L’ANEDDOTO: LUIGINO GENOVESE, L’ULTRA’ ESPULSO DAL PROCESSO DI PAPA’

Qualcosa di buono, almeno, queste elezioni regionali l’hanno fatta: riportare al centro del dibattito un problema etico che ha attraversato la cultura occidentale a partire da quella greca, ovvero se le colpe dei padri ricadano sui figli. Il principio è teorizzato da Solone nell’Elegia alle Muse, ma appassiona anche Esiodo, Pindaro e i tragici, è presente nell’Antico Testamento e attraverso Sant’Agostino sopravvive fino ad Alessandro Manzoni. Una questione ovviamente superata, nel corso dei secoli, dalla società e dalla giustizia (tranne per quello che riguarda i… debiti) nel senso che no, la responsabilità delle azioni dei padri non può investire i figli.

Tutto giusto, per carità. Ma c’è un campo della vita sociale italiana nel quale il concetto torna d’attualità, più che altro perché incrociato con quello di nepotismo: le elezioni. Quante volte abbiamo letto o sentito parlare di cariche, ruoli, persino collegi “ereditati” o passati comunque direttamente di padre in figlio? In Sicilia, poi…

Ebbene, questo è stato uno dei due temi centrali della campagna per le Regionali insieme a quello dei cosiddetti “impresentabili”; ma a differenza di quest’ultimo, riguarda una sola persona. The chosen one, “il prescelto”, si chiama Luigino Genovese, 22 anni, studente di Giurisprudenza alla Luiss di Roma, figlio di Francantonio, nipote di Luigi (nonno) e di Franco Rinaldi (zio), discendente di Nino Gullotti (sembra quasi la genealogia di un famoso sketch di Aldo Giovanni e Giacomo: «Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Instar…»), scelto da papà per raccogliere il testimone – e tenere caldi, diciamo così, i voti – della tribù dopo la condanna in primo grado a 11 anni nel processo “Corsi d’Oro” per associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, frode fiscale e peculato.

La candidatura nella lista di Forza Italia del rampollo di casa Genovese ha prevedibilmente scatenato la canea di avversari, attivisti, moralisti e persino il distinguo di Nello Musumeci, candidato presidente della sua coalizione. E lui, candidamente, ha chiesto di essere giudicato per quello che è e non per il fatto di essere figlio di Francantonio. Come se i voti che prenderà non fossero quelli di papà, se fosse il primo in famiglia a prenderli sulla Luna, i voti. E va bene. Poi, però, Luigino ha diffuso un video nel quale tuona contro il mancato utilizzo dei fondi europei in Sicilia: peccato che proprio dal Fondo sociale europeo provenisse parte dei 20 milioni di euro sottratti alla formazione cui fanno riferimento i giudici che hanno condannato Genovese senior. Apriti cielo, ovviamente: il rampollo viene massacrato a suon di «Te lo ha suggerito papà questo post?» e «Loro sanno come spendere i fondi europei».

Ma una cosa di Luigino va detta: non gli manca il coraggio. E non è ironia, perché candidarsi pur sapendo quello che si dovrà affrontare, per un ragazzo di 22 anni, non è da poco. E infatti, Genovese junior replica piccato al Fatto Quotidiano: «Prima di esprimere certi stupidi commenti, a tutti ricordo che mio padre deve essere ancora condannato in terzo grado per avere una sentenza definitiva. Io comunque ho tutto il diritto di parlare di fondi europei anche se, quando parlo di spreco e di “mancato utilizzo”, mi riferisco ai fondi per le infrastrutture. Quelli per la formazione sono stati tutti spesi e bene». Quindi il giovane homo novus, quello che si dissocia dal sostegno fornito da papà a Crocetta perché ancora non aveva l’età per votare, quello al quale – in sostanza – non possiamo dare colpe per lo scandalo della formazione, ha però un’opinione molto forte al riguardo, di pieno sostegno all’operato del padre e degli altri condannati.

D’altra parte, quella che è forse la prima uscita pubblica di Luigino a memoria d’uomo è proprio di questo segno. Giugno 2015, processo “Corsi d’Oro” nell’aula della Corte d’Assise: alla sbarra Francantonio Genovese+30, tra il pubblico anche l’appena nato Comitato “Francantonio Libero” con tanto di magliette stampate, che già si era presentato alla stampa in un sit-in improvvisato davanti all’aula bunker del carcere di Gazzi durante l’udienza precedente, e lo stesso Luigi. Durante l’audizione del consulente del pm Sebastiano Ardita, il commercialista Alessandro Polizzotto, sorge un contraddittorio tra quest’ultimo e l’avvocato Nino Favazzo (difensore di Genovese) sui contratti di servizio tra la CALE Service e lo stesso Genovese per prestazioni professionali di tipo legale. All’incertezza del consulente su questi contratti, che nomina pur non avendone conoscenza diretta ma sulla base dell’informativa della Guardia di Finanza, qualcuno dal pubblico reagisce con un applauso sarcastico. E’ Luigi Genovese.

La presidente Silvana Grasso a quel punto si rivolge con tono perentorio allo spettatore: “Ma chi è quel ragazzino, scusatemi? Quel ragazzo che applaudiva? Chi era quel ragazzo che applaudiva? Come si è permesso?”

Luigino dal pubblico cerca evidentemente di minimizzare l’accaduto, ma il magistrato è irremovibile: “No, ha dato… ha applaudito. Cortesemente vada fuori. Cortesemente vada fuori. Non so neanche se è maggiorenne tra l’altro”, lo “gela” infine ricevendo un ironico ringraziamento al quale ribatte: “Buongiorno. Prego. Cortesemente… noi dobbiamo proseguire l’udienza. Chi ha voglia di discutere vada fuori. Si accomodi”.

L’episodio sembra chiuso quando il giudice Grasso chiede: “Vogliamo cortesemente riprendere con ordine?”. Ma nel frattempo il carabiniere che si è avvicinato a Luigi Genovese per farlo allontanare dall’aula viene preso a parole dallo zio Franco Rinaldi, deputato regionale e imputato nello stesso procedimento. Tanto da far sbottare il pubblico ministero Ardita: “No, però Presidente chiedo, da un punto di vista proprio formale, è inaccettabile che un imputato possa rimproverare un carabiniere in un’aula di Giustizia. E’ un fatto inaccettabile, quindi la prego di prendere provvedimenti. E chiedo al carabiniere di identificare la persona che ha battuto le mani, dopo che la Corte l’aveva espulso dall’aula”.

Intervistato dalla sua residenza sulla… Luna l’onorevole-imputato Rinaldi commenterà: «Non sono stato richiamato da nessuno, tanto meno dal pubblico ministero che caso mai si sarebbe dovuto rivolgere al giudice. Ha anche  abusato facendo chiedere il documento a mio nipote Luigi dal carabiniere, sapendo che lui in udienza non può disporre se non dietro autorizzazione dello stesso giudice. Tra l’altro, mio nipote non ha fatto nessun applauso se non un cenno simulato senza nessun battito».

Ma il punto non è certamente questo: se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, la questione cambia se il figlio avalla e condivide le “colpe” – quali sono al momento secondo la giustizia italiana, vista la pesantissima condanna riportata da Francantonio – affermando che «…i fondi per la formazione sono stati spesi bene» e ponendosi dunque in continuità con il suo operato, e se polemizza con un magistrato in aula quasi anticipando il futuro passaggio del papà sotto le insegne di Silvio Berlusconi? Ah, bisognerebbe chiederlo a Solone. Anche se di Soloni la politica messinese è già piena… EDG