di via Pascoli avvenuto utilizzando il denaro della formazione, e per il quale come si è avuto modo di vedere e contattare – sulla base dell’interrogatorio dell’imputato Sauta – non si è poi provveduto (né si poteva provvedere) a rendicontare con fattura il costo. Ciò per la semplice ragione che non era prevista la possibilità per gli enti di acquistare immobili. Tale operazione dunque non sarebbe stata neanche astrattamente sussumibile all’interno della ripartizione dei budget di spesa indicati in progetto”. Sempre sulla sussistenza del peculato in questa vicenda, i magistrati dell’accusa scrivono nell’atto di appello che “…la condotta fraudolenta è, dunque, successiva ed arriva alla fine del progetto e dopo che si siano spesi i fondi: essa consiste nella predisposizione di documenti per operazioni parzialmente inesistenti, nella costituzione o nell’impiego di società ed aziende di comodo e nella interposizione fittizia dei rapporti: tutte condotte non volte a conseguire l’approvazione del progetto e l’erogazione del finanziamento, bensì ad occultare l’appropriazione del denaro di cui l’ente aveva già conseguito la disponibilità, a fornire un’apparente giustificazione contabile alla già operata illecita distrazione”. Concludendo, secondo la Procura, nella sentenza di primo grado “…il tribunale pertanto, ricostruendo erroneamente l’iter di approvazione del progetto e della successiva legittima erogazione del denaro pubblico ha proceduto ad una erronea applicazione della legge penale. I fatti compendiati nelle imputazioni oggetto di gravame pertanto devono reputarsi ascrivibili alla ipotesi delittuosa del peculato – e non solo della truffa aggravata – e deve conseguentemente elevarsi la pena adeguandola alla più grave qualificazione della condotta nei margini dei più ampi limiti edittali previsti dall’art. 314 c.p.”.

Rassegnaweb – fonte: Gazzetta del Sud

 

LA SENTENZA

Il primo troncone processuale sulla Formazione professionale arrivò a conclusione il 31 marzo di quest’anno. Furono condannati 11 dei 13 imputati nel processo Corsi d’Oro 1. Sette anni e 6 mesi per Elio Sauta, 3 anni e 6 mesi per Graziella Feliciotto, 2 anni e 2 mesi per Chiara Schirò, 1 anno per Concetta Cannavò, 1 anno e 5 mesi per Natale Lo Presti, 1 anno e 4 mesi per Nicola Bartolone, 6 mesi per Carlo Isaja, 2 anni per Carmelo Capone, 1 anno e 8 mesi per Salvatore Giuffrè, 4 mesi per Daniela D’Urso, 3 mesi per Daniela Pugliares. Stabiliti risarcimenti danni a parti civili. Assolto Natale Capone per associazione a delinquere, prescrizione per la truffa. Anche per Giuseppe Caliri assoluzione per associazione a delinquere e prescrizione per truffa.

Per Elio Sauta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per tre anni. Cinque anni di interdizione, invece, per la moglie, Graziella Feliciotto. Incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione: Chiara Schirò, Natale Lo Presti e Salvatore Giuffrè. Interdetti dai pubblici uffici per la durata delle rispettive pene, Concetta Cannavò, Nicola Bartolone e Carmelo Capone. Interdetti per un anno dai pubblici uffici, invece, Carlo Isaja e Daniela D’Urso.

Pena sospese per le condanne sotto i due anni.

Condannati Sauta, Feliciotto, Schirò, Cannavò, Lo Presti, Bartolone, Isaja, Capone e Guffrè al risarcimento dei danni in favore delle parti civili Regione Sicilia e Assessorato regionale dell’Istruzione e della Formazione professionale e Codacons Onlus da liquidarsi in separata sede.

Risarcimento danni anche in favore dei corsisti Rosa Gallo, Rosaria Catalfamo, Loredana La Tella, Agata Celentano, Gabriella Mustica, Giuseppa Mantarro, Daniela Piccione Cusmà, Letteria Muscolino, Domenico Giannetto.

Sanzioni amministrative per 140 quote da 500 euro nei confronti di Ancol. Per Elfi Immobiliare 700 euro per ciascuna delòe 350 quote. Sono 700 euro per 140 quote di Sicilia Service Srl e sempre 600 per 210 quote nei confronti di Centro Servizi Srl. Infine 300 eur per ciascuna delle 100 quote nei confronti di Associazione Pianeta Verde. Il tribunale ha ordinato la confisca delle somme di denaro e degli altri beni in sequestro  per un valore pari al profitto riguardante i delitti per cui è stata emessa la condanna o affermata la responsabilità dell’ente.